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Isis, al-Qaeda e le strategie mediatiche del terrorismo

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La strategia del terrore attraverso le decapitazioni dei kuffar contraddistingue IS ed è destinata a continuare perché è parte della sua identità, del suo brand e delle sue origini.

“Noi dobbiamo partire da un presupposto: il terrorismo è comunicazione, ma è molto chiaro. Se noi vogliamo fare paura, dobbiamo minacciare. E questo è un punto fondamentale che il terrorismo conosce bene e da sempre utilizza le strategie della comunicazione come strategie di guerra che si muovono su un campo diverso da quello di battaglia. Come ci sono combattenti capaci sul campo, ci sono combattenti formati nelle nostre università – molto probabilmente – che si preoccupano di fare comunicazione in Is per Is. E questo è un aspetto. Quindi, non servono tanti soldi, ma comunque Is è l’organizzazione che ha più soldi in questo momento. E’ difficile stimare, ma ci sono stime che si attestano attorno ai 5-6-7 milioni di dollari al giorno, come entrate. Da dove? Bè, dal petrolio, primo aspetto: Is controlla buona parte di Siria e Iraq che ha grandi pozzi di petrolio. Oggi viene venduto sottocosto: 25-30 dollari a barile contro i 100. E la prima grande domanda che faccio a tutti è: ma se viene venduta sottocosto, chi lo compra? E questa è una grande domanda, perché non vorrei che quel petrolio girasse attorno a canali strani che poi lo portino comunque alle nostre pompe di benzina: perché staremmo finanziando Is. E questo è un aspetto. Poi, ha conquistato una parte di Iraq: dalla banca centrale di Mosul conquistata sono entrate diverse centinaia di milioni di dollari nelle tasche di Is. E infine, wahabiti arabi sono la testa del serpente da sempre. Soldi, da quelle parti ne arrivano! Ma anche le collocazioni strane di alcuni Paesi del Golfo, come il Qatar in particolar modo: il sostegno che questo Paese sta dando a tutti i movimenti, dal Nordafrica ai mediorientali, è altamente problematico. Sicuramente, ci sono connessioni poco pulite. Dipende da che punto di vista si guardano, ma diciamo molto interessate al finanziamento di Is da parte di istituti nazionali. Il terrorismo “fa cassetta”, rende. Vuol dire che il terrorismo rende comunicativamente e l’esempio più chiaro torna indietro di un po’ di anni, a Osama bin Laden, quando ricordiamoci che spesso venivano annunciati suoi proclami con dei trailer – quindi, con delle “promozioni” – di 20 secondi… Queste promozioni di 20 secondi occupavano i giornali e i media per due giorni, e poi il vero discorso di Osama non compariva. Ma per due giorni, tutto il mondo occidentale era in allarme, in allerta, bloccato per quello che Osama avrebbe potuto dire. Bastava la minaccia, senza realizzare di per sé l’evento. Questo il terrorismo lo sa: lo sa molto bene. Is – oggi la più problematica e più pericolosa organizzazione terroristica che ci troviamo ad affrontare – usa la comunicazione in maniera perfetta per i suoi obiettivi. Le decapitazioni – ricordiamo Berg, ricordiamo Pearl – non sono una novità ed entrano nella strategia comunicativa. Che cosa rappresentano? Una minaccia. E’ una minaccia che Is fa ai suoi nemici. Sono trasmesse con filmati molto semplici e brutali, proprio quelli che vanno a occupare il pubblico più vasto dei media. Ma accanto a questo, infatti, ci sono altri filoni di comunicazione. Abbiamo citato i social: nei social troviamo i profili dei combattenti. Questa è una comunicazione virale: guardatemi, come sono bravo, bello, con una K47, ad ammazzare la gente! Seguitemi! E’ una comunicazione che promuove imitatori per andare a combattere nell’Is. Accanto, c’è il terzo filone della comunicazione: Is, da un mese, ha incominciato a produrre brochure e volantini bellissimi per far vedere come sia bello andare a vivere nello Stato Islamico. Non ci sono fucili: ci sono campi di grano, fiumi che scorrono e panetterie che sfornano pani fumanti. Servono ad attrarre le famiglie. Sono tre linee comunicative in parallelo, strategicamente organizzate, che Is sta utilizzando per organizzare al meglio e stabilizzare al meglio il suo “califfato”. I media fanno parte del gioco, vengono spesso utilizzati – i media occidentali – per le loro caratteristiche, dalle strategie mediatiche del terrorismo”. Marco Lombardi, professore di Sociologia e comunicazione presso l’Università Cattolica e direttore del centro per lo studio del terrorismo dell’ateneo milanese.

