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Il ciclo di vita di una bottiglia di plastica

ciclo di vita di una bottiglia di plastica

L’Italia è la nazione europea che consuma più acqua in bottiglia (la terza nel mondo) con una media di quasi 190 litri a testa, il 65% dei quali venduti in bottiglie di plastica: circa 9 miliardi di bottiglie che richiedono petrolio per essere prodotte, trasportate ed eliminate (o riciclate), contribuendo fortemente allo sperpero di risorse non rinnovabili e al riscaldamento globale del nostro pianeta. Continue Reading


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Spiagge usate come discariche

rifiuti spiagge

Si chiama Beach Litter l’indagine condotta da Legambiente, nell’ambito della campagna Spiagge e Fondali puliti, su cattive abitudini, depurazione insufficiente e spiagge usate come discariche nei nostri litorali. Monitorate 54 spiagge nel Mediterraneo, di cui 29 in Italia e 25 negli altri Paesi costieri. Nei litorali italiani i rifiuti di plastica, come bottiglie, tappi e polistirolo costituiscono l’80% (65% lo scorso anno), invece nelle altre spiagge si attestano al 52%.

Le 29 spiagge italiane monitorate sono situate nei comuni di Ortona, Pisticci (Mt), Policoro (Mt), Pozzuoli (Na), Pontecagnano (Sa), Eboli (Sa), Trieste, Anzio (Rm), Fiumicino (Rm), Genova, San Benedetto del Tronto (Ap), Fermo, Porto Sant’Elpidio (Ap), Ancona, Polignano a Mare (Ba), Brindisi, Ginosa (Ta), Trappeto (Pa), Pachino (Sr), Noto (Sr), Portopalo di Capopassero (Sr), Ragusa, Vittoria (Rg), Pisa, Orbetello (Gr), Eraclea (Ve). A queste si aggiungono le 29 spiagge che si affacciano sul Mediterraneo, monitorate dalle associazioni che aderiscono a Clean-up the Med: l’Algeria, la Croazia, la Grecia, la Spagna, la Turchia, la Tunisia, per un’area di 87.200 mq dove sono stati trovati 8147 rifiuti spiaggiati, in particolare 14 rifiuti ogni 100 mq. L’indagine ha preso in considerazione anche il campionamento effettuato in Portogallo.

A guidare la top ten dei rifiuti integri trovati sui 29 litorali italiani ci sono le bottiglie di plastica per bevande (10,3%), tappi e coperchi di plastica e metallo (6,9%), nasse, reti, strumenti da pesca e cassette per il pesce (6,5%). I mozziconi di sigaretta conquistano, invece, il quarto posto con il 5,4%, il residuo di circa 60 pacchetti di sigarette. In quinta posizione troviamo i rifiuti da mancata depurazione (4,9%) come cotton fioc, assorbenti, preservativi, blister, deodoranti da wc. Ci sono poi stoviglie usa e getta di plastica (4,8%), materiali da costruzione (4%), flaconi di detergenti (3,8%), bottiglie di vetro (3,3%) e sacchetti di patatine e stecchetti di leccalecca e gelati (1,9%) che chiudono la classifica. Uno sguardo particolare lo merita la massiccia presenza rifiuti da mancata depurazione che se da un lato sono la diretta conseguenza della scorretta abitudine di “smaltire” questi rifiuti gettandoli nel wc; dall’altra parte sono anche un grave segnale dell’inefficienza dei sistemi depurativi che non riescono a filtrare neanche oggetti di una certa grandezza. Non è un caso, infatti, che l’83% di questi rifiuti sono stati trovati nelle spiagge che sono distanti meno di 1 km dalla foce di un corso d’acqua o molto prossime a scarichi o fossi. E il problema non stenta a diminuire: rispetto allo scorso anno la presenza di questi rifiuti è aumentata del 5%.

A guidare la top ten dei rifiuti rinvenuti sui litorali del Mediterraneo, è sempre la plastica seppur in percentuale minore rispetto all’Italia: il 52,1% contro l’80% italiano. In particolare le prime in classifica sono le bottiglie di plastica (12,5%), a seguire tappi e coperchi sia di plastica sia di metallo (8,6%), shopper di plastica (7,3%), mozziconi di sigarette (5,5%), rifiuti da pesca (3,8%), bottiglie di vetro (3%), lattine di alluminio (2,4%), piccole buste di plastica per alimenti (2%), contenitori di plastica (1,9%) e per finire siringhe (1,6%). Nella beach litter del Mediterraneo tra i rifiuti spiaggiati c’è da segnalare due nuove entrare rispetto alla classifica italiana: gli shopper in plastica (7,3%) che occupano il terzo posto della classifica e il ritrovamento di siringhe, la cui percentuale si attesta all’1,6%. La presenza degli shopper è stato poco osservato in Italia, forse per via della messa al bando dei tradizionali sacchetti di plastica, un divieto che invece non vige negli altri Paesi.

