Calabria prima in Europa per disoccupazione

disoccupazione in Calabria

Sei giovani calabresi su dieci non lavorano. Un disastro. Maglia nera d’Europa. Una realtà che non lascia intravedere prospettive rosee per il prossimo futuro.

Secondo i dati diffusi da Eurostat tre regioni italiane, la Calabria col 65,1%, la Sardegna col 56,4% e la Sicilia col 55,9%, figurano tra i dieci territori Ue col tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) più elevato nel 2015. Continue Reading


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#ElezioniRegionali 2014: Chi ha vinto e chi ha perso

Elezioni regionali 2014

L’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna ha effettuato alcune elaborazioni dei risultati del voto appena conclusosi per determinare in che misura il Partito democratico, il Movimento 5 stelle, Forza Italia e la Lega Nord abbiano riscosso maggiori o minori consensi rispetto alle precedenti elezioni regionali (2010) ed europee del giugno 2014. In particolare, questa analisi focalizza sulla variazione del numero assoluto di voti ricevuti dai maggiori partiti.

L’analisi mostra che il Partito democratico (Pd), in Calabria ha perso molti consensi rispetto alle recenti elezioni europee del 2014 (-82.711), pari a una contrazione di circa un terzo dei consensi ricevuti da Matteo Renzi lo scorso giugno (-30,9%). Tuttavia, il Partito democratico ha significativamente incrementato i voti rispetto alle analoghe regionali del 2010 (22.944) pari al +14,1%. In Emilia-Romagna la perdita di consensi da parte del Pd è stata ancora più netta, con una contrazione pari a oltre la metà dei voti ricevuti alle consultazioni europee (-55,9%), ossia -667.283 voti, e di quasi quattro elettori su dieci rispetto alle omologhe elezioni regionali del 2010 (-37,6%) (-322.504).

Il Movimento 5 stelle (M5s) in Emilia-Romagna ha perso due terzi dei propri consensi (-64,1%) rispetto alle elezioni europee del 2014 (pari a -284.480 voti), mentre è cresciuto (+25,9) in numero di voti assoluti se il confronto avviene con le elezioni regionali del 2010, allorché il M5s si presento per la prima volta e ottenne comunque un buon risultato, sia di lista sia del candidato presidente, pari a un aumento di circa 30.000 voti. Viceversa in Calabria il Movimento 5 stelle ha subito un tracollo pari a oltre i tre quarti dei consensi ricevuti nelle europee (-76,3%) pari a -124.369 voti.

Il voto per la Lega Nord, presente con la propria lista solo in Emilia-Romagna, ha visto crescere significativamente i propri consensi, raddoppiando il numero di voti delle recenti europee (+100,6%), ossia una crescita di +117.45 voti. Tuttavia, se consideriamo il dato delle elezioni regionali del 2010, allorché la Lega Nord ottenne il massimo storico in regione in termini di percentuali (13,7%), si registra una considerevole contrazione pari a circa un quinto del consenso ottenuto in quella occasione (-19,1%).

Il risultato di Forza Italia alle elezioni regionali è nettamente negativo in entrambi i contesti in cui si è votato. In Calabria il partito di Silvio Berlusconi ha perso circa quattro elettori su dieci rispetto alle consultazioni europee (-38,0%) ossia una riduzione di 51.048 voti, e addirittura una riduzione di due terzi dei consensi che ottenne nel 2010 (-66,5%) pari a -175.952 voti. In Emilia-Romagna la debolezza di Forza Italia è stata ancora più netta: ha perso il 63,1% dei voti che aveva nel 2014 alle elezioni europee, ossia un decremento di 171.473 voti, mentre nel confronto con il 2010 la riduzione è stata di oltre l’80%, con una diminuzione in voti assoluti di 417.630 unità.


