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Piccoli mostri nell’armadio: C&A chiarisce la sua posizione

C&A

A seguito alla pubblicazione dell’articolo relativo ai risultati degli studi di Greenpeace “Piccoli mostri nell’armadio”, nelle quale C&A viene citata tra i brand coinvolti nel rapporto, l’azienda ci ha contattato per precisare la sua posizione. 

Oggi C&A è venuta a conoscenza dei risultati del nuovo rapporto di Greenpeace per il quale sono stati testati un totale di sette prodotti C&A. Secondo lo studio, uno di questi prodotti contiene un alto livello di NPE (nonilfenolo etossilato). Questa sostanza è utilizzata in alcuni detergenti e, in alcuni casi, nel processo di produzione di tessuti e prodotti in pelle. Secondo il rapporto di Greenpeace e basandoci sulle informazioni in nostro possesso, il prodotto testato è una scarpa che è stata prodotta per la vendita esclusiva nel mercato messicano. Come misura precauzionale, C&A Messico sta ritirando dal mercato il prodotto in questione per svolgere ulteriori ricerche. In base alle informazioni in nostro possesso, gli altri prodotti testati da Greenpeace e distribuiti in Europa sono risultati in linea con le normative vigenti.

Come membro dell’iniziativa ZDHC (Zero Discharge Hazardous Chemicals), C&A rispetta il suo impegno nell’eliminare l’uso di NPE e contribuire così alla salvaguardia dell’ambiente. Cambiamenti significativi, duraturi e su scala industriale possono essere raggiunti solo attraverso un’attiva collaborazione di tutti gli attori di ogni segmento della catena di produzione dell’abbigliamento. La ZDHC funge da strumento di coalizione e piattaforma per condurci verso il nostro obiettivo di azzerare l’emissione di sostanze nocive entro il 2020. Questo ci dà l’opportunità di condividere le conoscenze, le capacità e le risorse necessarie per affrontare le difficoltà e ottenere i risultati. Crediamo che questa sia la strada più sostenibile e meglio strutturata da percorrere per continuare a progredire. A questo riguardo vorremmo trovare il supporto degli interessati di tutti i settori nel sostenere gli impegni e i futuri piani della ZDHC. Come gruppo di aziende e di persone che si preoccupano profondamente dell’ambiente, i marchi coinvolti nella ZDHC sono impegnati nell’obiettivo dell’azzeramento dell’emissione di sostanze chimiche nocive. Abbiamo fatto significativi progressi verso questo obiettivo. Nel solo 2013 infatti:

• Ci siamo impegnati a eliminare gradualmente il c8 entro e non oltre il 1 Gennaio 2015.
• Abbiamo testato, analizzato e condiviso i risultati dell’utilizzo di prodotti chimici all’interno di 20 strutture in Bangladesh, China, India, Taiwan e Vietnam.
• Sviluppato e condiviso il primo database di componenti chimici globale, come passo importante per identificare ed eliminare quelli nocivi.

Questi risultati si basano sulla fondazione che abbiamo costituito con la Joint Roadmap sviluppata attraverso gli input di fornitori, scienziati, professori, ONG e altri attori coinvolti.  Perseguendo la Roadmap 2020, gli agenti chimici problematici verranno sostituiti dove tecnicamente possibile da nuove frontiere globali e sostenibili. Consideriamo gli attuali risultati dei test come un’opportunità per valutare ulteriori misure per una riduzione più efficace e sicura delle sostanze problematiche. Allo stesso tempo sensibilizzeremo ulteriormente i nostri fornitori verso l’astensione dall’utilizzo di queste sostanze.


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Piccoli Mostri tossici nei vestiti per bambini

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C’erano una volta, in un regno non molto lontano, gigantesche fabbriche che producevano i vestiti per i bambini di tutto il mondo. Lontano da occhi indiscreti, furono fatti entrare dei Piccoli Mostri tossici nel processo produttivo. Pericolosi e dispettosi, i mostriciattoli decisero ben presto di fuggire, diffondendosi in tutto il Mondo attraverso laghi e fiumi, e causando GROSSI guai! La cosa più terrificante fu che queste piccole e spaventose creature scelsero come loro nuova casa gli abiti dei bambini: contagiarono ogni indumento, da quelli più economici ai più costosi, dai vestiti sportivi di Adidas ai capi firmati Burberry. 

Una nuova ricerca di Greenpeace rivela sostanze chimiche pericolose nei vestiti e nelle scarpe per bambini di note marche di abbigliamento, da quello casual e sportivo a quello di lusso. Il rapporto “A little story about the monsters in your closet…” fa seguito a numerose ricerche pubblicate da Greenpeace nell’ambito della sua campagna “Detox”, che hanno rivelato come diverse sostanze chimiche pericolose siano presenti nei tessuti e nei prodotti in pelle, a causa del loro utilizzo nella fase di produzione.

