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Pubblica amministrazione italiana: Burocrati vecchi e strapagati

Pubblica amministrazione italiana

La Pubblica amministrazione italiana è la più vecchia dei 34 Paesi membri appartenenti all’Ocse. Il 45% dei dipendenti pubblici italiani ha oltre 55 anni. In Germania la quota degli over 55 non supera il 20% e nell’intera area Ocse si registra in media il 24% di lavoratori sopra i 55 anni e il 18% al di sotto i 34 anni. È l’Ocse a fornire questi dati impressionanti. Continue Reading


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La burocrazia costa 230 miliardi di Pil

burocrazia italiana

L’eccesso di burocrazia in Italia rappresenta uno dei maggiori freni per lo sviluppo economico e per la qualità della vita dei cittadini. Senza i freni rappresentati dagli eccessi di burocrazia, dall’illegalità, dai difetti di accessibilità e capitale umano, l’Italia riceverebbe benefici per 230 miliardi di euro, con un balzo del 16% del Pil. La fotografia di Confcommercio nel “Rapporto, sulle economie territoriali” è di un Paese frenato e spaccato a metà. “Gli imprenditori hanno un disperato bisogno”, ha dichiarato il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, “di abolire la cattiva burocrazia, quella che genera complicazioni, tempi biblici, costi impropri che appesantiscono lo svolgimento della loro attività e nella quale, molto spesso, si annidano corruzione, illegalità, criminalità”. Serve, invece, “buona burocrazia, quella che facilita la vita delle imprese e dei cittadini, tenendo in piedi solo gli adempimenti e le procedure necessarie. Quella che consente a un imprenditore di poter lavorare con poche regole, chiare e certe, senza subire sperequazioni, senza dover rincorrere disposizioni sempre nuove o nuove interpretazioni delle stesse disposizioni”.

Liberare il tessuto imprenditoriale e civile dal peso della burocrazia inefficiente è una necessità avvertita in molti paesi. La lotta alla complessità normativa, per la riduzione del costo di fare impresa e interagire con facilità e rapidità con le amministrazioni pubbliche sia per i cittadini che per le imprese, è diventata una necessità improrogabile.

L’idea di fondo è che senza istituzioni di qualità, regole orientate all’efficienza e alla sostenibilità e norme semplici da interpretare e applicare non può esistere ripresa economica, né competitività. Ciò è vero in particolare nei paesi caratterizzati da un tessuto imprenditoriale costituito da piccole imprese come l’Italia: sono proprio le imprese di più piccole dimensioni ad essere maggiormente colpite dalla cattiva qualità delle norme e dall’inefficienza delle amministrazioni chiamate ad applicarle.

Non a caso, il rapporto “Doing Business” della Banca Mondiale, che dal 2003 misura le condizioni per fare impresa in oltre 180 Paesi, colloca, per il 2016, il nostro Paese al 45° posto nella classifica internazionale del ranking globale, recuperando 11 posizioni rispetto al 2015. Questa accelerazione non cancella ancora la distanza che ci separa dagli altri grandi Paesi industrializzati. Tra i G7 l’Italia resta il Paese in coda: tra i migliori il Regno Unito (6° posto), seguito dagli Usa (7°), dal Canada (14°), dalla Germania (15°) dalla Francia (27°) e dalla Spagna (33°).

Rimane, dunque, ancora molto da fare per colmare il gap con la top ten della classifica, soprattutto per quanto riguarda fisco e efficacia dei contratti, due voci nelle quali l’Italia figura ancora saldamente in fondo al ranking internazionale (rispettivamente 137° e 111°posto).

Delle nove regioni che registrano un carico burocratico superiore alla media nazionale, ben sette appartengono al Mezzogiorno oltre a Lazio e Umbria. Il Lazio, in particolare, si colloca al 4° posto della graduatoria dopo Calabria, Basilicata e Sicilia. Le regioni meno gravate dal peso della burocrazia risultano Valle d’Aosta, Friuli e Veneto.

Tra il 2010 ed il 2014, nonostante le riforme introdotte volte a semplificare i rapporti con la pubblica amministrazione e snellire le procedure amministrative, l’indice nazionale mostra un peggioramento passando da 0,49 a 0,56, imputabile soprattutto alle regioni del Mezzogiorno, mentre il Nord-est, soprattutto Veneto e Friuli, hanno registrato un miglioramento dell’indice di carico burocratico.