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L’antimafia è una gran presa per il culo

La Mafia non esiste

“Scalea (CS): arrestata tutta la giunta comunale. La notizia rimbalza, di testata in testata, di sito in sito; la notizia è anche di moda: intreccio mafia politica! E noi calabresi? Cosa pensiamo? Cosa proviamo? Cosa facciamo, come ci comportiamo? Probabilmente, un attimo di goduria ci invade: sti fetenti, finalmente arrestati… Si, finalmente, lo scrivo in maiuscolo magari non si capisce… FINALMENTE. Il perverso intreccio politco-criminale è sotto i nostri occhi quotidianamente fin dalla nostra nascita, fino a non vederlo neanche, fino a considerarlo una condizione sociale possibile. Si, IO SONO UN MAFIOSO, perchè sono nato e cresciuto in Calabria, perchè i miei pensieri sono stati violentati, oscurati, plagiati, perchè il mio “fare” è stato emarginato se non allineato ad un possibile scambio di voti, perchè le mie denuncie sociali sono derise, perchè chi si ribella è testa calda da allontanare, perchè tutti, compreso il sottoscritto è ricattabile in questa terra. Eccomi quindi senza lavoro a godere per l’arresto di qualcuno. Il pensiero mafioso, nella mia terra dilaga indistintamente dentro tutti (ribadisco, io non ne sono una eccezione), senza che minimamente ce ne rendiamo conto. Credete che ad esempio la gestione del Comune di Cosenza, di Crotone (o qualsiasi altro) sia diversa da quella di Scalea? Credete che la gestione della Provincia di Catanzaro (o qualsiasi altra) sia diversa da quella di Scalea? Credete che la gestione della Regione Calabria sia diversa da quella di Scalea? Probabilmente Scalea rappresenta l’estremo del sistema Calabria e probabilmente abili politicanti (seguiti da avvocati e tecnici compiacenti) riescono a stare a galla, sempre al limite della legalità. È tutto così strano, ambiguo, sotto gli occhi di tutti, al limite dell’illegale. Il nepotismo è quasi prassi consolidata. Non risparmia nessuno questo morbo calabrese che colpisce i pensieri, i modi e le azioni espresse da ogni individuo. Gli artisti, avrebbero dovuto salvare il mondo, non salveranno certamente la Calabria… Forse loro (noi) gli artisti sono i più collusi, basterebbe guardare le date dei tour dei vari gruppi calabresi per rendersi conto che puntualmente amministrazioni pubbliche pagano gli stessi artisti che passano attraverso agenzie di spettacolo davvero poco raccomandabili. Gli stessi artisti che professano la lotta alla mafia. Gli stessi artisti che compongono opere definite (termine che va di moda) antimafia. L’antimafia è una gran presa per il culo, una operazione commerciale in cui molti cercano di guadagnare, tra il dire e il fare c’è di mezzo tanta falsa informazione. L’antimafia, è un concetto astratto, che serve a lavarsi le coscienze. Io credo che l’unica via di salvezza che ci rimane (dopo aver perso gli artisti e magari confidare nel futuro dei bambini) sia quella di una presa di coscienza: IO SONO UN MAFIOSO! In quanto testimone di uno stato sociale diffuso, chiedo il commissariamento di tutte le amministrazioni pubbliche calabresi”. Joe Mannarino

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106 amministratori calabresi hanno subito intimidazione mafiose nel 2012

Consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose

Consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose

Sono 106 gli amministratori calabresi che hanno subito almeno un’intimidazione nel corso del 2012. Un dato drammatico, che si conferma per il terzo anno consecutivo, e che riguarda tutte le province della regione, considerato che la ripartizione ha un segno più marcato in quella di Reggio Calabria (31 episodi), ma si conferma anche a Cosenza (28), Catanzaro (18), Vibo Valentia (17) e Crotone (12). A darne conto e’ il report di Legautonomie Calabria presentato ieri a Catanzaro da cui emerge che i sindaci sono stati i soggetti politici più esposti alla violenza intimidatrice, interessati al 38% del totale degli episodi. Inoltre quasi meta’ del totale (47%) degli episodi censiti dal 2000 in poi, e che sono oltre mille, è stata compiuta in un piccolo comune. Il 2012 e’ stato anche anno record per il numero di scioglimenti di consigli comunali per infiltrazioni mafiose, con 11 consigli sciolti in Calabria, il dato piu’ elevato di sempre. San Procopio (Rc), con i suoi 573 abitanti, è il più piccolo comune italiano disciolto per infiltrazioni mentre Reggio Calabria è il più grande. Per Briatico e Platì si è trattato del secondo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Tra i motivi generali dello scioglimento anticipato, le dimissioni dei consiglieri incidono per il 56% dei casi, mentre al secondo posto ci sono le dimissioni del sindaco (17%) e al terzo le infiltrazioni mafiose (13%).

