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Italia-Camerun 1982: La più clamorosa partita truccata del calcio italiano

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L’inchiesta giornalistica sull’accomodamento di Italia-Camerun del Mondiale 1982, terza partita italiana al torneo che poi vinse spettacolarmente, fu silenziata dai media e ovviamente dagli addetti ai lavori. Tutto si può dire, tranne però che mancassero le prove. Oliviero Beha, giornalista sportivo e non solo scrisse un libro assieme a Roberto Chiodi, “Mundialgate“, per mettere insieme le loro inchieste dell’84 su Epoca che accusavano l’Italia di avere pagato qualcuno del Camerun per ottenere il punto prezioso di quella partita…

Ecco come Beha ha poi riassunto la storia della più clamorosa ipotesi di partita truccata della storia della nazionale italiana raccontata nel suo libro:

L’Italia-Camerun più famosa o famigerata della cronaca, il match combinato per antonomasia e sotto gli occhi di tutti, risale infatti all’estate del 1982, Mondiali di Spagna. A Vigo nel primo turno l’Italia in quel momento sbeffeggiata di Bearzot viene da due pareggi, con Polonia e Perù. Se perde va fuori tra le pernacchie (la spernacchiava  Matarrese già allora presidente della Lega), se pareggia sopravvive comunque per il quoziente reti. Il Camerun se pareggia viene eliminato ma torna imbattuto in patria a ricevere soldi (assai pochi) e onorificenze dal regime monocratico avviato a diventare militare a colpi di guerriglia,  prima squadra africana a riuscire in un’impresa simile di grande orgoglio patriottico, figurando così dignitosamente in un Mondiale ossia in tv. Fu uno 0-0 travestito da 1-1,  prima Graziani su scivolata di N’Kono, il portiere dalla lunga carriera spagnola, un secondo dopo il camerunense M’Bida, unico gol in carriera credo, di fronte a Zoff e a una difesa da “strano interludio”, sapete, quelle belle statuine della piece di O’Neill. Nessuno protestò più di tanto, allora, mentre in contemporanea Germania e Austria “biscottavano” ai danni dell’Algeria, per passare a braccetto al turno seguente: invenzioni di chi scrive? Macchè,  qualcuno dei “biscotta- tori” avrebbe confessato molti anni dopo che le cose erano andate esattamente così, come ci erano parse “in diretta”. Per Italia-Camerun, viatico per gli azzurri di un Bearzot poi portato in trionfo a Madrid, con Pertini, Spadolini e i giocatori,  non ci fu al momento alcuno strascico, se non a cena, tra colleghi che ne avevano viste tante di quel genere e quindi pensarono bene di non scrivere nulla. Dov’era il Blatter indignato di oggi?Al mare, in Galizia?No, era già segretario generale della Spectre/Fifa, ma evidentemente gli andava bene così. Dov’era Giancarlo Abete? Negli scranni di una delle sue legislature come deputato democristiano, attendente di un Franco Carraro già allora presidente del Coni come oggi è in Cina, dall’Olimpica, quale membro del Cio. Chi mise in dubbio un paio d’anni dopo, grazie a un’inchiesta in Africa e in Europa dal significativo e minaccioso titolo di “Mundialgate”, quel “biscotto” italo-camerunense e una serie di trame da far rabbrividire (cfr. il boss camorrista Michele Zaza che esercitava per conto del presidente della Federcalcio di allora, Federico Sordillo, il suo legale), fu chi scrive. Mal gliene incolse. Come mi disse Carraro telefonicamente all’epoca, nell’estate del 1984, ”Lei non lavorerà più, ho parlato con il suo Direttore”. Trattavasi di Scalfari, che all’epoca dialogava con il potere terreno e non con quello divino. Aveva ragione quasi del tutto Carraro.

Oliviero Beha: “L’affare Camerun mi è costato la carriera. Sono stato mandato via da la Repubblica, dov’ero inviato speciale e anche dopo non ho avuto spazi per svolgere il mio lavoro. Ma sono stato fortunato. Ho ricevuto minacce di morte da parte della camorra, che era coinvolta nella cosa. Sono stato messo davanti a un bivio. Potevano farmi pagare con la carriera o con la pelle. Mi hanno portato via “solo” la carriera. Quella non era una semplice partita. L’Italia, dopo due pareggi, aveva bisogno almeno di un terzo pari per passare il turno e non ripetere, dopo 16 anni, un’altra Corea. Non ultimi, c’erano gli interessi degli sponsor. Il Camerun che vendette il pareggio. A loro importava solo di tornare imbattuti (infatti diventarono i Leoni Indomabili). E cosi’ fu. Alcuni giocatori del Camerun e il loro c.t. Jean Vincent presero 30 milioni di lire ciascuno. Nessun coinvolgimento dei giocatori italiani. Erano coinvolti soltanto i dirigenti. Il presidente della Federcalcio, Federico Sordillo, e ho le prove per dimostrarlo, ottenne l’appoggio concreto di Michele Zazza, uno dei più importanti capocamorristi dell’epoca. Che, tra l’altro, quando mi incontrò, riuscì anche a ironizzare sul fatto che quella Coppa era anche merito suo…. Ho un testimone dell’incontro che ebbi in carcere con Zazza nel 1987. E ho il materiale filmato di tutte le testimonianze, dei giocatori camerunesi e di un faccendiere italiano collegato al terrorismo, emigrato poi in Corsica. In pratica, tutto quello che racconto nel libro e’ riversato in diverse ore di un documentario, ovviamente mai andato in onda. Nel suo Trilogia della censura lei scrive di altre due indagini (una su Antonio Gava,Licio Gelli, Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini) che sarebbero state bloccate. Il caso Camerun, doveva essere pubblicato da una grande casa editrice nel 1984. Ma tutto naufragò. Vennero stampate solo alcune copie che girarono in ambito giornalistico”.