Questi dati confermano il gap ancora esistente nelle regioni del Sud, che continua a influenzare lo sviluppo economico delle imprese esistenti e l’attrattività per l’insediamento di imprese nazionali e internazionali, nonché la qualità della vita dei cittadini residenti nelle regioni meridionali.

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Soffocati dalle tasse: 7.500 euro ad azienda

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Fare impresa in Italia non significa soltanto assumersi i rischi connessi al libero mercato ma soprattutto doversi misurare con una burocrazia asfissiante e una tassazione eccessiva, che mortificano il lavoro e contribuiscono al declino economico del nostro Paese. Secondo i dati elaborati dal Centro Studi ImpresaLavoro, un’azienda media spende ogni anno 7.559 euro per disbrigare adempimenti burocratici relativi al pagamento delle imposte: una cifra che non ha eguali in Europa.

Un’azienda italiana, mediamente, deve dedicare ogni anno 269 ore per preparare, compilare e pagare i moduli relativi alle imposte sul lavoro, sul valore aggiunto e sui redditi di impresa. Questo tempo comporta ovviamente un costo, che Eurostat stima mediamente in 28,1 euro l’ora. Ci battono solo la Bulgaria, l’Ungheria e la Repubblica Ceca, dove però il costo del lavoro è molto più basso. Il Paese più vicino al nostro è la Germania con 218 ore. In Francia il fisco richiede solo 137 ore all’anno.

“Quando analizziamo il total tax rate cui sono sottoposte le imprese italiane molto spesso ci dimentichiamo che le tasse emerse non rappresentano il totale del peso che le aziende devono sopportare. La burocrazia non è solo un laccio che blocca lo sviluppo e gli investimenti privati: è anche un costo. Per questo è sempre più necessario agire rapidamente per semplificare il nostro sistema, partendo da quello fiscale. Si tratta di una riforma urgente e che può essere realizzata a costo zero. Basta volerlo”, Massimo Blasoni presidente di ImpresaLavoro

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Per lo Stato italiano questa non è una famiglia

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Spesso la realtà supera la fantasia. La storia di Monica e della sua famiglia è uno di questi casi. Purtroppo oltre al dolore, alle difficoltà che in queste situazioni non mancano, ci si trova a confrontarsi con le assurdità e le contraddizioni di leggi pensate a tavolino senza che siano state pensate le ricadute reali. L’incredibile vicenda raccontata dal giornalista Alessandro Dell’Orto su Libero.

“Prego, si accomodi. Non badi al disordine, ma ho fatto il turno di notte”.
Monica, che lavoro fa?
“Ostetrica all’ospedale Vizzolo di Melegnano. Un part time prevalentemente notturno”.

Quando dorme?
“Quasi mai. Stamattina ho finito alle 7, ma con cinque figli quando smonto è impossibile riposare. E d’inverno, con le scuole, è ancora peggio”.

Parliamone, dei figli. Quanti anni hanno?
“Emanuele 5, Paolo 10, Simone 14, Anna 17 e Francesco 19. Questa è la mia famiglia ora. Anzi, la mia ex famiglia”.

Appunto.
“Lo Stato non ci considera tale. Noi non abbiamo più diritto a esserlo, proprio negli anni in cui si discute di riconoscere le famiglie di fatto o le famiglie omosessuali. Chissà, forse perché siamo troppo tradizionali. Ecco, questo è ciò che mi brucia”.

E fa bene a denunciarlo.
“Guardi, chiariamo subito una cosa. Io non intendo fare troppe polemiche e non voglio che questo sia visto come un lamento. Racconto solo la nostra storia. L’ho fatto pochi giorni fa in una lettera inviata, attraverso amici, all’onorevole Mario Sberna. Chissà, visto che ora fanno la finanziaria…”.

Parlava di famiglia all’antica.
“Io e mio marito abbiamo sempre avuto questo desiderio. Ora che è morto e non siamo più considerati famiglia, il dolore è ancora più grande. Doppio”.

Monica, partiamo dall’inizio.
“Nel ’93 sposo Gianni Cornara, pediatra. Un anno dopo nasce Giacomo. Poi, via via, gli altri quattro”.

Ma resta il desidero di allargare il nucleo familiare.
“Sì, per offrire ad altri tutto il bene cristiano ricevuto nella vita per noi e per i nostri figli. Così per sei mesi prendiamo un bambino di 3 anni in affido, che poi però torna dai genitori naturali. E decidiamo per una nuova adozione”.

