Stadi italiani sempre più vuoti e obsoleti

Spettatori in fuga (-9,8% rispetto al campionato 2008-2009), tassi di riempimento (55%) molto più bassi che in Germania (92%) e Inghilterra (94%). Ma il calcio è ancora lo sport più amato dagli italiani.

Il Censis ha pubblicato una ricerca dal titolo “Stadi belli e ben gestiti per rilanciare il calcio”, uno studio che sottolinea come l’attrattività degli impianti della serie A italiana è piuttosto bassa, se si considera il gran numero di appassionati che amano e seguono il calcio in Italia. Continue Reading


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Lettera choc di un giovane calciatore italiano: “Lascio il calcio. Ecco perché”

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Pubblichiamo integralmente la lettera di un calciatore di 18 anni che ha deciso di smetterla con il calcio, “sentendosi straniero in Italia”. Lui è Filippo Cardelli, promettente giocatore della Primavera della Lazio. Il primo a rompere il muro del silenzio che aleggia nel mondo del calcio. Filippo ha aperto uno scenario destinato a scoperchiare tante cose. Mentre i campioni delle Serie A guadagnano cifre importanti, che consentono loro di vivere tra i lussi, l’esperienza di Filippo dimostra come le cose siano ben diverse nel settore giovanile. Parole forti, dure. Parole che fanno riflettere. Continue Reading

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Perché oggi qualcuno dovrebbe investire nel calcio italiano?

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Perché qualcuno dovrebbe investire in una squadra di calcio? Ormai sorpassato il modello italiano che confidava nella visibilità mediatica, resta una sola risposta: “per fare soldi”. Ma ciò implica che le società siano gestite in modo economicamente sostenibile. Club che danno il buon esempio.

IL MODELLO DI BUSINESS NEL CALCIO

Il Parma è finalmente tornato a giocare, dopo due giornate in cui le sue partite erano state rinviate. Una buona notizia, che però non risolve la crisi finanziaria del club e che lascia inalterati i dubbi sulle sue prospettive future. Molte sono le domande poste in questi giorni. Come è stato possibile accumulare perdite così elevate senza che nessuno se ne accorgesse? Come è stato possibile che il club sia stato venduto due volte in poche settimane a investitori palesemente non in grado di risanare la società?
Forse conviene però partire da un’altra domanda: perché oggi qualcuno dovrebbe investire risorse nel Parma o in altro club italiano? Ci sono due possibili ragioni. La prima è fare soldi. È la ragione per la quale James Pallotta ha acquistato la Roma e Erik Thohir l’Inter. Non sappiamo se riusciranno oppure no, ma quella è la loro intenzione. Lo stesso discorso vale per gli azionisti del Manchester United, del Liverpool e di altre squadre inglesi.
Per fare profitti occorre avere un piano industriale che passa quasi inevitabilmente da uno stadio di proprietà, al fine di aumentare i ricavi, e da una gestione oculata del marchio e del merchandising. I club italiani su questo sono molto indietro rispetto a quelli inglesi e tedeschi e si affidano invece in larghissima parte ai ricavi generati dai diritti televisivi. Occorre anche ridurre i costi, specialmente quelli dei calciatori, e ciò significa comprare giocatori giovani o sottovalutati, talenti che giocano in campionati meno conosciuti. Presumibilmente il numero di stranieri crescerà, a scapito della performance della Nazionale.
L’altra ragione è la visibilità mediatica, con i vantaggi che essa porta. Questo era il modello che prevaleva in Italia in passato. Negli anni Settanta, però, gestire una società calcistica non era troppo complesso. Le società erano proprietarie dei cartellini dei giocatori e quindi pagavano stipendi relativamente bassi. Giampiero Boniperti gestiva tutti i contratti della Juventus in un pomeriggio a Villar Perosa. Mino Raiola, il re dei procuratori, non avrebbe avuto un futuro radioso in quel mondo. I calciatori dovevano aprire un’attività a fine carriera perché i soldi non sarebbero bastati per garantire un alto tenore di vita fino alla vecchiaia, tranne poche eccezioni. Certo, le società avevano anche ricavi molto più bassi dalle tv (anzi, dalla Rai, che era l’unico possibile acquirente dei diritti televisivi) e non c’erano gli sponsor (anzi, era proibito averne). La situazione si è rovesciata da allora. Le società hanno moltiplicato i ricavi grazie alla concorrenza tra le televisioni, ma anche i costi dei calciatori sono lievitati grazie al fatto che sono padroni di legarsi contrattualmente a chi vogliono. In questo nuovo contesto, il presidente “ricco scemo” non esiste più o, se esiste, poi lascia una situazione economica complicata dietro di sé.
Nei campionati americani di basket, baseball o football (Nba, Mlb, Nfl) regna indiscusso il primo modello, quello basato sui profitti. Il numero di squadre è chiuso, non ci sono retrocessioni e per avere l’ingresso di un nuovo club occorre che ci sia un nuovo mercato e un piano industriale credibile. In questa ottica avrebbe ragione Claudio Lotito, il presidente della Lazio: Carpi, Frosinone e Latina non potrebbero stare in serie A senza indebolirla economicamente. Questo modello ha vantaggi economici chiari, ma un evidente svantaggio: la mancanza di retrocessioni e promozioni toglie interesse a molte delle partite. Per fortuna non c’è alcun bisogno sradicare le nostre tradizioni. Nella Premier League gioca il piccolo Burnley senza che nessuno si lamenti. La ragione è che le squadre inglesi, per essere ammesse alle leghe professionistiche, devono avere stadi con certe caratteristiche, assicurare la sicurezza nello stadio e fare fronte in modo puntuale ai pagamenti. In altre parole, la gestione del club non può e non deve mettere in secondo piano l’aspetto economico rispetto a quello sportivo. Questo è quello che manca in molte società italiane: la capacità di gestire i club in modo economicamente sostenibile. I diritti tv e le (spesso fittizie) plusvalenze hanno finora impedito che i nodi arrivassero al pettine. La crisi del Parma ci mostra che questo problema non è più eludibile.

