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Il 2014 l’anno delle bufale

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Il Washington Post ha stilato una classifica delle storie inventate più assurde dell’anno. Grazie alla graduatoria delle parole più ricercate su Google, il quotidiano statunitense fa un quadro delle notizie che hanno ingannato milioni di utenti.

202838151-661865b3-07d5-461d-bbcc-30db14d945daAd aggiudicarsi il primo posto, sbaragliando tutti i concorrenti, non poteva che essere la storia dell’aspirante popstar Jasmine Tridevil, vero nome Alisha Jasmine Hessler, che a settembre, facendosi chiamare “Alice Tridevil”, sostenne di essersi fatta impiantare un terzo seno per attirare l’attenzione e poter partecipare a un reality. In realtà si trattava di una protesi mobile.

 

 

 

emma-watson-net-worth2Al secondo posto le mai apparse foto senza veli dell’attrice Emma Watson, la Hermione Granger di Harry Potter, che avrebbero dovuto essere pubblicate come vendetta per un discorso tenuto dalla Watson all’Onu in favore dei diritti delle donne. Le minacce erano in realtà una trovata pubblicitaria dell’agenzia di marketing virale Rantic che con questa bufala ha generato oltre 48 milioni di contatti sul web, 7 milioni di condivisioni e “mi piace” su Facebook e 3 milioni di menzioni su Twitter.

 

DGIPTerzo posto al video girato dalla sconosciuta Stephen Zhang Production chiamato “esperimento sociale”, in cui una ragazza finge di essere ubriaca e si aggira barcollando per la più famosa strada del quartiere di Hollywood a Los Angeles facendosi avvicinare da molti ragazzi per dimostrare quali sono le reazioni degli uomini in una situazione del genere (a fine Post il video).

 

 

0Come dimenticare la storia che commosse e indignò il mondo, quella della piccola Victoria Wilcker, cacciata da una fast food per via delle cicatrici che le deturpavano il viso e provocate dal morso di tre pitbull? Si mosse una catena di solidarietà. Ma era tutto finto.

 

 

 

miracle-780x404La macchina che trasforma l’acqua in vino non esiste.

 

 

 

 

Smentita anche la già di per sé incredibile storia circolata in agosto di un russo che stava per essere sbranato da un orso ma si era salvato perché il suo telefonino aveva cominciato a suonare e la belva si era spaventata. A contribuire alla diffusione della “notizia” era stata l’autore della canzone della suoneria: il cantante “teen pop” canadese Justin Biber.

Nell’anno della prima donna italiana nello spazio, Samantha Cristoforetti, entra nella speciale classifica del Washington Post anche una bufala astronomica: una “tempesta solare” che avrebbe dovuto oscurare il sole fra il 16 e il 22 dicembre.

Le bufale non sono semplici notizie fasulle propagate credendo erroneamente che siano autentiche: sono una via moderna di sfogo ed espressione di paure e speranze diffuse. Ma perché crediamo (fermamente) anche alle peggiori bufale? Perché per poter riuscire a comprendere un’informazione, sia che la leggiamo sia che la ascoltiamo, in prima battuta dobbiamo considerarla vera, quindi, in qualche modo l’accettazione della veridicità è un prerequisito della comprensione. Al fenomeno delle informazioni sbagliate che continuano a influenzarci anche quando razionalmente sappiamo che dovremmo dimenticarle, è dedicato un articolo scritto da un gruppo di ricercatori di università americane e australiane, guidato da Stephan Lewandowsky dell’University of West Australia, e pubblicato nel 2012 sulla rivista Psychological Science in the Public Interest. Ma come in un gioco di prestigio, quando si scopre il trucco l’inganno non ha più effetto.


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