Lettera choc di un giovane calciatore italiano: “Lascio il calcio. Ecco perché”

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Pubblichiamo integralmente la lettera di un calciatore di 18 anni che ha deciso di smetterla con il calcio, “sentendosi straniero in Italia”. Lui è Filippo Cardelli, promettente giocatore della Primavera della Lazio. Il primo a rompere il muro del silenzio che aleggia nel mondo del calcio. Filippo ha aperto uno scenario destinato a scoperchiare tante cose. Mentre i campioni delle Serie A guadagnano cifre importanti, che consentono loro di vivere tra i lussi, l’esperienza di Filippo dimostra come le cose siano ben diverse nel settore giovanile. Parole forti, dure. Parole che fanno riflettere. Continue Reading


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Il Real Madrid è la squadra di calcio più ricca del Mondo

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Il Real Madrid si conferma, per l’undicesimo anno consecutivo, il club con il fatturato più alto al mondo con 577 milioni di entrate nel 2014/15. Una manciata di milioni dietro il Real, secondo la classifica dei club calcistici con i maggiori ricavi a cura di Deloitte, ecco il Barcellona, forti del trionfo in Champions League, con ricavi oltre quota 560 milioni. A chiudere il podio troviamo il Manchester United con 519.5M. E’ la prima volta che i primi tre club in classifica hanno tutti superato i 500 milioni di fatturato.

Delle prime dieci società, la metà gioca nella Premier League. Secondo la ricerca di Deloitte, i 20 club più ricchi del mondo hanno generato introiti superiori ai 6,6 miliardi di euro con un aumento dell’8% rispetto alla stagione precedente. Continue Reading

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Il papà della Coppa del Mondo

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La Coppa del Mondo ha un Dna milanese: dal padre, lo scultore oggi 94enne Silvio Gazzaniga, alla casa dove è nata la GDE Bertoni, alle porte della città. Il trofeo è alto 36,8 cm e pesa poco più di 6 kg. L’originale è in oro fuso a cera persa, è vuoto al suo interno e alla base presenta due bande verdi di malachite, che rievocano il colore del campo da gioco. La coppa originale è custodita a Zurigo dalla Fifa che la consegna alla squadra vincitrice nella cerimonia di premiazione per poi essere sostituita con una copia che rimane ai vincitori.

Con le sue mani ha creato l’oggetto del desiderio di ogni uomo. Quello che con regolare cadenza quadriennale diventa il più ambito e che, brillando nelle notti magiche, per una volta riesce nell’impresa di spiegare il senso di un pallone che rotola anche a mogli e fidanzate. I Mondiali sono una cosa democratica. Grazie anche a quella colata d’oro massiccio a 18 carati, alta 36,8 centimetri per un peso netto di sei chili e 175 grammi.

Silvio Gazzaniga, 94 anni, è il papà della Coppa del Mondo. La disegnò nel ’71 su incarico della ditta di Paderno Dugnano GDE Bertoni, dove fino a metà degli Anni 90 è stato direttore artistico. E dove ancora ricordano il Maestro per l’innato istinto a insegnare le cose che faceva. Per come combatteva per le sue idee e, nelle forme, era già moderno 40 anni fa. In un calderone di 53 proposte da tutto il mondo, il 5 aprile del 1971, la Fifa sceglie le mani del sciur Gazzaniga per la nuova coppa. L’anno prima il Brasile, vincendo la sua terza Rimet creò un’emergenza pratica. Dopo tre titoli conquistati avevano il diritto di tenersi in patria il trofeo senza doverlo più rimettere in gioco nell’edizione successiva.

“In testa avevo l’immagine dello sportivo che vuole conquistare il trofeo, l’uomo che diventa gigante grazie alla vittoria sul campo tanto da poter stringere il mondo fra le sue braccia” racconta sempre quando gli chiedono come è nata quell’icona planetaria. Il bozzetto uscì di getto in poche ore, al primo tentativo. Fu l’unico presentato a Zurigo con una dimensione fisica. Per rendere la plasticità del gesto, Gazzaniga realizzò un modello a dimensioni naturali in plastilina. Per scolpirla impiegò una settimana. In cambio, nessun compenso ma una vetrina mondiale. Il 7 luglio del ’74, Franz Beckenbauer, capitano della Germania è il primo ad alzarla verso il cielo di Monaco di Baviera. Negli anni successivi passò in buone mani: da Zoff a Maradona, da Ronaldo a Zidane. Anche se lui sognava che l’alzasse Pelè.

Per la Fifa vale 300 mila euro, ma a livello emozionale molto di più. L’ha restaurata varie volte, la conosce millimetro per millimetro e non avrebbe mai cambiato il minimo dettaglio. Gazzaniga è a tutti gli effetti il re di coppe. Oltre al titolo più prestigioso, ha creato anche la Coppa Uefa per club e la Supercoppa europea. Poi le Coppe del mondo di baseball, volley e pure di bob. E, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ha disegnato i suoi ultimi pezzi: il trofeo per la Coppa Italia, quello per il Giro d’Italia e per il Gran Premio di Monza.

