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L’F-35 è il più grande bidone della storia

F-35

Il titolo, di una lunga inchiesta del quotidiano inglese Independent è emblematico: “F-35, uno dei più grandi elefanti bianchi della storia”.

Gli F-35, che l’Italia (13 miliardi la spesa fino al 2025) e l’Inghilterra (secondo azionista del programma Joint Strike Fighter) stanno acquistando in massa, viene letteralmente fatto a pezzi. Nel 2015 il caccia è ben lungi dall’essere operativo ed il singolo costo per ogni JSF è salito a 130 milioni di dollari. Forse saranno pronti nel 2020. Gli ultimi 4 F-35 ordinati lo scorso novembre verranno consegnati tra circa 2 anni.

I costi sono aumentati da 233 a 391 miliardi di dollari dal 2001 a oggi, facendone il programma più costoso mai intrapreso da dipartimento della Difesa americano. I conti dicono che la flotta costerà nel corso della sua vita operativa 1 trilione di dollari agli Stati Uniti, cifra che può essere ammortizzata solo se i mezzi saranno molto affidabili.

“In un primo momento l’aviazione britannica aveva ordinato 150 caccia F-35 che sarebbero dovuti entrare in servizio nel 2012. Dopo tre anni, l’F-35 è ben lontano dal poter affrontare una missione e i costi sono lievitati da 45 a 120 milioni di euro ad aereo, con l’aviazione inglese che ha ordinato la misera cifra di 8 aerei fino ad oggi. Nessuno dei 131 jet costruiti fino ad oggi è pronto per una missione. I motori dell’intera flotta hanno avuto bisogno di essere smontati uno ad uno e poi riparati per un problema di surriscaldamento, che portava l’aereo ad incendiarsi. Pratt e Whitney, l’industria che produce i motori, ha dovuto studiare una soluzione ad hoc per questo problema, che è costata tempo e denaro all’intero progetto congiunto, portato avanti da Gran Bretagna e Stati Uniti. Nessuno, poi, negli ambienti ufficiali della Marina crede che questi aerei possano decollare entro il 2018. Al prezzo attuale, alla Gran Bretagna costerà circa 8,3 miliardi ordinare i 72 F-35 necessari per riempire le due nuove portaerei. Gli stessi necessari alla loro costruzione”.


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Nuovo dossier sugli inutili Caccia F-35

NO F 35

Il programma di acquisto degli F35 ha molteplici risvolti, non è “solo” una questione che riguarda i pacifisti: sono in gioco il modello di Difesa del nostro Paese e le sue politiche di spesa militare, ma più in generale l’impostazione strategica che guida le scelte economico-finanziarie del Governo e l’impiego delle risorse pubbliche in una fase di crisi economica e sociale drammatica che sta colpendo gran parte dei cittadini italiani. Governare significa scegliere. Anche e soprattutto in tempi di forte crisi come questi. Gli oltre 14 miliardi per l’acquisto e lo sviluppo dei cacciabombardieri (e più di 52 per l’intera gestione del programma) potrebbero essere spesi molto meglio. Ciascuna componente acquistata di un F-35 sottrae le risorse necessarie per affrontare le vere priorità del paese, quelle con le quali i giovani, gli studenti, i disoccupati, i lavoratori in cassa integrazione, gli abitanti di territori abbandonati all’incuria si confrontano ogni giorno: mancanza di occupazione, disagio abitativo, servizi sociali insufficienti, territori a rischio idrogeologico. Di seguito i principali elementi messi in luce dal rapporto “Caccia F-35 la verità oltre l’opacità”, della campagna “Taglia le ali alle armi”: 

· Il costo complessivo del programma per l’Italia (se confermati 90 caccia) è in minima ascesa ad oltre 14 miliardi di euro. Ciò dipende dalla crescita dei costi unitari (e aumenterà ancora soprattutto considerando che gli USA stanno pensando ad un taglio nelle acquisizioni); si vocifera di riduzioni nell’acquisto anche nel nostro Paese e ciò comporterà rialzi sui costi unitari.