Recentemente, sul Mundialgate è tornato Roberto Chiodi, coautore del libro, elencando le loro “prove”.



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C’era una volta la Serie A e lo stile Juve

Terza e ultima puntata (forse) sul declino del calcio. In questa analisi, Marco Travaglio perIl Fatto Quotidiano“, analizza e ricorda lo stile Juve, ben diverso dallo stile Juve contro tutti attuale. Ma che accomuna ormai la maggior parte delle società calcistiche, sempre meno sportive e sempre più “politiche”. 

Gentile John Elkann, Le scrivo da appassionato di calcio, ma soprattutto da juventino che aveva appena smesso di vergognarsi di esserlo dopo la dipartita di Moggi & C. grazie allo scandalo di Calciopoli. Ora, se possibile, gli juventini perbene, che hanno iniziato a tifare ai tempi di Boniperti, Trapattoni, Zoff, Scirea, Gentile, Cabrini, Tardelli, Platini, e anche di Conte, quando la società indossava un certo “stile”, sono costretti a vergognarsi ancor più di prima.

Mai infatti, nemmeno negli anni bui di Calciopoli, la Juventus si era spinta a tanto: manipolava arbitri e campionati, ma non negava alla giustizia sportiva il diritto di fare il suo dovere. Oggi invece Suo cugino – il signorino Andrea, che porta il cognome francamente eccessivo degli Agnelli – ha trasformato la società in una succursale del Pdl: da mesi insulta la Federazione di cui è uno dei soci più autorevoli e demolisce le regole e le istituzioni della giustizia sportiva, quasi fossero frutto di un complotto planetario contro la Juve, decise all’insaputa del club più potente d’Italia.

Ma non sempre: solo quando danno torto alla Real Casa. Se la giustizia sportiva respinge i ricorsi per riottenere gli scudetti inquinati e dunque revocati, è una congiura e scattano addirittura le denunce civili per risarcimento danni (tanto la tremebonda Figc, che per molto meno ha deferito giocatori e dirigenti di altri club, porge l’altra guancia).

Se condanna Conte in primo grado e in appello – fra l’altro per vicende cui la Juve, una volta tanto, è estranea – è “caccia alle streghe” o, per dirla con Berlusconte, i giudici sono “tifosi” e “pappa e ciccia” con i testi d’accusa (ma non aveva chiesto di patteggiare su consiglio dei legali della società? S’è mai visto un innocente che patteggia?).

Se invece gli juventini Bonucci e Pepe vengono assolti in entrambi i gradi di giudizio, il verdetto è sacrosanto e giustizia è fatta. Che direbbe, se fosse vivo, Gianni Agnelli? Era tutt’altro che una mammoletta. Ma quando Boniperti usava Moggi come osservatore, non lo faceva entrare in sede: l’Avvocato lo chiamava “il nostro stalliere” e mai l’avrebbe promosso non dico direttore generale, ma nemmeno magazziniere.

Quando, nel 1980, la società fu coinvolta nello scandalo scommesse per un famigerato Bologna-Juve, non si ricorda una sola parola dell’Avvocato, di Boniperti giù giù fino al vicemassaggiatore, contro la Figc e i suoi organi inquirenti e giudicanti. E quando la Fiat, come quasi tutti i grandi gruppi, fu coinvolta in Tangentopoli, Gianni Agnelli si guardò bene dall’attaccare i magistrati. Anzi disse: “È bene che i magistrati lavorino serenamente e tranquillamente.

Gli scandali è sempre bene che vengano a galla. Ritengo importante che si faccia piena luce e si accertino i fatti. Non credo alle mezze misure. In certe situazioni è determinante la chiarezza totale”; “Anche in Fiat si sono verificati alcuni episodi non corretti di commistione con il sistema politico. Credo sia errato e fuorviante pensare che le indagini della magistratura siano parte di un complotto o di oscure manovre politiche”. Si dirà: era pura ipocrisia.

Può darsi: ma l’ipocrisia è la tassa che il vizio paga alla virtù. Ora si evade anche quella. Domani inizia un campionato turbolento che, complice la crisi, potrebbe diventare teatro di violenze e intemperanze fra tifosi. Non crede, gentile Elkann, che sarebbe molto opportuna qualche parola distensiva dal club campione d’Italia, magari mutuata da quelle dell’Avvocato sui magistrati che devono “lavorare serenamente e tranquillamente”, sugli scandali che “è sempre bene che vengano a galla” senza “mezze misure”, sulle indagini e le sentenze che non sono “complotti od oscure manovre”?