Devoto a Michelangelo e alla sua Pietà (la Rondanini che incarna il corpo a corpo con la materia da plasmare), milanista fedele nonostante il covo di interisti in famiglia, sciatore mancato. Timido, al punto di non presenziare mai alla consegna della (sua) coppa. In gioventù, gli studi alla Scuola d’arte applicata Umanitaria, poi alla Superiore del Castello Sforzesco, sempre a Milano. É lì che si specializza come orafo e gioielliere. É lì che nasce la sua naturale avanguardia verso quelle coppe pregiate. Per cui ha speso ogni giorno della sua vita, dai 16 anni sino ai 90 anni compiuti, impassibile anche alle guerre. In bacheca si è messo un Ambrogino d’Oro (per il ruolo di artista contemporaneo a Milano), il titolo di Commendatore della Repubblica (nel 2012). Ma quello a cui Gazzaniga tiene di più lo ha sempre nel suo studio formato modellino, accanto a un ritratto della moglie Elsa, sposata più di 60 anni fa. La sua “bambina”, così lo chiama. Che non morirà mai. Per questo hanno re-inciso a spirali i nomi delle squadre vincitrici.


(Fonte Il Corriere della Sera del 15 Giugno 2015)

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Perché oggi qualcuno dovrebbe investire nel calcio italiano?

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Perché qualcuno dovrebbe investire in una squadra di calcio? Ormai sorpassato il modello italiano che confidava nella visibilità mediatica, resta una sola risposta: “per fare soldi”. Ma ciò implica che le società siano gestite in modo economicamente sostenibile. Club che danno il buon esempio.

IL MODELLO DI BUSINESS NEL CALCIO

Il Parma è finalmente tornato a giocare, dopo due giornate in cui le sue partite erano state rinviate. Una buona notizia, che però non risolve la crisi finanziaria del club e che lascia inalterati i dubbi sulle sue prospettive future. Molte sono le domande poste in questi giorni. Come è stato possibile accumulare perdite così elevate senza che nessuno se ne accorgesse? Come è stato possibile che il club sia stato venduto due volte in poche settimane a investitori palesemente non in grado di risanare la società?
Forse conviene però partire da un’altra domanda: perché oggi qualcuno dovrebbe investire risorse nel Parma o in altro club italiano? Ci sono due possibili ragioni. La prima è fare soldi. È la ragione per la quale James Pallotta ha acquistato la Roma e Erik Thohir l’Inter. Non sappiamo se riusciranno oppure no, ma quella è la loro intenzione. Lo stesso discorso vale per gli azionisti del Manchester United, del Liverpool e di altre squadre inglesi.
Per fare profitti occorre avere un piano industriale che passa quasi inevitabilmente da uno stadio di proprietà, al fine di aumentare i ricavi, e da una gestione oculata del marchio e del merchandising. I club italiani su questo sono molto indietro rispetto a quelli inglesi e tedeschi e si affidano invece in larghissima parte ai ricavi generati dai diritti televisivi. Occorre anche ridurre i costi, specialmente quelli dei calciatori, e ciò significa comprare giocatori giovani o sottovalutati, talenti che giocano in campionati meno conosciuti. Presumibilmente il numero di stranieri crescerà, a scapito della performance della Nazionale.
L’altra ragione è la visibilità mediatica, con i vantaggi che essa porta. Questo era il modello che prevaleva in Italia in passato. Negli anni Settanta, però, gestire una società calcistica non era troppo complesso. Le società erano proprietarie dei cartellini dei giocatori e quindi pagavano stipendi relativamente bassi. Giampiero Boniperti gestiva tutti i contratti della Juventus in un pomeriggio a Villar Perosa. Mino Raiola, il re dei procuratori, non avrebbe avuto un futuro radioso in quel mondo. I calciatori dovevano aprire un’attività a fine carriera perché i soldi non sarebbero bastati per garantire un alto tenore di vita fino alla vecchiaia, tranne poche eccezioni. Certo, le società avevano anche ricavi molto più bassi dalle tv (anzi, dalla Rai, che era l’unico possibile acquirente dei diritti televisivi) e non c’erano gli sponsor (anzi, era proibito averne). La situazione si è rovesciata da allora. Le società hanno moltiplicato i ricavi grazie alla concorrenza tra le televisioni, ma anche i costi dei calciatori sono lievitati grazie al fatto che sono padroni di legarsi contrattualmente a chi vogliono. In questo nuovo contesto, il presidente “ricco scemo” non esiste più o, se esiste, poi lascia una situazione economica complicata dietro di sé.
Nei campionati americani di basket, baseball o football (Nba, Mlb, Nfl) regna indiscusso il primo modello, quello basato sui profitti. Il numero di squadre è chiuso, non ci sono retrocessioni e per avere l’ingresso di un nuovo club occorre che ci sia un nuovo mercato e un piano industriale credibile. In questa ottica avrebbe ragione Claudio Lotito, il presidente della Lazio: Carpi, Frosinone e Latina non potrebbero stare in serie A senza indebolirla economicamente. Questo modello ha vantaggi economici chiari, ma un evidente svantaggio: la mancanza di retrocessioni e promozioni toglie interesse a molte delle partite. Per fortuna non c’è alcun bisogno sradicare le nostre tradizioni. Nella Premier League gioca il piccolo Burnley senza che nessuno si lamenti. La ragione è che le squadre inglesi, per essere ammesse alle leghe professionistiche, devono avere stadi con certe caratteristiche, assicurare la sicurezza nello stadio e fare fronte in modo puntuale ai pagamenti. In altre parole, la gestione del club non può e non deve mettere in secondo piano l’aspetto economico rispetto a quello sportivo. Questo è quello che manca in molte società italiane: la capacità di gestire i club in modo economicamente sostenibile. I diritti tv e le (spesso fittizie) plusvalenze hanno finora impedito che i nodi arrivassero al pettine. La crisi del Parma ci mostra che questo problema non è più eludibile.