IL FUTURO DEL PARMA (E DELLA SERIE A)

Possiamo sperare in un futuro per il Parma e, più in generale, per il calcio italiano? I problemi sono enormi. Stadi brutti e poco accoglienti, spesso in balia del tifo organizzato, che non invogliano i tifosi a pagare il biglietto e riducono il valore del prodotto televisivo. Il merchandising penalizzato dal proliferare di magliette e gadget contraffatti. La mancanza di capacità manageriali applicate allo sport. Una Lega senza alcun potere di controllo e una Federazione indebolita dalle troppe gaffe del suo presidente, Carlo Tavecchio. Un’ipertrofica serie A con venti squadre. Ci sono tuttavia anche piccoli segnali di speranza. Fiorentina, Napoli e Torino negli anni passati sono fallite e hanno dovuto ripartire dalle categorie inferiori. Oggi sono arrivate agli ottavi di Europa League. Hanno dovuto cedere i loro migliori talenti a club più ricchi, ma grazie a ciò possono avere un futuro, magari con qualche soddisfazione. Il Parma retrocederà e i suoi tifosi passeranno anni amari, ma tutti sappiamo che nello sport le delusioni sono inevitabili. Solo che, per fortuna, si scordano in fretta.

(Fonte Fausto Panunzi – lavoce)

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Se il calcio italiano fosse una cosa seria

Lotito

Il presidente della Lazio Lotito, afferma nella telefonata a Pino Iodice, dirigente dell’Ischia: di aver detto ad Abodi, presidente della Lega di Serie B, di non far andare in Serie A club come Carpi o Frosinone che rovinerebbero la vendita dei diritti televisivi; che Maurizio Beretta, presidente della Lega di Serie A eletto e rieletto proprio dal cartello Lotito-Galliani, conta zero e non decide nulla. Se il calcio italiano fosse una cosa seria, Lotito andrebbe radiato per illecito e Abodi squalificato per omessa denuncia.

Se il calcio italiano, come scrive egregiamente oggi Paolo Ziliani su Il Fatto, fosse una cosa seria la Federazione sarebbe commissariata ormai da tempo e non dovremmo andare in giro per il mondo con un presidente (Tavecchio) squalificato per razzismo e inibito a prender parte a commissioni e congressi di sorta fino al 7 aprile; non dovremmo esibire un ct (Conte) che alla vigilia degli Europei 2016 sarà costretto a spiegare, in un’aula di tribunale, perché diceva ai suoi giocatori di pareggiare le partite, sempre che i suoi ragazzi non si fossero già accordati con gli avversari per perderle (“era dispiaciuto ma ci disse che comunque lui era con noi”, parola di Lanzafame, Gillet e Kutuzov) e perché tra Siena e Bari ha avuto qualcosa come 40 giocatori squalificati per una montagna di partite vendute; non dovremmo avere a che fare con un garante della giustizia (Palazzi) capace di trasformare ogni Belzebù in un cherubino del Giardino dell’Eden.