· La proiezione di costo totale “a piena vita” del progetto rimane su una stima di oltre 52 miliardi di euro

· Per la prima volta vengono elencati in dettaglio tutti i contratti sottoscritti dall’Italia con gli Stati Uniti, e si dimostra come siano già stati spesi 721 milioni di euro nelle fasi di acquisto (oltre ai 2,7 miliardi per sviluppo e FACO)

· Sono 126 i milioni di euro già spesi per i primi tre caccia (quelli del Lotto VI in prospettiva meno utilizzabili), sforando qualsiasi precedente stima del Ministero della Difesa. Secondo la nostra campagna la stima attuale media (conservativa) per aereo è di 135 milioni di euro complessivi

· Le problematiche tecniche e di gestione che continuano a rimbalzare dagli Usa ci parlano di un programma in difficoltà, e per questo pericoloso anche per i partner internazionali, anche se Pentagono e Lockheed Martin minimizzano e continuano nel loro percorso. Tutto ciò però deve essere elemento da considerare attentamente da parte del nostro Parlamento, se vuole essere serio a riguardo di questa spesa pubblica

· Nel corso del 2013 il Governo italiano ha proseguito l’acquisto dei caccia non attenendosi alle indicazioni delle mozioni di metà anno votate alla Camera e al Senato. Ciò è avvenuto non solo comprando definitivamente 3 + 3 aerei dei Lotti VI e VII con una giustificazione risibile (“si erano già sottoscritti contratti per inizio acquisto”, ma tali tipi di accordi non erano assolutamente vincolanti) ma anche facendo partire repentinamente anche il nuovo procurement del Lotti VIII e IX appena qualche giorno dopo l’ultimo voto in Senato

· I dati relativi al ritorno industriale, estrapolati da diverse fonti e confermati anche da Lockheed Martin, confermano ad oggi un rientro per le aziende del nostro paese di circa il 19% in confronto all’investimento pubblico (meno di 700 milioni di euro sui 3,4 miliardi già spesi dal Governo italiano)

· Le aggiornate stime di costo permettono di continuare il confronto tra la spesa per i caccia ed altri utilizzi, più sensati, dei fondi pubblici. In particolare con lo stanziamento medio annuale previsto per i prossimi tre anni di 650 milioni di euro si potrebbero creare 26000 posti di lavoro qualificati, o mettere in sicurezza circa 600 scuole all’anno oppure non tagliare ma aggiungere risorse in più al Servizio Sanitario Nazionale rafforzando anche i servizi di medicina territoriale H24

Inoltre ad un confronto diretto (sempre opportuno) un F35A (il cui costo complessivo è attualmente stimabile in 135 milioni di euro) è pari alla spesa necessaria per:

· la retribuzione di 5400 ricercatori per un anno;

· la messa in sicurezza di 135 scuole (rispetto norme antincendio, antisismiche, idoneità statica);

· l’acquisto di 21 treni per pendolari con 12.600 posti a sedere;

· la garanzia di 33.750 borse di studio di 4000 euro per gli studenti universitari;

· la partecipazione di 20.500 ragazzi al Servizio Civile Nazionale;

· la costruzione di 405 nuovi asili capaci di accogliere 12,150 bambini e creare 3645 nuovi posti di lavoro;

· l’accoglienza dignitosa di 10.567 richiedenti asilo per un anno.

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Le balle sui caccia F-35

NO F35

Per giustificare l’acquisto dei caccia F-35, di fronte alla critica della campagna “Taglia le ali alle armi” promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo, la Difesa e chi ha voluto il programma ha da sempre portato avanti giustificazioni date da ritorni economici ed occupazionali. Sostenute però con dati imprecisi se non falsi e mai entrando nel merito della scelta. La richiesta promossa da Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Tavola della Pace è che si torni a parlare del caccia F-35 (o della sua cancellazione) a partire da criteri di fondi e strategici per il nostro paese a partire da un ripensamento del Modello di Difesa.

Di seguito comunque i motivi per cui la Difesa ha cercato di far volare delle bugie che si sono invece rivelate poco credibili.