IL FUTURO DEL PARMA (E DELLA SERIE A)

Possiamo sperare in un futuro per il Parma e, più in generale, per il calcio italiano? I problemi sono enormi. Stadi brutti e poco accoglienti, spesso in balia del tifo organizzato, che non invogliano i tifosi a pagare il biglietto e riducono il valore del prodotto televisivo. Il merchandising penalizzato dal proliferare di magliette e gadget contraffatti. La mancanza di capacità manageriali applicate allo sport. Una Lega senza alcun potere di controllo e una Federazione indebolita dalle troppe gaffe del suo presidente, Carlo Tavecchio. Un’ipertrofica serie A con venti squadre. Ci sono tuttavia anche piccoli segnali di speranza. Fiorentina, Napoli e Torino negli anni passati sono fallite e hanno dovuto ripartire dalle categorie inferiori. Oggi sono arrivate agli ottavi di Europa League. Hanno dovuto cedere i loro migliori talenti a club più ricchi, ma grazie a ciò possono avere un futuro, magari con qualche soddisfazione. Il Parma retrocederà e i suoi tifosi passeranno anni amari, ma tutti sappiamo che nello sport le delusioni sono inevitabili. Solo che, per fortuna, si scordano in fretta.

(Fonte Fausto Panunzi – lavoce)

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Se il calcio italiano fosse una cosa seria

Lotito

Il presidente della Lazio Lotito, afferma nella telefonata a Pino Iodice, dirigente dell’Ischia: di aver detto ad Abodi, presidente della Lega di Serie B, di non far andare in Serie A club come Carpi o Frosinone che rovinerebbero la vendita dei diritti televisivi; che Maurizio Beretta, presidente della Lega di Serie A eletto e rieletto proprio dal cartello Lotito-Galliani, conta zero e non decide nulla. Se il calcio italiano fosse una cosa seria, Lotito andrebbe radiato per illecito e Abodi squalificato per omessa denuncia.

Se il calcio italiano, come scrive egregiamente oggi Paolo Ziliani su Il Fatto, fosse una cosa seria la Federazione sarebbe commissariata ormai da tempo e non dovremmo andare in giro per il mondo con un presidente (Tavecchio) squalificato per razzismo e inibito a prender parte a commissioni e congressi di sorta fino al 7 aprile; non dovremmo esibire un ct (Conte) che alla vigilia degli Europei 2016 sarà costretto a spiegare, in un’aula di tribunale, perché diceva ai suoi giocatori di pareggiare le partite, sempre che i suoi ragazzi non si fossero già accordati con gli avversari per perderle (“era dispiaciuto ma ci disse che comunque lui era con noi”, parola di Lanzafame, Gillet e Kutuzov) e perché tra Siena e Bari ha avuto qualcosa come 40 giocatori squalificati per una montagna di partite vendute; non dovremmo avere a che fare con un garante della giustizia (Palazzi) capace di trasformare ogni Belzebù in un cherubino del Giardino dell’Eden.

Se il calcio italiano fosse una cosa seria, non avrebbe permesso a un personaggio come Lotito di prendere piede, convinto di muoversi nella più totale impunità. Ora che ogni limite (di buon gusto, di buon comportamento, di buona educazione) è stato superato, sarebbe l’ora di porre fine a questa strazio di agonia intervenendo in tackle e commissariando il calcio. Tavecchio? Beretta? Lotito? Palazzi? E tutti i vari Kapò del calcio italiano? Basta!

Come disse Zamparini a Radio 24: “La Lega è un gruppo di 20 deficienti e Beretta ne è il degno capo: non sa niente, è inefficiente e immobile”.  In Italia calcio, politica, economia, tutto marcio e corrotto… forse forse, concedetemi l’amara battuta, se viene l’ISIS stiamo meglio…. loro riuscirebbero a dare “un taglio” al passato e a far tornare la serietà nel calcio italiano.

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