Se il Suo focoso cugino è in grado di pronunciarle, queste parole, tanto meglio. Altrimenti forse è il caso di metterlo in condizione di non fare altri danni alla fu Juventus. Nell’attesa, e nella speranza, che prima o poi impari come sta al mondo un Agnelli.

Leggi la prima puntata C’era una volta la Serie A e la seconda puntata qui.

 

Il calcio alla sbarra. Che cosa è successo al calcio, in Italia come in Europa, negli ultimi trent’anni? Quali sporchi giochi vengono condotti dietro lo spettacolo dello sport più amato del mondo? Chi ne muove gli enormi interessi nascosti?

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C’era una volta la Serie A

Ormai ci siamo questo weekend parte il campionato di serie A. Serie A Tim che compie 82 anni. E li sente tutti come un anziano malato. Match truccati, scommesse, indagini della magistratura, campioni in fuga, pochi abbonati, stadi vecchi e guerra per i diritti tv sul satellite. Ormai il campionato più bello del Mondo e’ solo un ricordo. Mondo alla Rovescia analizza in 3 puntate le ragioni di questo declino. Si comincia con l’interessante articolo di questa settimana pubblicato sull’Espresso. Una dura analisi di Gianfrancesco Turano e le proposte dell’economista Tito Boeri per cercare di salvare lo sport più popolare ed amato del nostro paese.

Partite truccate. Processi sportivi e penali. Campioni in fuga. Stadi vecchi semivuoti. Abbonamenti a rilento.

C’era una volta, ormai tanti anni fa, il campionato più bello del mondo.

La serie A che parte sabato 25 agosto è un sistema in piena recessione, con uno spread di credibilità rispetto ai maggiori tornei d’Europa a 1.200, per dirla con il premier Mario Monti. Le convergenze parallele dell’Italia e del suo culto nazionale maggioritario dicono che la nottata è ancora lunga e che la crisi aumenta scendendo dal vertice verso la base. In Lega Pro, la vecchia serie C, negli ultimi cinque anni la crisi finanziaria ha ridotto i club da 127 a 69. Non è più un calcio per piccoli se anche i grandi faticano. A tenere in piedi la baracca è sempre più la televisione. Ma le due piattaforme pay (Sky e Mediaset Premium) si fanno una tale concorrenza sui prezzi che per mettersi in fila ai tornelli di uno stadio ormai serve il coaching motivazionale. L’inizio della stagione è stato il peggiore possibile con una Supercoppa italiana giocata tra Juventus e Napoli a Pechino. L’idea della Lega calcio, la litigiosa confindustria del pallone, era di aprire un varco nei mercati asiatici ricchi di tifosi-consumatori e poveri di squadre ad alto livello. È finita in bagarre per l’arbitraggio, con il Napoli sconfitto che si è rifiutato di presentarsi alla premiazione. Più facile piazzare un Btp a dieci anni che un teatrino del genere. E del resto, con la stessa ottica evolutiva, dieci anni fa la Supercoppa si è giocata a Tripoli (Juventus-Parma) in omaggio alla famiglia Gheddafi.
Allora come oggi, gli alti dirigenti del calcio nazionale hanno spiegato che bisogna mettersi al passo con la modernità. Deve essere che la modernità si è allenata meglio perché non ci fa vedere palla.

La Procura attacca a Pieno organico

Le nuove abitudini del campionato 2012-2013 includono, tra un match e l’altro, il notiziario delle Procure penali che indagano sul sistema delle partite truccate. Le inchieste di Cremona, Bari, Napoli, con la probabile aggiunta di Genova, proseguiranno a lungo. Nel frattempo i processi sportivi stanno definendo un elenco già lungo di penalizzazioni tra serie A e serie B. Le sentenze di primo grado emesse dalla Disciplinare hanno mostrato i limiti dell’autonomia giudiziaria del calcio: pentiti credibili a corrente alternata, patteggiamenti anche troppo comodi, multe alla portata di tutte le tasche e una buona fetta di assoluzioni. Il risultato più clamoroso rimane la squalifica di dieci mesi per l’allenatore della Juventus campione d’Italia, Antonio Conte, condannato per due omesse denunce risalenti alla sua esperienza sulla panchina del Siena. Inizialmente, il club della famiglia Agnelli ha sciorinato una strategia processuale all’insegna dello scontro frontale. Per quanto giovane, il presidente Andrea Agnelli fatica a liberarsi di un revanscismo nato con i due scudetti tolti ai bianconeri per Calciopoli e proseguito con una richiesta di danni alla Figc per 400 milioni di euro, una somma pari ai trasferimenti di un anno dallo Stato alle 45 federazioni sportive nazionali. Quando qualcuno ha convinto Agnelli a fare meno il tifoso e a non trasformare il calcioscommesse in un processo alla Juve, la Vecchia Signora ha cambiato linea difensiva. Sono arrivate così le assoluzioni di Simone Pepe e, soprattutto, del titolare della Nazionale di Prandelli, Leonardo Bonucci, un capitale tecnico ed economico molto consistente. Conte, che era stato costretto a patteggiare dalla società, passa al giudizio di secondo grado in Corte Federale con scarse speranze di assoluzione e concrete aspettative di sconto. Se tornasse sulla panchina bianconera all’inizio del 2013 non ci sarebbe da stupirsi.