ISIS opera in modo indipendente e in opposizione agli altri gruppi del teatro siriano, quali Jabhat al-Nusra, il Fronte Islamico e l’Esercito Libero Siriano con i quali ha avuto frequenti scontri a fuoco con perdite. Inoltre, ISIS è accredito di significative risorse finanziarie derivanti da attività connesse al crimine organizzato nelle aree che controlla, da sovvenzioni della diaspora islamica nel mondo e dalle sponsorizzazioni di alcuni Stati del Golfo. Fino a ottobre 2013, queste risorse finanziarie erano utilizzate da ISIS anche per provvedere a buona parte delle necessità di al-Nusra ma con l’irrigidirsi del conflitto tra le due fazioni, ISIS ha di fatto “tagliato i fondi”, creando serie difficoltà di mantenimento ai combattenti di al-Nusra. Con tali risorse a disposizione il progetto di ISIS, in continuità con ISI, ha da subito mirato alla realizzazione di un Califfato su scala globale: immagine che spesso si ritrova nelle sue comunicazioni sintetizzata in un mondo sotto la bandiera nera.

E’ nell’aprile del 2013 che ISIS cerca di cambiare “pelle” diventando appunto Islamic State of Iraq and the Levant (ISIS/ISIL): ciò venne rifiutato decisamente da al-Nusra per ottenere da Abu Bakr al-Baghdadi (Abu Dua) una ancora più dura risposta espansiva delle attività in Siria. Nell’agosto del 2013, l’intelligence americana valuta ISIS/ISIL ben radicato in Siria, con circa 5.000 combattenti a disposizione molti dei quali stranieri, con controllo diretto delle province di Aleppo, Idlib e Raqqa. Proprio al-Zawhiri, in un messaggio trasmesso da Al-Jazeera nel novembre del 2013 tornava a ordinare lo scioglimento di ISIS riconoscendo Al-Nusra come la fazione del jihad globale legittimata in Siria.

Come si può notare la realtà del jihad combattente, e di conseguenza politico, in Siria è complessa e conflittuale. Ed è conseguenza della profonda ristrutturazione di AQ (al-Qaeda) nel suo complesso.

E’ nota la caratteristica del branding AQ e della sua organizzazione in movimento flessibile, opportunista, in franchising avviata nel 2006 ma arrivata nelle forme ultime dopo la morte di Osama Bin Laden, con la leadership di Al Zawhairi.

Tale riorganizzazione è proprio avviata da Zawahiri nel 2006, con l’idea di rendere operativamente più autonome le componenti regionali di AQ e diminuire la pressione economica su AQ Centrale da parte di queste: in quel tempo i denari cominciavano a scarseggiare. Oggi, come si vede, AQ è frammentata in componenti indipendenti in Medio Oriente, Nord Africa, Penisola Arabica orientate e ispirate dal comando centrale. La conseguenza della autonomia si è concretizzata sia sul piano operativo sia sul piano economico, lasciando maggiore indipendenza a ciascun comandante di definire piani e meccanismi di attrazione delle risorse e del personale combattente. In questo contesto ISIS ha conseguito una serie di vantaggi, che si ricordano: capacità di attrazione di denari, anche con traffici più vicini alla criminalità, con la possibilità di spenderli anche per finanziare i viaggi e la formazione dei combattenti e forza ideale per attrarre seguaci, disponendo dell’unico teatro del jihad direttamente connesso al sogno del Califfato: il Levante (in Sham), dunque in una sorta di terra “mitica”.

jjIl 9 luglio del 2005, al-Zawahiri scriveva una lettera di circa 6000 parole al rivale, combattente Abu Musab Zarqawi: la “discussione” tra i due, sulla interpretazione delle strategie e delle politiche di Al-Qaeda era evidente. Nella lettera, Zawahiri (ala politica ideologica) illustrava a Zarqawi (ala combattente dura) gli obiettivi a lungo termine di AQ in Iraq e Medio Oriente e criticava il comandante militare per il suo modo di fare la guerra agli americani e ai civili iraqeni. Tutte cose che suono molto attuali se lette nel dettaglio.

Infatti, Zawhairi suggeriva di essere pronti, non appena le truppe straniere avessero lasciato l’Iraq, a occupare quanto più territorio iracheno nell’inevitabile vuoto che avrebbero lasciato, per dichiarare un “emirato”, prodomo al futuro esteso “califfato”.

Nella medesima lettera, Zawhairi scriveva a Zarkawi che i musulmani non avrebbero mai trovato di loro gradimento, né accettabili, le scene violente della decapitazione degli ostaggi trasmesse nei video di Zarkawi. Dunque di evitarle.

Come si vede, nel 2005 i due leader di AQ discutevano di avvenimenti che si realizzano, o tornano a realizzarsi, quasi dieci anni dopo.

Eventi comprensibili alla luce della storia di IS, e della linea diretta di successione da al-Zarkawi ad al-Baghdadi. Eventi che ormai confermano l’indipendenza di IS da AQ, il suo brand e la sua identità che si fonda sul sangue e che, pertanto, in questa fase di consolidamento chiamerà ancora più sangue e atrocità nel futuro prossimo. La contesa tra Zawhairi e Zawrkawi finì solo perché un attacco preciso dall’aria eliminò il comandante.

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