Guarda la Story Map dei rifiuti spiaggiati

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La truffa dell’acqua in bottiglia. Paghiamo la plastica non l’acqua

acqua-san-rubinetto

L’acqua in bottiglia non conosce crisi. Dal 1980 il consumo pro-capite è andato crescendo, insieme al circuito dell’import/export nel mercato italiano. Nel 2012 i consumi sono addirittura cresciuti rispetto all’anno precedente, passando a 192 litri d’acqua minerale per abitante. Più di una bottiglietta da mezzo litro al giorno a testa, nell’80% dei casi di plastica, che conferma il primato europeo del nostro Paese: 12,4 miliardi di litri imbottigliati,  per un giro d’affari da 2,3 miliardi di euro in mano a 156 società e 296 diversi marchi. Un litro d’acqua imbottigliato nel nord Italia percorre oltre mille chilometri prima di arrivare sulle tavole dei cittadini pugliesi e viceversa. È questo il quadro che emerge da “Regioni Imbottigliate”, l’indagine annuale di Legambiente e Altreconomia sui canoni di imbottigliamento dell’acqua.

In Italia, secondo l’ultimo annuario Bevitalia/Beverfood, sono 156 gli stabilimenti che imbottigliano acqua minerale per 296 marche totali. Sono l’estremo nord e l’estremo sud della penisola a contendersi il maggior numero di stabilimenti che imbottigliano e di marche. La regione Lombardia, sul podio al primo posto insieme a Piemonte e Sicilia, hanno rispettivamente 18, 13 e 10 stabilimenti imbottigliatori d’acqua, con numeri di marche molto elevati, rispettivamente 37, 35 e 23. Fanalino di coda la Puglia e la Valle d’Aosta, con rispettivamente 3 e 1 stabilimenti imbottigliatori per 4 e 1 marca di acqua minerale prodotta.

Questi grandi volumi di acqua imbottigliata causano l’utilizzo di elevatissime quantità di plastica, oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica da 1,5 litri, per un totale di più di 450 mila tonnellate di petrolio utilizzate e oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2 emesse.

In media, le aziende imbottigliatrici pagano 1 euro ogni 1.000 litri, ovvero, appena 1 millesimo di euro per litro imbottigliato. Infatti, i canoni di concessione per le acque minerali stabiliti dalle Regioni sono estremamente bassi, perfino in aree dove vi sono difficoltà di approvvigionamento idrico, e in alcuni casi vengono stabiliti senza nemmeno prendere in considerazione i volumi emunti o imbottigliati, ma solo in funzione degli ettari dati in concessione. Proprio per mettere fine a questo paradosso e creare criteri uniformi su tutto il territorio nazionale, nel 2006, la stessa Conferenza Stato-Regioni aveva provato a mettere ordine in questo settore con un documento di indirizzo che proponeva canoni uniformi con l’obbligo di pagare sia in funzione degli ettari dati in concessione che per i volumi emunti o imbottigliati, indicando come cifre di riferimento almeno 30 euro per ettaro e un importo tra 1 e 2,5 euro per m3 imbottigliato. Ancora oggi però siamo ben lontani da un adeguamento a queste indicazioni. Una vera e propria regalia di un bene pubblico che appartiene a tutti i cittadini.

Tra le Regioni bocciate il Molise, la cui regolamentazione fa ancora riferimento ad un Regio Decreto del 1927, la Provincia autonoma di Bolzano, la Puglia, l’Emilia-Romagna e la Sardegna.

Le Regioni promosse con riserva, invece, sono quelle cioè che applicano un doppio canone con importi uguali o superiori ad 1€/m3: l’Abruzzo, la Calabria, il Friuli Venezia Giulia, il Piemonte, le Marche, l’Umbria, la Valle d’Aosta, la Provincia autonoma di Trento, la Lombardia e il Veneto. Quattro di queste regioni, Piemonte, Abruzzo, Calabria e Veneto, prevedono forti sconti sui canoni delle concessioni per i volumi imbottigliati se le aziende sottoscrivono con la Regione un protocollo di intesa recanti patti per la difesa dei livelli occupazionali.