Anche per l’anno appena trascorso i numeri parlano chiaro. Per la terza volta consecutiva il 2012 ci consegna un numero di atti intimidatori nei confronti di amministratori locali calabresi superiore ai cento episodi, una media di due a settimana. Gli episodi contro gli amministratori di Monasterace hanno conquistato le cronache nazionali ma non si possono sottacere i reiterati casi nei Comuni di Isola di Capo Rizzuto, San Giovanni in Fiore, Taurianova, San Pietro a Maida e altri. Anche nel corso del 2012 i Sindaci sono stati i soggetti politici più esposti alla violenza intimidatrice, interessati a circa il 40% degli totale degli episodi.

Il rapporto tra intimidazioni e classe demografica dei comuni offre una duplice chiave di lettura. Il fenomeno si manifesta in rapporto diretto alla demografia considerato che in tutti i comuni calabresi con popolazione superiore a 10 mila abitanti è stato rilevato almeno un episodio a partire dal 2000. La percentuale di comuni interessati al fenomeno decresce col decrescere della popolazione. Se il dato viene rapportato alla popolazione residente il numero delle intimidazioni per mille abitanti cresce con la diminuzione della demografia comunale. In ogni caso quasi metà del totale (47%) degli episodi censiti dal 2000 in poi -e che sono oltre mille – è stata compiuta in un piccolo comune. Il dato di un numero sempre crescente di Comuni calabresi interessati dal fenomeno, con un andamento di crescita costante, merita qualche riflessione.

E’ un indicatore, questo, di una pressione sempre maggiore sulle autonomie locali calabresi da parte di una criminalità intenzionata ad imporre le proprie regole di produzione della politica.

Per questo la domanda apparentemente semplice di cosa spinge la ‘ndrangheta ad occupare Comuni abitati da poche centinaia di persone, di quali i possibili guadagni, occasioni di arricchimento, di appalti, in municipi con bilanci di poche centinaia di migliaia di euro se non già dissestati è mal posta.

Non bisogna cadere nell’errore di pensare che solo le grandi opere pubbliche, i grandi appalti, possano essere oggetto di interesse criminale. Anche le piccole opere di manutenzione, gli appalti di modesta entità economica sono funzionali non tanto e non solo al lucro, bensì alla necessità di marcare sempre più strettamente una presenza.

Piccole e grandi occupazioni, dalle grandi opere pubbliche all’appalto della strada vicinale abbisognano di un controllo ferreo di tutti i centri decisionali politico-amministrativi. Pensiamo, inoltre all’infiltrazione anche nella gestione dei servizi – mense scolastiche trasporti, raccolta rifiuti, ecc. proprio e soprattutto questi ultimi rivestono particolare importanza in quanto, trattandosi di servizi rivolti ai cittadini, hanno una evidenza “sociale” che offre consenso alle ditte che gestiscono il relativo servizio. Solo così si può spiegare la circostanza che “sotto tiro” ci sono anche gli amministratori dei Comuni di piccolissime dimensioni, in alcuni dei quali gli episodi intimidatori si ripetono con cadenza impressionante.