Costi

Riassumiamo gli oneri previsto per l’Italia nelle prime tre fasi (dollari USA): Fase CDP 10 milioni, Fase SDD 1.028 milioni e Fase PSFD 904 milioni. A questi costi esterni vanno poi aggiunti gli oltre 800 milioni di euro per la costruzione della FACO di Cameri.

Va ricordato che allo stato attuale è possibile uscire dal progetto senza alcuna penale da pagare (basta non ordinare nuovi caccia) contrariamente a quanto sempre affermato da politici e funzionari della Difesa. Gli oneri totali sostenuti dall’Italia come indicato annualmente dalla Nota Aggiuntiva al Bilancio della Difesa a partire dall’anno 2003  fino al 2012 sono stati pari a 1946,7 milioni di euro.

La Difesa ha sempre cercato di abbassare i costi di acquisto dei caccia, riferendo anche in sedi ufficiali (audizioni presso Commissioni Parlamentari con documenti annessi) stime non aggiornate o costi di sola produzione base (URF) incapaci quindi di dare conto dell’effettivo costo per le casse dello Stato di ogni singolo velivolo. Riteniamo questo un comportamento non accettabile a fronte di un esborso così pesante di fondi pubblici e anche per questo aspetto (così come su quello relativo ai problemi tecnici) chiediamo che si apra un’indagine sia parlamentare che da parte della nostra Corte dei Conti.

Sulla base dei dati aggiornati di costo (documentazione ufficiale USA sui lotti che coinvolgeranno anche l’Italia) e tenendo conto del nuovo crono-programma di acquisto dei caccia recentemente rilasciato dalla nostra Difesa, la campagna “Taglia le ali alle armi!” è in grado di stimare i seguenti costi complessivi per il programma JSF

Acquisto di 90 caccia previsti 10,8 miliardi di € (di cui 4,3 per gli STOVL)

Acquisto F-35 compresi costi di sviluppo 14 miliardi di euro

Da notare che ciò significa un costo medio per aereo di 120 milioni di euro (compreso sviluppo) e che stiamo parlando di stime attuali che non tengono conto di successivi prevedibili aumenti e che anzi ipotizzano una decrescita del costo unitario (come gli uffici del programma JSF hanno da sempre promesso senza mantenerlo mai). Non vengono nemmeno considerate le esigenze di “retrofit” già emerse sulla base del fatto che i primi aerei ad uscire dalla produzione non avranno una configurazione definitiva.

Considerando poi, sulla falsariga di quanto fatto per i programmi canadesi e olandese, il costo totale “a piena vita” del programma (quindi con gestione e mantenimento completi) le nostre stime portano a un costo di quasi 52 miliardi di euro.

Ritorni occupazionali

Si è sempre favoleggiato di un ritorno occupazionale (in particolare sull’area novarese) di 10.000 posti di lavoro: da principio dovevano essere “nuovi” e da subito per il programma, poi si è colto che sarebbero stati comprensivi di indotto e probabilmente derivanti dallo spostamento degli occupati Eurofighter. Tralasciando la cronistoria (comunque possibile) delle bugie e degli annunci falsi su questo aspetto, ci concentriamo su dati reali e ultimi annunci della Difesa.

Alla fine 2012 gli occupati a Cameri erano di poche centinaia confermando il sottoutilizzo di una struttura pensata per ben altri ritmi di produzione che non si raggiungeranno mai.

La Difesa continua a rilanciare i 10.000 posti di lavoro non considerando che la stessa industria (Finmeccanica) è passata da una stima di 3000/4000 addetti ad una più realistica di circa 2000 (vicina a stime sindacali  che si attestano su poco sopra le mille unità e a precedenti comunicazioni del sottosegretario Crosetto). Tutto questo dimostra come non ci possa essere alcun essere pensante che possa sostenere in Italia o altrove che gli F-35 vadano comprati per ragioni occupazionali. Come è possibile sostenere che si raggiungeranno le 10.000 unità occupate con l’indotto? E saranno occupate pienamente o solo per porzioni di anni (e per quanti anni?). La posizione della campagna è in questo senso chiara e sfida apertamente la Difesa a dimostrare altrimenti (non bastano dichiarazioni da comunicato stampa).