Questa ricerca conferma che l’uso di sostanze pericolose è ancora diffuso, perfino nella produzione di vestiti per bambini e neonati. Sono stati testati 82 articoli per bambini acquistati tra maggio e giugno 2013 in 25 Paesi del mondo in negozi monomarca o da altri rivenditori autorizzati. Gli articoli sono risultati prodotti in 12 Paesi. Il campionamento comprendeva marchi popolari come American Apparel, C&A, Disney, GAP, H&M, Primark, e Uniqlo e marchi di abbigliamento sportivo come Adidas, LiNing, Nike e Puma, per arrivare a marchi del lusso come Burberry.

I prodotti sono stati inviati ai laboratori di Greenpeace presso l’Università di Exeter in Gran Bretagna, da dove sono stati smistati a laboratori indipendenti accreditati. In tutti i campioni è stata ricercata la presenza dei nonilfenoli etossilati (NPEs); alcuni prodotti sono stati analizzati anche per verificare la presenza di ftalati, composti organostannici e composti chimici perfluorurati (PFCs) o antimonio, nei casi in cui il tipo di prodotto giustificava ulteriori analisi. I test per rilevare l’antimonio sono stati condotti dai laboratori di Greenpeace presso l’Università di Exeter. Nonostante i prodotti acquistati fossero destinati a bambini e neonati, non è stata riscontrata una differenza significativa tra il livello di sostanze chimiche rilevate in questo studio e quello riscontrato in analisi precedenti (per lo stesso tipo di sostanze chimiche pericolose) su capi di abbigliamento per adulti (uomo/donna).

Principali scoperte

• Nonilfenoli etossilati (NPEs): sono stati trovati in 50 prodotti su 82, a livelli che vanno da appena 1 mg/kg (il limite di rilevamento) fino a 17.000 mg/ kg. Si tratta del 61% di tutti i prodotti testati. Tutti i marchi hanno almeno un prodotto nel quale sono stati rilevati nonilfenoli etossilati. I marchi con i livelli più elevati di NPEs nei loro prodotti (superiori a 1.000 mg/kg) sono C&A, Disney e American Apparel. I valori rilevati per Burberry non sono molto inferiori, con 780 mg/kg in uno dei prodotti. I NPEs sono stati rilevati in prodotti provenienti da 10 Paesi di produzione su 12.

Gli ftalati sono stati trovati in 33 campioni dei 35 che presentavano stampe al plastisol. Due di questi campioni contenevano concentrazioni molto elevate di ftalati se confrontati con precedenti analisi effettuate da Greenpeace: una maglietta di Primark venduta in Germania conteneva l’ 11% di ftalati, mentre una tutina per bambini di American Apparel venduta negli Stati Uniti ne conteneva lo 0.6%. I livelli di ftalati rilevati in questi due articoli non sarebbero consentiti dalla legislazione europea, che però non si applica agli indumenti, ai giocattoli e articoli per bambini.

• I composti organo-stannici (composti organici dello stagno) sono stati trovati in tre articoli con stampe al plastisol (sui 21 testati) e in tre calzature su cinque. Le concentrazioni più elevate di composti organostannici sono state riscontrate in tre calzature di Puma e Adidas, con i livelli più elevati trovati in un paio di scarpe sportive della Puma. Per queste calzature, la concentrazione di composti organo-stannici (detta DOT) rilevata era più alta dello standard Oeko-texs – una certificazione di sostenibilità volontaria – e degli standard fissati da Adidas e Puma per i DOT nelle proprie liste di sostanze proibite.

• Uno o più PFCs (composti perfluorurati) sono stati rilevati in ciascuno dei 15 articoli testati per il rilevamento di tali sostanze. Tre prodotti Adidas, una giacca da bambino di Nike e un giacchetto di Uniqlo hanno mostrato concentrazioni relativamente elevate di PFCs (sia volatili, sia ionici). Le analisi per i PFCs ionici hanno mostrato la presenza di PFOS (perfluorottani sulfonati) in una scarpa Adidas15 e in un costume Burberry. Le concentrazioni di PFCs e PFOA ionici trovate in un costume Adidas17 erano molto più elevate del limite di 1 µg/m² fissato dalla Norvegia per il 201418 e perfino da Adidas nella sua lista di sostanze proibite.

• L’antimonio è stato ritrovato in tutti e 36 gli articoli in cui è stato cercato. Si tratta di prodotti contenenti tessuti di poliestere al 100% oppure di poliestere e altre fibre.

Le maggiori imprese tessili che si muovono sul mercato globale possono adottare soluzioni con un impatto significativo per arrivare all’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose nell’industria nel suo complesso. Greenpeace chiede alle imprese di riconoscere l’urgenza del cambiamento e di agire da leader sulla scena globale, impegnandosi all’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose entro il 1 gennaio 2020. L’impegno che chiediamo è di avviarsi lungo un percorso ambizioso ma realizzabile, con una serie di scadenze per arrivare all’eliminazione progressiva di tutte le sostanze chimiche pericolose. Dal lancio della campagna di Greenpeace “Detox” nel luglio 2011, 18 importanti aziende del settore dell’abbigliamento si sono impegnate pubblicamente. Mentre la maggioranza di loro si sta impegnando realmente, tre compagnie – Adidas, Nike e LiNing – non stanno tenendo fede alle loro promesse. Allo stesso tempo altri marchi non hanno ancora preso alcun impegno Detox, nonostante il loro coinvolgimento in scandali ambientali riportati in numerosi rapporti di Greenpeace.