In 60 mila allo stadio, per costruirlo

La legge bipartisan sugli stadi forse ce la fa a passare(leggi qui). A settembre va in terza lettura al Senato, dopo un blocco di tre anni alla Camera dovuto in larga parte ai tentativi di emendamento del presidente laziale e latinista Claudio Lotito. Emendamenti pro domo sua, absit iniuria verbis. «La legge sugli impianti sportivi», dice il senatore Pdl Butti, che dà il nome al provvedimento insieme al deputato Pd Giovanni Lolli, «sarà approvata entro l’anno. Non è una legge per speculatori, non è un ladrocinio legalizzato di denaro pubblico come Italia ’90 e non sono previste deroghe ai vincoli urbanistici. Se questo fa arrabbiare qualche presidente, pazienza. A regime, la legge creerà 60 mila posti di lavoro». Il nuovo stadio della Lazio avrà dunque vita dura visto che la zona prescelta è in Val Tiberina, sui terreni a rischio idrogeologico di Cristina Mezzaroma in Lotito e del fratello Marco Mezzaroma in Mara Carfagna, coinvolti nella gestione della Salernitana del multiproprietario Lotito.  L’Udinese sarà il primo club ad affiancare la Juventus nello sviluppo di un nuovo impianto. All’inizio di agosto Gianpaolo Pozzo ha firmato l’accordo con la giunta comunale per la ristrutturazione del “Friuli” entro il 2014. Un accordo simile sembra in dirittura di arrivo tra Aurelio De Laurentiis e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, alla guida di una giunta che perde pezzi come il San Paolo. A settembre la Roma annuncerà il fortunato estratto fra gli oltre 80 lotti di terreno offerti dai palazzinari della Capitale impantanati nella crisi del real estate. Il gruppo dei possibili vincenti si è già ridotto a meno di una decina di aree dopo una prima selezione dell’advisor immobiliare Cushman & Wakefield. All’ultimo minuto, l’Eni ha proposto l’ex Gazometro che ha il merito di essere centrale e in una zona (Ostiense-Testaccio-Garbatella) dove i laziali sono rari come i panda. Il problema sta nei lavori di bonifica, stimati in una cifra astronomica (200 milioni di euro). Inoltre i lavori in piena città paralizzerebbero il sud di Roma per quattro anni. Il sindaco Gianni Alemanno preferisce Tor di Valle (proprietà del costruttore Parnasi), già collegata dalla linea ferroviaria Roma-Lido. La scelta finale sarà frutto di una mediazione tra il Campidoglio e il futuro presidente romanista Jim Pallotta. Per ora, il nuovo stadio ha fatto il miracolo di distendere i rapporti Roma- Juventus magari anche perché Cushman & Wakefield appartiene al gruppo Exor, la holding che è principale azionista della Fiat e della Vecchia Signora. Al clima da intesa cordiale resiste mister Zdenek Zeman, mangiatore di bambini juventini e critico sul fatto che Conte continui ad allenare la Juve anche se non siede in panchina. Nuovo stadio in vista anche per il Cagliari a Quartu Sant’Elena, dove sarà ristrutturato il vecchio impianto di Is Arenas, e per la Sampdoria neopromossa dei Garrone. L’usato, per lo più, prevale sul nuovo. Tra le eccezioni c’è l’Inter in formato Repubblica popolare cinese del presidente Massimo Moratti e del figlio vicepresidente Angelomario detto, con lungimiranza, Mao. La China Railway Construction dovrebbe costruire l’impianto dei nerazzurri, mentre altri investitori cinesi ancora da individuare entreranno nel capitale del club più in rosso d’Italia (quasi 1,5 miliardi di euro di perdite sotto la gestione Moratti) con una quota tra il 15 e il 30 per cento.