Emanuele.
“Lo conosciamo nel 2009 attraverso un annuncio dell’associazione “Famiglie per l’Accoglienza”. È appena nato ed è affetto da acondroplasia, una forma di nanismo. Coivolgiamo gli altri figli, che sono entusiasti, e diventa uno di noi. Eccolo, glielo presento”.

Sguardo furbo e sorriso tenero. Come sta?
“La sua è una patologia genetica invalidante. Per ora sta bene, ma c’è sempre il pericolo che subentrino altri problemi più avanti”.

Monica, fino al 2012 la vostra è una famiglia numerosissima e felice.
“Già. A settembre, però, mio marito muore a 55 anni. Infarto. E iniziano i primi guai burocratici”.

Cioè?
“Devo rivolgermi al tribunale dei minori per ottenere l’autorizzazione ad accettare l’eredità dei figli che, a parte il primo, in quel momento sono minorenni. E ci vogliono documenti, marche da bollo, attese di mesi”.

Nel frattempo, però, un altro dramma.
“Giacomo, il primo, il 29 dicembre cade in un burrone mentre sta sciando in vacanza. E muore. Era uno degli eredi, e devo ricominciare tutte le pratiche da capo. Di fatto pagando due volte per gli stessi beni e spendendo, per le due successioni, 15 mila euro. Non solo”.

Spieghi.
“Per cedere l’auto, per esempio, devo chiedere l’autorizzazione al tribunale dei minori, il quale mi dà l’ok dopo 8 mesi, ma chiedendo di giustificare, per la parte dei figli, le spese che faccio per loro. E mi ritrovo a dover tenere un pacco così di scontrini. Poi richiedo all’Asl gli ultimi due stipendi arretrati di mio marito, dove lavorava come libero professionista. E il giudice, probabilmente pensando che sia il trattamento di fine rapporto di un dipendente, mi obbliga a investire le loro parti, meno di 800 euro a testa, in titoli di Stato o garantiti”.

Scusi, ma di fatto ora cosa vi fa perdere il diritto di essere famiglia?
“La pensione di reversibilità di mio marito. Ogni mio figlio prende 320 euro al mese e quindi supera la quota di 2800 euro annui. E automaticamente non è più fiscalmente a mio carico”.

Cosa comporta?
“Che non percepisco più le detrazioni per i figli a carico e l’assegno per il nucleo familiare che era di circa 1200 euro annui. Che ognuno di loro deve fare il suo modello 730 e quindi non si possono scaricare le spese mediche perché singolarmente nessuno di noi supera i 170 euro previsti dalla legge. Per fortuna stiamo tutti bene. Ma se uno di loro dovesse mettersi un apparecchio per i denti?”.

E a livello scolastico?
“Le racconto questa. Anna frequenta l’istituto tecnico per i servizi sociali e Francesco si è appena diplomato allo scientifico. Hanno vinto la borsa di studio della Fondazione Girola per orfani in Lombardia, 4000 euro a testa. Risultato: hanno dovuto inserirla nel modello 730 e ora per l’Atm non risultano più studenti. Quindi non hanno più diritto alle agevolazioni per i trasporti pubblici come invece succede ai loro compagni”.

Ed Emanuele?
“È disabile al cento per cento, ma ora non ha più nemmeno i benefici economici”.

Perché?
“Avendo un reddito, non può percepire l’indennità di frequenza per le scuole (270 euro al mese per 8 medi) e in più io non ho più diritto all’esenzione del bollo auto prevista dalla Regione Lombardia, perché lui non è più fiscalmente a mio carico. Capisce? Di fatto noi siamo sei singoli sotto lo stesso tetto. E ora anche con una doppia proprietà”.

Cosa intende?
“Il governo Prodi, ai tempi, diede la possibilità di acquistare un immobile per lavorare beneficiando di sgravi fiscali. Mio marito lo fece e si trasferì in uno studio nuovo. Che ora, dopo la sua morte, viene considerato abitazione. Anzi, nostra seconda abitazione e può immaginare con quale aumento di imposte e con l’impossibilità di scaricare qualunque spesa tipo mutuo”.

Monica, ha mai provato a fare un calcolo? Se decidesse di non percepire più le pensioni di reversibilità forse ci guadagnerebbe…
“Sicuramente non ci perderei. Ma non posso far rinunciare i miei figli che sono minori, facessi questo non li tutelerei”.