I risultati di questo rapporto in cui ogni marchio ha uno o più prodotti per bambini contenenti sostanze pericolose mostra l’urgenza con cui le aziende del settore devono ripulire la loro filiera e assicurare un futuro pulito alle prossime generazioni. Greenpeace chiede al governo cinese di adottare un impegno politico per arrivare all’obiettivo “Scarichi Zero” di sostanze chimiche pericolose nell’arco di una generazione. Si tratta di applicare il principio di precauzione, incluso un approccio preventivo che eviti la produzione e l’uso di sostanze pericolose e il loro successivo rilascio nell’ambiente. L’impegno deve essere seguito da una serie di politiche e regolamenti con obiettivi a breve-medio termine per il bando della produzione e l’uso di queste sostanze; una lista dinamica di sostanze che richiedono un’azione immediata (in base al principio di sostituzione) e un registro pubblico dei dati sulle emissioni e le perdite di sostanze pericolose.

I nostri bambini meritano di vivere in un mondo libero da sostanze chimiche pericolose e gli adulti in tutto il mondo possono trasformare questo sogno in realtà. Come genitori, cittadini globali e consumatori, agendo insieme possiamo sfidare i maggiori marchi mondiali e i governi a realizzare il cambiamento urgente di cui abbiamo bisogno. La richiesta di un mondo della moda libero da sostanze tossiche ha già visto l’impegno di 18 tra le maggiori aziende del settore, tra cui H&M, Zara, Valentino e Puma. Non fermiamoci qui. L’impegno Detox deve essere di tutti.

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Industria dell’abbigliamento: Violenze in Cambogia per un salario dignitoso

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La Clean Clothes Campaign, insieme alle organizzazioni in difesa dei diritti dei lavoratori e a sindacati da tutto il mondo, condanna duramente le violenze verificatesi recentemente in Cambogia ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile.

Venerdì 10 Febbraio inizierà una settimana di mobilitazione internazionale per chiedere al governo cambogiano di mettere fine alla violenza sui manifestanti e di ascoltare la loro richiesta di salario minimo dignitoso. Le manifestazioni dei lavoratori del tessile, iniziate lo scorso 24 Dicembre con la convocazione di uno sciopero nazionale per chiedere un salario di 160 dollari al mese, hanno avuto un esito drammatico. Il 3 gennaio, infatti, la polizia ha aperto il fuoco sulla folla di manifestanti uccidendo 4 persone e ferendone molte altre. Molti lavoratori e lavoratrici sono stati picchiati ed arrestati.

Le proteste erano esplose dopo l’annuncio dell’accordo sulla nuova formula per calcolare il salario minimo, che avrebbe dovuto portare gli stipendi mensili a 100 dollari, una cifra del tutto insoddisfacente per condurre una vita dignitosa in quel paese. Secondo i calcoli di alcuni sindacati asiatici e di organizzazioni di difesa dei diritti umani un salario dignitoso che garantisca ad una famiglia un livello di sussistenza in Cambogia dovrebbe aggirarsi intorno ai 394 dollari al mese: quasi 4 volte la proposta di salario minimo. Ben oltre anche la richiesta dei manifestanti, che appare quindi tutt’altro che assurda. L’industria dell’abbigliamento in Cambogia impiega oltre 500.000 persone, è responsabile di circa il 95% dell’industria di esportazione della Cambogia e vale più di 3 miliardi di € all’anno.

Per trovare una soluzione rapidamente chiediamo ai marchi che si riforniscono in Cambogia e al governo del paese di:

  • Porre fine immediatamente all’uso della violenza e alle intimidazioni contro i lavoratori ei loro rappresentanti.
  • Rilasciare tutti coloro che sono stati arrestati nelle lotte.
  • Rispettare la libertà di associazione e il diritto di sciopero degli operai
  • Evitare ripercussioni per i lavoratori e i dirigenti sindacali che hanno partecipato allo sciopero.
  • Impegnarsi a riprendere i negoziati di pace sul salario minimo.
  • Costringere i responsabili delle violenze a pagarne le conseguenze.

Lettere contenenti le richieste sono già state spedite ai principali marchi che hanno interessi in Cambogia: H&M, Puma, adidas, Mark&Spencer, C&A, Next, Tesco , Inditex, GAP, Walmart, Levi’s. H&M, Gap, Puma, Adidas e Inditex hanno inviato una lettera al governo cambogiano perché metta fine alle violenze.

Sono previste manifestazioni davanti alle ambasciate cambogiane in tutta Europa, nonché la sottoscrizione di una petizione già disponibile online.

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