Cinesi, americani e fabbrica di debiti

Con conti economici e stati patrimoniali da retrocessione, i club di serie A sperano nei cavalieri bianchi, o di qualunque colore eventuale, in arrivo dall’estero con container di denaro al seguito. I sogni sono duri a morire. Finora l’unico zio d’America, Tom Di Benedetto della Roma, è arrivato per tagliare stipendi (da 101 a 80 milioni di euro). L’unico mezzo oligarca russo, Yuri Korablin, bivacca a Venezia, dove la squadra è appena riuscita a salire dalla serie D alla Seconda divisione di Lega Pro, l’ex C2. Non proprio il Chelsea di Roman Abramovich. La quota libica nella Juve è svanita dopo il crollo della famiglia Gheddafi. I cinesi, anche quelli interisti, sono businessmen poco inclini allo sperpero. Gli arabi che dovevano entrare nel Palermo di Maurizio Zamparini sono diventati una gag da Ficarra&Picone e anche gli emiri interessati a una fetta di Milan non hanno ancora trovato un motivo valido per comprare una quota di minoranza in una società in perdita dove non conterebbero nulla e dove, presidente o non presidente, trapiantato o calvo, da 26 anni comanda sempre lo stesso. I capitali esteri non salveranno la serie A. Del resto non hanno salvato, anzi, hanno devastato la Premier League che ha tolto alla serie A il titolo di campionato più bello a costo di un indebitamento mostruoso. L’ultima Review of Football Finance curata da Deloitte lo stima in 2,4 miliardi di sterline (oltre 3 miliardi di euro) contro i 2,6 miliardi della serie A. Quanto alla Liga, è tecnicamente fallita. I finanziamenti del consorzio Bankia presi dalla Bce e girati ai top club spagnoli rappresentano uno dei maggiori scandali finanziari del 2012. I trionfi mondiali ed europei della nazionale di don Vicente Del Bosque passano attraverso un indebitamento che supera i 3,5 miliardi di euro. Di questi, oltre 2 miliardi derivano dalle follie di mercato dei top club come Real Madrid (589 milioni di debiti), Barcellona (578 milioni), Atlético Madrid (514 milioni) e Valencia (382 milioni). Tuttavia, il tifoso se ne frega della finanza. Il calciomane italiano è scontento solo perché, sul piano tecnico, le squadre inglesi, il Barça, il Real che ha suonato il Milan in amichevole estiva, sono fuori dalla portata delle nostre squadre, salvo difendere in undici sulla linea di porta. Detto che i nuovi stadi comporteranno un aumento consistente dell’indebitamento lordo, è anche vero che la nuova autarchia potrebbe essere un’opportunità per lavorare al rilancio, se il fair-play finanziario promosso da Michel Platini aiuta il sistema del calcio continentale a ritrovare un minimo di equilibrio tra poveri ma intenditori e scialacquatori incompetenti. Intanto, prosegue il valzer degli addii.

Uscenti ed emergenti

Quest’anno la rubrica “ci hanno lasciato” è ricca di nomi. Zlatan Ibrahimovic, Thiago Silva, Ezequiel Lavezzi, Fabio Borini sono gli scappati eccellenti. Da qui alla chiusura del mercato a fine agosto potrebbero essercene altri. La novità è che persino la Francia è diventata un concorrente, grazie al Psg dei principi del Qatar, la famiglia al Thani (145 milioni spesi soltanto per Thiago, Ibra e il brasiliano Lucas). Per tenere buoni i tifosi, i presidenti nostrani fanno la faccia triste e allargano le braccia. In realtà, non vedevano l’ora che qualcuno li liberasse dal ricatto finanziario delle star superpagate. Silvio Berlusconi ha dato la scossa più forte con un taglio degli ingaggi da 190 a 130 milioni di euro. La figlia Barbara, erede designata agli affari rossoneri, ha unito l’utile al dilettevole sgombrando Milanello dai rivali del fidanzato Pato. L’Inter è talmente giovanilista da avere confermato in panchina l’ex allenatore della Primavera romanista Andrea Stramaccioni. La serie A ha quindi accettato il ruolo di mercato secondario e si è buttata sui giovani, non necessariamente italiani. Nel giro di poche settimane lo slogan si è diffuso nell’intera Lega calcio. Il mantra di tutti è diventato Moneyball, un film dell’anno scorso con Brad Pitt e Philip Seymour Hoffman. La trama, ispirata a una storia vera, racconta di una squadra di baseball che ingaggia per un pugno di dollari un gruppo di giocatori incompresi e li valorizza. Messa così, sembra facile. Molti incompresi sono tali a buon diritto e non sempre i giovani mantengono le promesse. Le maggiori aspettative sono su Mattia Destro. L’attaccante comprato dalla Roma è stato l’uomo-mercato. Occhio anche a Ciro Immobile (Genoa), di scuola zemaniana, e a Luis Muriel, l’ennesimo acquisto che procurerà plusvalenze multimilionarie all’Udinese. Ma il vero colpo l’ha fatto il Napoli prendendo dal Pescara Lorenzo Insigne, seconda punta alta 163 centimetri, 21 anni, made in Naples. Sul Golfo i profeti in patria sono rari (Totonno Iuliano, i fratelli Cannavaro, Ciro Ferrara) ma su Insigne si può scommettere anche senza il trucco. Un italiano così forte a 21 anni non si vedeva da parecchio. Il problema sarà tenere lui e gli altri a giocare in serie A per più di un paio di stagioni. (gianfrancesco turano)