Se infatti consideriamo che in fase di picco la produzione EFA per Alenia non ha raggiunto mai le 3000 unità è un falso affermare (come fatto anche ad alti livelli) che i 10.000 posti di lavoro previsti per JSF derivano da spostamenti di lavoratori Eurofighter.

Comunque anche tenendo per buone le 2500 unità di impiego diretto (interne a Finmeccanica – fase di picco) per arrivare al totale promesso le 50 ulteriori aziende coinvolte dovrebbero impiegare ciascuna circa 150 persone stabilmente sul programmaimpossibile pensarlo per ditte che per la maggior parte sono piccole o medie imprese e considerando che nessuna di esse nelle dichiarazioni recenti ha diffuso totali occupazionali maggiori delle 120 unità.

Ciò significa che continuare a riproporre la “storiella” dei 10.000 occupati a questo punto non configura più solamente una mancanza di prudenza nelle stime, ma un vero e proprio tentativo di depistaggio che invece il prossimo Governo dovrebbe rifiutare facendo partire una valutazione indipendente anche a questo riguardo

Ritorni industriali

Nelle comunicazioni ufficiali ed anche nei recenti dati diffusi dalla Difesa anche ai giornalisti si favoleggiano ritorni dell’ordine del 100% mai confermati. Addirittura nel 2007 (e la leggenda è continuata) si sosteneva di avere superato tale cifra, sommando però anche le ipotesi di contratto e non solo gli accordi realmente sottoscritti.

Nella realtà oggi le nostre industrie hanno ottenuto circa 800 milioni di dollari di appalti a fronte di una spesa già sostenuta dall’Italia di circa 3 miliardi di euro (ritorno poco sopra il 20% della spesa) il che rende ancora più insensati i 14 miliardi di ritorni “possibili” che la Difesa continua a sbandierare. Non si capisce come sia possibile arrivare ad un 100% del ritorno se ora siamo a livelli molto più bassi ed anche i nostri aerei non verranno costruiti integralmente da noi. Dei primi 140 milioni di dollari sicuramente versati dall’Italia per componenti speciali dei lotti 6 e 7 (senza quindi contare il costo pieno dell’aereo) nessun centesimo è rientrato nel nostro paese perché le lavorazioni sono state divise tra Texas, California, Florida e in alcuni casi anche Regno Unito.

Che le aziende italiane abbiano investito sperando in contratti di ritorno non è una motivazione sufficiente a costringere il nostro paese ad un investimento così ingente. Persino per Alenia Aeronautica, fin dall’inizio indicata come partecipante di primo piano al programma per la costruzione dei cassoni alari, le prospettive non sono confermate. Delle oltre 1200 ali ipotizzate ne sono state messe sotto contratto solo 100 e anche altri competitor si affacciano a questa torta produttiva che potrebbe essere molto meno remunerativa del previsto.

Non è inoltre possibile sapere come siano conteggiati gli 800 milioni: è il totale delle commesse con provenienza esterna al nostro paese oppure il totale dei contratti sottoscritti, con il rischio di subappalti che diminuirebbero conseguentemente la reale portata di tali ritorni? Anche su questo chiediamo chiarezza alla Difesa, che nei suoi grafici mostra sempre confidenza sulle possibilità maggiori senza dare dettagli su stime più realistiche.

L’alternativa conviene

Con il costo di 1 cacciabombardiere F35 (stima media di 130 milioni di euro) potremmo:

  • costruire 387 asili nido con 11.610 famiglie beneficiarie e circa 3.500 nuovi posti di lavoro; oppure
  • 21 treni per pendolari con 12.600 posti a sedere; oppure
  • 32.250 borse di studio per gli studenti universitari; oppure
  • 258 scuole italiane messe in sicurezza (rispetto norme antincendio, antisismiche, idoneità statica); oppure
  • 14.428 ragazzi e ragazze in servizio civile per un anno; oppure
  • 17.200 lavoratori precari coperti da indennità di disoccupazione; oppure
  • 14.742 famiglie con disabili e anziani non autosufficienti aiutate con servizi di assistenza.

clicca qui per aderire alla cancellazione del programma F-35 

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