Se il calcio italiano fosse una cosa seria, non avrebbe permesso a un personaggio come Lotito di prendere piede, convinto di muoversi nella più totale impunità. Ora che ogni limite (di buon gusto, di buon comportamento, di buona educazione) è stato superato, sarebbe l’ora di porre fine a questa strazio di agonia intervenendo in tackle e commissariando il calcio. Tavecchio? Beretta? Lotito? Palazzi? E tutti i vari Kapò del calcio italiano? Basta!

Come disse Zamparini a Radio 24: “La Lega è un gruppo di 20 deficienti e Beretta ne è il degno capo: non sa niente, è inefficiente e immobile”.  In Italia calcio, politica, economia, tutto marcio e corrotto… forse forse, concedetemi l’amara battuta, se viene l’ISIS stiamo meglio…. loro riuscirebbero a dare “un taglio” al passato e a far tornare la serietà nel calcio italiano.

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Marco Bogarelli il padrone del calcio italiano

Marco Bogarelli

A Marco Bogarelli si possono fare molte critiche ma non contestargli la mancanza di ambizione: immagina stadi con 1.000 schermi connessi in wi-fi, per vedere statistiche e moviole, progetta di cancellare la Europa League per far giocare sei squadre italiane in Champions, ha detto alla Gazzetta dello Sport.

Bogarelli è il padrone del calcio italiano: presiede Infront Italy, 225 milioni di fatturato e 11,6 di utile, la società che si occupa di assistere la Lega Calcio nella vendita dei diritti tv ma anche di gestire l’immagine dei principali grandi club (l’ultimo accordo con l’Inter dell’indonesiano Erik Thohir che da Infront avrà 20 milioni all’anno garantiti) e delle grandi manifestazioni di sci, pallavolo, equitazione.

Braccio italiano della multinazionale Infront Sports & Media, presieduta da Philippe Blatter (nipote del Sepp della Federazione internazionale del calcio, la Fifa), la Infront Italy di Bogarelli ha un potere simile a quello dei grandi agenti televisivi, il lato imprenditoriale dello spettacolo è di sua competenza. A giugno ha chiuso un accordo molto discusso che garantisce alla Lega di Serie A 945 milioni di euro per il 2015 e il 2016 spartendo i diritti di trasmissione tra Sky e Mediaset. Il gruppo della famiglia Berlusconi esce sempre bene dai negoziati in cui è coinvolta Infront, i critici sostengono che questo dipenda dal passato di Bogarelli nel gruppo Fininvest e dal suo legame con Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan ora ridimensionato da Barbara Berlusconi.

Milanese, laureato alla Bocconi, 58 anni, Bogarelli è diventato la porta da cui bisogna passare per accedere ai tesori del calcio italiano. Lo sa bene il gruppo editoriale del Sole 24 Ore, controllato dalla Confindustria, che questa estate ha sviluppato un progetto ambizioso: cavalcare la popolarità della Nazionale di calcio per la promozione del made in Italy. Abbinare le missioni imprenditoriali nei mercati emergenti, dove l’Italia ha fascino, a partite degli Azzurri. La Nazionale ha 13 sponsor, dalla Tim alle Generali a Nutella. Molti sono già clienti della concessionaria di pubblicità del Sole 24 Ore che, però, ha pensato bene di affiancarsi a Infront nella gara per la gestione del marchio degli Azzurri: ovviamente ha vinto, sfilandolo alla Rcs Sport, società che attraversa un momento difficile. Infront e il Sole 24 Ore si spartiranno i ricavi al 50 per cento, dovrebbero raccogliere circa 70 milioni l’anno di cui 57 garantiti alla Figc di Carlo Tavecchio. Infront ha fatto da apripista, ora il lavoro vero tocca al Gruppo Sole24 Ore. Ma senza Bogarelli è difficile fare affari.