Dr. Pulvirenti e Mr WindJet

Tra i miracoli del calcio c’è quello di Antonino Pulvirenti. In veste di presidente del Catania calcio, fino alla fine di luglio l’imprenditore di Belpasso ha tenuto conferenze stampa e incontri col sindaco Raffaele Stancanelli sul nuovo stadio dei rosazzurri. L’impianto costerà 90 milioni di euro e sarà realizzato al quartiere del Librino, in zona aeroporto. Quello stesso aeroporto dove, dal 12 agosto, hanno smesso di atterrare i voli della Wind Jet di Pulvirenti con 300 mila persone bloccate a terra e 500 dipendenti della compagnia aerea a rischio disoccupazione. La storia ha dell’incredibile solo per chi ignora il potere salvifico e il privilegio di immunità che si accompagna alla presidenza di una squadra, meglio se di serie A. Così sui quotidiani tengono banco le polemiche tra il management Wind Jet, l’Alitalia che chissà perché dovrebbe salvare la compagnia siciliana, l’altrettanto siciliano Vito Riggio, numero uno dell’ente dell’aviazione civile (Enac), e le associazioni dei consumatori che sottolineano l’ennesimo caso di crisi del low cost alla vigilia delle vacanze estive. Ma basta andare alla pagina dello sport e ci si può informare sul vivace calciomercato del Catania, con otto acquisti a fronte di quattro cessioni. E mancano ancora un rinforzo difensivo e un centrocampista. Eppure Wind Jet e Catania sono controllate dalla stessa holding, la Finaria, a sua volta posseduta al 90 per cento da Pulvirenti. Per Finaria, che ha 348 milioni di ricavi consolidati nell’ultimo esercizio disponibile (2010) con un utile netto di 3 milioni, la compagnia aerea rappresenta circa due terzi dell’attività di gruppo con una perdita di 3 milioni. Altri 100 milioni di euro vengono dai supermercati della Meridi e 55 dal Catania che ha chiuso la stagione 2010-2011 con risultati in crescita e un utile di 6,5 milioni ottenuto grazie a una politica di mercato concentrata su giocatori argentini da lanciare. Lanciati anche l’allenatore Vincenzo Montella, passato alla Fiorentina dei Della Valle, e il direttore sportivo Pietro Lo Monaco, che si è messo in proprio acquistando il Messina in serie D. I passeggeri Wind Jet si sono invece lanciati a loro spese ricomprando il biglietto a caro prezzo (g.t.)

L’analisi di Boeri

A giudicare dal debito astronomico delle squadre di serie A e B, dal calo delle presenze negli stadi e dal sempre minor numero di star internazionali che giocano nel nostro campionato, il calcio è oggi in una crisi ancora più profonda di quella che da tempo affligge l’economia italiana. Necessiterebbe forse di un esecutivo tecnico che faccia quelle cose che gli organi di governo del calcio non sono riuscite a fare in tutti questi anni: ridurre il numero di squadre professionistiche, imporre davvero il risanamento dei loro bilanci come condizione per l’iscrizione ai tornei e reprimere duramente l’illecito sportivo, tuttora dilagante. Sono tutte misure fondamentali per ridare credibilità al calcio ed evitarne il fallimento. Ma c’è già stata una breve stagione di commissariamento del nostro sport più popolare, dopo lo scandalo di Calciopoli. E a parte per il fatto di essere stata quella in cui l’Italia ha vinto i mondiali di Germania, questa stagione difficilmente verrà ricordata come un momento di svolta. Tutto è rimasto come prima. Inoltre c’è sempre il problema che si incontra ogniqualvolta si ricorre a soluzioni di governance transitorie, giustificate dall’emergenza: cosa accadrà dopo? È, dopotutto, lo stesso interrogativo che ostacola gli sforzi del governo Monti di ridare credibilità al nostro Paese. Per il calcio allora è bene pensare, più che a esecutivi tecnici, a cambiamenti permanenti nelle strutture di governo, aprendole maggiormente a ciò che oggi rappresenta forse l’elemento più vitale della nostra industria del calcio: il fortissimo interesse che continua a raccogliere tra gli italiani e la realtà vitale del calcio dilettantistico. Tre italiani su quattro si dichiarano interessati o molto interessati al calcio, 32 milioni di nostri connazionali seguono la nazionale, 28 milioni la serie A, 26 milioni la Champions League, mentre si giocano nella penisola la bellezza di 600 mila partite regolamentari ogni anno, più che nel Regno Unito, la culla del football moderno. Oggi ai vertici del calcio italiano c’è una struttura duale. Da una parte, c’è la Federazione Italiana Giuoco Calcio (Figc) che rappresenta, almeno in linea di principio, gli interessi più generali e che, almeno sulla carta, dovrebbe regolamentare lo sport e vigilare sul rispetto delle regole. Dall’altra parte, c’è la Lega Nazionale Professionisti nelle sue varie articolazioni, che dovrebbe sulla carta occuparsi di migliorare il clima competitivo e creare maggiore interesse attorno al nostro Campionato. La Lega, in realtà, è una struttura di autogoverno la cui funzione principale è divenuta quella di gestire, per conto delle squadre iscritte al Campionato, le aste per la cessione dei diritti tv. Di fronte al calo vistoso delle risorse pubbliche per le attività sportive e alla crescente importanza dei diritti tv nelle entrate delle squadre, la Lega è diventata oggi l’organo di governo più importante per il calcio professionistico. Questo è un problema perchè la Lega rappresenta solo una componente del calcio e certo non tiene conto degli interessi generali e delle ricadute che il pallone ha sulla società e l’economia italiana. La Lega, ad esempio, è stata sempre molto timida nel condannare gli illeciti sportivi di cui si sono rese protagoniste diverse squadre, a partire dai loro vertici. Inoltre la Lega ha dimostrato in tutti questi anni di non essere in grado di prendere decisioni, a partire dal rinnovo delle sue cariche direttive. Il suo presidente è ancora Maurizio Beretta nonostante sia da tempo dirigente Unicredit. Bisogna dunque superare questa struttura duale rendendo la Figc l’unica autorità di regolamentazione del calcio. Bene in questa riforma, prevedere come in altri paesi il coinvolgimento nella governance del calcio anche di quegli stakeholder che sin qui sono stati tenuti rigorosamente fuori dagli organi decisionali, vale a dire gli appassionati di calcio, premiando coloro che vanno allo stadio, pur non facendo parte di alcun gruppo di tifoseria organizzata. Questi sostenitori non organizzati dovrebbero essere dotati di una tessera del «bravo tifoso». Non mi riferisco alla tessera del tifoso introdotta dall’ex-ministro Maroni, che si è presto rivelata una sorta di card dei gruppi organizzati; ma di una tessera per i singoli tifosi che vanno pacificamente allo stadio, come la fidelity card proposta dal ministro Cancellieri. La tessera dovrebbe attribuire il diritto di eleggere dei propri rappresentanti ai vertici della Figc. Perché è vero che gli individui possono sempre votare con i piedi, in questo caso cessando di andare allo stadio, ma nella realtà attuale del calcio in Italia, si tratterebbe di un’arma spuntata. Dopo Calciopoli le presenze allo stadio delle squadre coinvolte sono fortemente diminuite, ma la delusione degli spettatori che cessano di andare allo stadio rischia di passare inosservata, perché i redditi da stadio occupano una piccola fetta nei fatturati delle squadre italiane. Se imponessimo alle società di calcio di avere dei bilanci più trasparenti, spingendole ad aumentare i ricavi da stadio, anche le reazioni degli spettatori alla corruzione servirebbero come «disciplining device», imponendo alle società comportamenti diversi. Un altro modo di coinvolgere gli appassionati di calcio consiste nell’aprire la struttura proprietaria ai sostenitori, come nella Bundesliga dove il 50,1 per cento della proprietà deve essere nelle mani di un’associazione sportiva fortemente radicata sul territorio, il cui voto è fondamentale per la nomina degli organi sociali. In Italia solo la Fiorentina ha aperto in modo permanente le riunioni dei propri organi sociali alle istituzioni locali. Un altro modello da cui si potrebbe trarre spunto è quello di alcune squadre della Liga spagnola (tra cui Real e Barcellona) che permettono ai tifosi di diventare soci e di votare. Quale che sia il modello adottato, è fondamentale che nelle scelte delle società pesino di più le esigenze degli appassionati, troppo spesso del tutto ignorati nelle scelte sui calendari e presi in giro nelle campagna di abbonamento con promesse mai realizzate. Dare più peso agli appassionati non organizzati significa anche isolare le tifoserie organizzate che sono oggi l’unico referente delle società e che troppo spesso hanno tenuto sotto scacco i presidenti delle squadre minacciandoli di organizzare disordini allo stadio, inevitabilmente sanzionati con multe a carico delle società.