Nel 2013 cadrà il ventennale di una delle prime e più importanti riforme istituzionali del Paese, l’elezione diretta dei Sindaci che, per un decennio, ha spostato il baricentro politico dal centro ai territori. C’è da chiedersi cosa è rimasto oggi di quella importante innovazione, considerata la sempre maggiore marginalizzazione degli enti locali, costretti a fare i conti con risorse sempre più ridotte e ad abbandonare il ruolo di soggetti di cambiamento. E’ indubbio che nell’attuale declino dei territori, che erode l’autorità dei primi cittadini e rende sempre più problematico il governo virtuoso delle comunità, il ripetersi degli atti di violenza contro gli amministratori locali può indurre esiti ancora più dissolventi ed imprevedibili in carenza di reti solide di relazioni istituzionali. Ripartire dagli enti locali significa, dunque, dare certezze alle prospettive delle istituzioni più radicate sul territorio che sono state, nella storia del paese, portatori di uno sviluppo che è stato sempre di quantitativa ricchezza di soggetti e di qualitativa ricchezza di vitalità soggettiva.

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Mare italiano da bandiera nera

Sono 120 i campioni risultati fuori legge – uno ogni 62 km di costa – su un totale di 205 analisi microbiologiche effettuate dal laboratorio mobile di Goletta Verde nel mare italiano nell’estate 2012. Ben 100 i prelievi risultati fortemente inquinati, cioè con concentrazioni di batteri di origine fecale pari ad almeno il doppio dei limiti di legge. L’86% dei punti inquinati sono stati prelevati alle foci di fiumi, torrenti e canali, risultati i nemici numero uno del mare italiano, ma anche nei pressi di scarichi di depuratori malfunzionanti. Ancora una volta sul podio del mare più inquinato troviamo la Calabria e la Campania, rispettivamente con 19 e 14 punti inquinati, mentre a sorpresa si piazza al secondo posto di questa poco onorabile classifica la Liguria con 15 prelievi risultati oltre i limiti di legge. Sardegna e Toscana si confermano anche quest’anno le regioni col mare più pulito, rispettivamente con un campione inquinato ogni 433 e 200 km di costa. Sono questi in sintesi i risultati del bilancio finale dell’edizione 2012 di Goletta Verde, la storica campagna di Legambiente che per due mesi ha circumnavigato lo Stivale, monitorando lo stato di salute del mare italiano, realizzata anche grazie al contributo del COOU, Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati, e con la partecipazione di Corepla, Novamont e Nau!.

Sul banco degli imputati la mancata o inadeguata depurazione dei reflui fognari che, stando alle elaborazioni di Legambiente su dati Istat, riguarda ancora 24 milioni di abitanti, che scaricano direttamente in mare o indirettamente attraverso fiumi e canali utilizzati come vere e proprie fognature. Le regioni peggiori per numero di abitanti senza adeguata depurazione sono Sicilia, Lazio e Lombardia. Un problema ambientale e sanitario che sta per diventare anche economico vista la condanna dell’Italia da parte della Corte di giustizia europea arrivata a fine luglio perché 109 agglomerati urbani medio grandi, distribuiti in 8 regioni, non si sono ancora adeguati alla direttiva europea sul trattamento delle acque reflue.

“Il mare italiano continua ad essere minacciato da troppi scarichi fognari non depurati- dichiara Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente -, nonostante siano trascorsi ben 36 anni dall’approvazione della prima legge sulla trattamento delle acque reflue. Alla mancanza cronica di impianti di depurazione, soprattutto da parte dei comuni dell’entroterra, si aggiunge anche il carico inquinante dei reflui che non sono adeguatamente trattati dagli impianti in attività: si tratta di una situazione davvero imbarazzante che va sanata una volta per tutte. Alla denuncia di Goletta Verde si affianca ora la sentenza di condanna europea che rischia di far pagare ai cittadini italiani multe milionarie con soldi che invece potrebbero essere investiti per aprire nuovi cantieri per la depurazione. Bisogna investire subito e al meglio risorse adeguate, a partire da quelle stanziate dalla delibera CIPE dell’aprile scorso che prevede 1,8 miliardi di euro per le regioni del Mezzogiorno. Realizzare sistemi efficienti e moderni per la raccolta e il trattamento degli scarichi civili – conclude Ciafani – è una priorità non solo per la tutela del mare e della salute dei cittadini e dei bagnanti, ma anche per l’economia nazionale. Si eviterebbero le imminenti sanzioni comunitarie e si rifarebbe partire l’economia grazie ad opere pubbliche davvero utili alla collettività”. Continue Reading

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