Molto è stato scritto sui legami di Bogarelli con il mondo Fininvest, poco sulle sue altre relazioni d’affari. Dalle visure camerali emerge, per esempio, un filo che arriva alla Sopaf, società finanziaria milanese il cui crac ha determinato l’arresto dei fratelli Magnoni che la guidavano. Dalla Sopaf arriva uno dei partner di Bogarelli in Infront, Giuseppe Ciocchetti, manager che della finanziaria dei Magnoni è stato al vertice per dieci anni. Bogarelli però ha un legame più diretto con i Magnoni. È azionista con il 15,1 per cento di una società che si chiama Sfera Investimenti, un altro degli uomini Infront, l’ex direttore di Milan Channel Andrea Locatelli ha il 2,3 per cento, e c’è anche Ciocchetti, con lo 0,6. Ma chi comanda con il 73,5 per cento è l’ex conduttore di Mtv Andrea Pezzi, diventato imprenditore dalle alterne fortune. A Sfera, zero ricavi nel 2013 e una perdita di 5mila euro, fa capo l’83 per cento della Ovo Italia, un altro 9,6 è proprio della Sopaf.

Ovo è una società strana: una video-enciclopedia lanciata nel 2006 nell’orbita del mondo Fininvest, guardata con simpatia da Macello Dell’Utri e ispirata all’Ontopsicologia dell’ex frate Antonio Meneghetti, come raccontò nel 2008 Peter Gomez sull’Espresso. I fratelli Ruggero, Aldo e Giorgio Magnoni sono stati arrestati anche per i finanziamenti alla Ovo che hanno contribuito al dissesto della Sopaf: somme per oltre 5 milioni di euro “prive di qualsivoglia giustificazione economica e funzionali solo a generare illeciti arricchimenti a favore di terzi”, si legge nella richiesta di custodia cautelare. Il 12 giugno 2013 il responsabile della finanza in Sopaf, Daniele Muneroni, mette a verbale: “Per quel che concerne Ovo posso affermare che l’investimento è stato curato da Luca Magnoni che, se non sbaglio, era amico di Andrea Pezzi, amministratore della società. Anche in questo caso la Sopaf ha continuato a finanziarla fino al 2011. Personalmente pensavo che la Ovo non fosse una società operante in un settore di business particolarmente profittevole né che fosse sinergica con altre società del gruppo e che l’imprenditore Andrea Pezzi non avesse esperienza nel settore dell’imprenditoria in quanto ex DJ”.

Non è l’unico investimento interessante di Bogarelli. Tra le sue altre partecipazioni dirette c’è la PF Real Estate (fatturato di 243mila euro e perdita di 11mila nel 2013) di cui ha il 27 per cento. A dispetto del nome, non è una società immobiliare ma si occupa di commercio di energia. Anche qui ci sono Ciocchetti e Locatelli nel capitale, col 9 e il 27 per cento. Ma il socio che conta è la International Global Trading. L’energia è l’ultima passione imprenditoriale di Francesco “Franco” Dal Cin, che della Pf Real Estate è l’amministratore. Classe 1943, Dal Cin è un nome storico del calcio: è stato il patron prima della Reggiana e poi del Venezia Calcio, ha subito una squalifica sportiva di cinque anni per la contestata combine (nella quale ha sempre negato di aver avuto alcun ruolo, aveva anche già ceduto la squadra) con il Genoa di Enrico Preziosi nel 2005. Nello stabilimento di Preziosi venne sequestrata una valigetta con 250 mila euro. Nel 2011 Dal Cin è stato assolto, le intercettazioni sono state giudicate inutilizzabili. Negli schemi del calcio italico, Dal Cin era parte del fronte anti-Juventus di Luciano Moggi al quale, a grandi linee, anche Bogarelli (di area Milan) si può iscrivere.

La International Global Trading è controllata dai due figli di Dal Cin, Michele (ex dirigente del Venezia, squalificato pure lui all’epoca) e Mara, col 50 per cento a testa. Molto più vicina ai business abituali di Bogarelli è un’altra delle sue partecipate, la Deruta20 (in liquidazione, via De Ruta è l’indirizzo della Infront a Milano): nel 2013 ha dovuto duellare con gli abitanti della periferia milanese per costruire con la Deruta il tendone di X-Factor, la trasmissione di Sky seguita da Infront. “Ma cos’hanno da protestare? Semmai voglio l’Ambrogino d’oro a dicembre”, diceva al Corriere della Sera Bogarelli nel 2013. Nel 2014 nella lista dei candidati alla massima onorificenza del Comune di Milano sono entrati Tavecchio, poi scartato, e Adriano Galliani, approvato. Per Bogarelli, quindi, forse è solo questione di tempo.

(Da Il Fatto Quotidiano del 26 Novembre 2014)

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