Fuori gioco. Calcio e potere. Da Della Valle a Berlusconi, da Preziosi a Moratti. La vera storia dei presidenti di Serie A. I presidenti sgomitano, attaccano, fanno gol o li subiscono, tra affari, cordate e lobby, patti di sindacato, banche e giornali, operazioni immobiliari e finanziarie, rapporti con la politica, in tribuna e fuori dallo stadio. La trama del potere vista attraverso il calcio passa dalla Prima alla Seconda Repubblica, da Andreotti a Berlusconi, da Geronzi a Profumo.

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Gli scandali alla rovescia

 

Ci si indigna perché Lucio, diventato juventino, fa lo juventino. Ubbidisce al padrone, esattamente come Alfano…

Lo sport, o quello che ancora chiamiamo così, non cessa di mandare segnali di fumo poco sportivi e molto politici. Una metafora continua che dimostra quanto sia poco sportivo quel mondo e sia invece vuoto e riempibile l’assetto sociale di cui il primo fa parte. La disciplina olimpica più praticata è quella del servilismo, intesa come gara a chi fa più in fretta ad attaccare l’asino dove vuole il padrone. È stata evocata per Lucio, il centrale brasiliano che dopo tre anni di Inter è passato a fine contratto alla Juventus sub specie Pirlo (e non è escluso che la riuscita possa essere analoga). La sua prima dichiarazione è stata anti-Inter, per gli scudetti che secondo Andrea Agnelli e a questo punto simultaneamente anche secondo il suddetto macrostelo della difesa “sono 30” per la rabbia di Moratti. Il tutto nella querelle senza querela su Calciopoli. Apriti cielo: il giocatore è stato subito accusato di opportunismo, cattivo gusto e “dipendenza di giudizio ed espressione”.