Quanto costa mandare avanti una famiglia di sei persone?
“Tanto. Anche le spese più banali, tipo un gelato, si moltiplicano”.

E come fa? Come ha fatto in questi anni?
“Tutto ciò che mi entra, esce. Il mio stipendio, le pensioni e la solidarietà degli amici. Sono fortunata, c’è gente che ogni mese mi versa dei soldi fissi. E qualcuno si è preso cura dei figli aiutandomi a pagare le rette delle scuole cattoliche. Vede, io credo che ciò che si semina si raccoglie”.

Già, perché lei fa anche volontariato.
“Mio marito aveva fondato il Banco di Solidarietà Onlus e dopo la sua morte sono diventata il presidente dell’Associazione. Recuperiamo le eccedenze alimentari e, grazie ai volontari, le ridistribuiamo a 130 famiglie qui a San Giuliano. Soprattutto quando hai bisogno, capisci quanto sia importante aiutare gli altri”.

Monica, la sua storia è incredibile. Secondo lei cosa si potrebbe fare per risolverla?
“Io credo che la soglia dei 2800 euro annui per essere a carico dei genitori sia assurda. Ma dubito venga cambiata. L’alternativa sarebbe che la pensione di reversibilità per orfani non fosse più considerata reddito. Di certo, così come stanno le cose, questa situazione non ha logica”.

E lei non lo accetta.
“Vede, io il dolore per la perdita di mio marito e mio figlio li ho saputi affrontare e gestire. Da credente, ho dato un senso a tutto questo. Ma il fatto di non essere più famiglia mi devasta. Questo, davvero, è ingiusto”.

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Il marocchino fermato e identificato 80 volte in 18 anni

polizia-immigrato

Marocchino, maschio adulto, nel nostro Paese dal ’96, con una carriera criminale di tutto rispetto. Fermato e identificato dalle forze dell’ordine ottanta volte, 80. È entrato e uscito dalle italiche carceri almeno un terzo delle volte che è stato fermato. Lui è il nostro recordman portabandiera dello scandalo immigrazione in Italia, Paese in cui è facile entrare, ancor più facile spassarsela alla faccia del codice penale, e da cui è complicatissimo uscire.

Lui è il simbolo del fallimento della burocrazia, delle mani legate degli operatori che gestiscono l’emergenza immigrati. Se qualche consolato non si metterà di traverso, se il soggetto non darà in escandescenza a bordo di un aeroplano, forse, ma solo forse, sarà finalmente rimpatriato.

Rientrerà? Molto probabile. “Le persone che rimpatriamo, e in particolare quelli con una lunga storia criminale alle spalle vissuta nel nostro Paese – racconta il poliziotto Angelo, nome di fantasia – tentano subito di rientrare. Il perché è facile. Quando vengono fermati o arrestati in fragranza di reato non hanno certo il tempo per racimolare i propri averi, magari nascosti da qualche parte. Vanno dritti in carcere, poi al Cie per l’espulsione, e infine, se le pratiche non subiscono ostacoli, salgono a bordo di un aereo. Tornano perché hanno conti da regolare, soldi da recuperare, magari una donna, dei figli. Qualche anno fa accompagnai un marocchino a Casablanca per rimpatriarlo. Era un tipo simpatico, una lenza. Occhi vispi, naso adunco, uno svelto. Aveva precedenti per spaccio, qualche scippo. Poca roba. Io e il mio collega fummo molto cortesi con lui. Lui era cortese con noi. Mai una parola fuori posto, un tentativo di fuga. Ricordo che all’aeroporto di Casablanca, mentre lo consegnavamo alle autorità locali, mi diede una pacca amichevole sulla spalla e mi disse: “Allora Angelo, ci vediamo presto. Se ripasso dall’aeroporto di Fiumicino – a quel tempo lavoravo al Da Vinci – vengo a salutarti, magari ci prendiamo un caffè“.

Marocchini con l’Italia nel cuore. Il motivo potete immaginarlo. In quale altro Paese europeo un extracomunitario sarebbe stato fermato ottanta volte in 18 anni? Nessuno. Questa è la Nazione dei record. Gli stranieri lo sanno. E allora.. benvenuti.

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(Tratto da Il Tempo dell’8 Giugno 2014)

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