L’ultimo virgolettato nobile e riassuntivo è mio e temo vada bene anche e soprattutto per la gens Angelina, ossia gli Alfani che adesso “sparano” contro la Minetti che deve mollare il consiglio regionale lombardo dopo che per anni l’incantevole Crudelia De Mon aveva curato l’igiene dentale dei consiglieri all’ombra del celeste Formigoni e delle sue camicie hawaiane. Contro Nicole Minetti , interprete rigorosa del mantra di Arcore ed eponima di un’epoca andata via di culo e di bolina, si è scatenato tutto l’entourage del rinnovato Satrapo, che vuole rivestire un potere esibito fino a ieri in perizoma. Ma sembra quasi che la frase smozzicata di Lucio sia il peggio, per un giornalismo per nulla sportivo abituato a crocifiggere eroi o simileroi del campo per una frase infelice. Nel caso del lungagnone passato da Milano a Torino, poi, da parte sua pare semplicemente un dovere d’ufficio, una specie di comunicato stampa. Ma su queste cose la stampa di settore è appunto inflessibile, e si divide con il solito tifo d’accatto nel derby d’Italia delle magagne.

Che una – la Juve – ha pagato, e in modo discutibilissimo , e l’altra – l’Inter – invece no in una furia prescrittiva degna del miglior Berlusconi (e il cerchio quasi quasi si chiude). Ritengo che tutto ciò sia grave, anche se consueto. Invece che dibattere sull’autonomia di pensiero del Lucio, sarebbe più logico dolersi della mancanza di stile di Agnelli jr nei confronti di Del Piero, liquidato come un’auto da rottamare. Pensate: Conte non gli ha certamente usato alcun trattamento di favore in una stagione culminata a sorpresa in uno scudetto, ma Del Piero è stato “la” Juve anche in questa occasione. Adesso che è stato costretto ad andarsene almeno come “ex top-player” (mamma mia, come si parla male…), davvero non lo si poteva incensare come meritava? La memoria è un diritto e un dovere, e se esercitata in un contesto positivo è un regalo per tutti.

La stessa stampa intignata su Lucio sembra fregarsene degli esiti di Scommettopoli. Attenzione scarsa, notizie in piccolo, domande rarefatte. Proviamo a farne qualcuna. I contratti dei giocatori ritenuti colpevoli dalla giustizia sportiva sempre dopo e mai prima delle indagini di quella ordinaria, sono ancora validi o sono stati rescissi? Non so, un Doni, per esempio, e gli altri a scalare ma non di importanza minore perché ancora in cartellone in A e in B. Se non fossero stati rescissi, malgrado le sentenze, la domanda potrebbe essere: perché no? Perché assisteremmo al festival del ricatto incrociato tra calciatori, tecnici, presidenti, dirigenti, addetti ai lavori, scommettitori ecc.? E perché Palazzi e i suoi, il mitico Palazzi di tutti questi anni con un commovente passato da “porto delle nebbie” sportivo e geopolitico giacché sempre di Roma si tratta, anche se non esattamente di Piazzale Clodio, differenziando le sentenze stanno facendo in modo che cominci il prossimo campionato senza vera luce su tutto lo scandalo?

In queste settimane, girando l’Italia la voce comune a tutti gli addetti che ho raccolto è che lo scandalo delle scommesse sia un bubbone dieci volte più grosso di quello che ci fanno credere, e ciò rimanda a mesi fa, quando il Procuratore capo di Cremona, Di Martino, invocò poco più che metaforicamente una sorta di “amnistia” per un ambiente eticamente e in parte anche legalmente polverizzato. Invece, vedrete che anche questa volta, come e meno che per Calciopoli (visti gli strascichi di un summum jus summa iniuria in calzoncini che ha avuto del grottesco) finirà con la frittura di pesci piccoli, senza speranze per una palingenesi futura. Del resto per li rami il boss planetario del calcio, il reprensibilissimo Sepp Blatter, non ha appena accusato di raggiri l’attribuzione alla Germania dei Mondiali 2006? E lui non c’entrava? E Platini che predica il fair play finanziario mentre vicino a casa sua, a Parigi, lo sceicco del Psg fa compere sceiccose dal Milan e da chiunque?

Per fortuna che in tempi di ritiri Totti salva anziani e bambini attraverso il suo cane Ariel, mandato in gol a Civitavecchia mentre lui faticava con Zeman. E “per fortuna che c’è il Riccardo”, alla Gaber, cioè il ciclismo, il Tour de France e il Tour della Mapei. Nel primo fioccano i chiodi da tappezziere che appiedano i corridori in un festival di forature con clavicole rotte, mentre si indaga sui risvolti “politici” dell’attentato che irrimediabilmente macchierà comunque l’immagine dello sport dopato, ma tradizionalmente corretto nei suoi suiveurs. Nel secondo, dove i chiodi sono tutti per gli italiani, due pedalatori di gran lena aggrappati allo Stelvio richiamano l’attenzione delle folle: nel-l’ordine l’ex tycoon del ciclismo Mapei, ora presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, e il grimpeur Romano Prodi. Loro vanno in bici, Berlusca corre (cammina) a piedi, il Paese è fermo anzi arretra e tutti attaccano il famoso asino. Ebbene sì, preferisco la Minetti.

Oliviero Beha

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