Non bocciate, ma rimandate, sono le Regioni che, pur applicando un doppio canone, impongono importi inferiori ad 1€/m3, diversamente da quanto indicato dalle linee guida nazionali. Per il 2014 queste sono, di nuovo, la Basilicata, la Campania e la Toscana.

Sono presenti anche esempi positivi: il primato per i canoni più alti spetta al Lazio, che applica una quota per gli ettari, una per i volumi emunti ed una per i volumi imbottigliati, rispettivamente di 65,21-130,42€/ha, 1,09€m3 e 2,17€/m3. A cui si aggiunge anche la Sicilia, che in seguito alla norma del maggio 2013 ha applicato un canone più alto alle concessioni, chiedendo alle ditte imbottigliatrici, da 60 a 120€/ha a fronte dei 10,12€ dello scorso anno, e seguendo l’esempio virtuoso del Lazio ha adottato, da quest’anno, il triplo canone (1 €/m3per i volumi emunti e 2 per quelli imbottigliati €/m3).

Più volte Legambiente ha proposto anche in Italia, le indicazioni europee richiedendo una maggiore tassazione per l’utilizzo e il consumo di beni ambientali e per lo svolgimento di attività inquinanti che danneggiano l’ambiente. Un tema che riguarda da vicino anche il settore delle acque in bottiglia. Hanno inoltre calcolato che l’acqua in bottiglia viene mediamente venduta a un prezzo di 0,26€ al litro, mentre alle Regioni le aziende imbottigliatrici pagano in media 1€ ogni 1000 litri, ovvero un millesimo di euro per litro imbottigliato, con ampi margini di guadagno. Quello che gli italiani vanno a pagare, infatti, è rappresentato per più del 90% dai costi della bottiglia, dei trasporti e della pubblicità, unito ovviamente all’enorme guadagno dell’azienda in questione, e solo per l’1% dall’effettivo costo dell’acqua.

La proposta di Legambiente è “di istituire un canone minimo nazionale per le concessioni di acque minerali pari ad almeno 20 euro al m3 (ossia 0,02 euro al litro imbottigliato)”. Ai tassi attuali di prelievo si “ricaverebbero circa 250 milioni di euro che potrebbero essere destinati alle politiche di tutela e gestione della risorsa idrica”.

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Il grande business dell’acqua in bottiglia

acqua in bottiglia

In un periodo di crisi economica così prolungato in Italia sono in tanti a stringere la cinghia per sbarcare il lunario: numerosi cittadini, tante amministrazioni locali, diverse imprese solo per citarne alcuni. Ci sono pochi soggetti che invece continuano a operare come se la crisi non ci fosse: tra questi le società che imbottigliano le acque minerali che continuano a farla franca pagando canoni di concessione davvero ridicoli in diverse Regioni italiane a fronti di un business miliardario. E come ogni anno Legambiente e Altreconomia tornano a denunciare questo scandalo tutto italiano con un nuovo dossier sul business delle acque in bottiglia.

Nel 2011 i consumi di acqua sono addirittura aumentati rispetto all’anno precedente, passando a 188 litri per abitante, numeri che confermano il primato europeo del nostro paese per i consumi di acque minerali: dei 12,3 miliardi di litri imbottigliati nel solo 2011, oltre 11,3 miliardi sono stati consumati dentro i confini nazionali (di cui l’80% in bottiglie di plastica). Un giro d’affari che riguarda 168 società per 304 marche diverse di acqua in bottiglia e un bilancio complessivo di 2,25 miliardi di euro. Un’attività che comporta un elevato impatto ambientale. Per soddisfare l’incomprensibile sete di acqua minerale dei cittadini italiani vengono infatti utilizzate oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica da 1,5 litri, per un totale di 456mila tonnellate di petrolio utilizzato e oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2 emesse per produrle. A questi numeri si deve aggiungere il fatto che ancora oggi solo un terzo delle bottiglie viene avviato a riciclo, mentre i restanti due terzi continuano a finire in discarica, in un inceneritore o dispersa nell’ambiente e per l’85% dei carichi si continua a preferire il trasporto su gomma.

Questo vuol dire che una bottiglia d’acqua che proviene dalle Alpi per esempio, percorre oltre 1000 km per arrivare sulle tavole pugliesi, con consumi di carburante e emissioni di sostanze inquinanti conseguenti. Impatti importanti che garantiscono elevatissimi profitti per le società che gestiscono questo business. I canoni richiesti dalle Regioni per le concessioni infatti hanno spesso importi addirittura ridicoli, come nel caso della Liguria che chiede solo 5 euro per ciascun ettaro dato in concessione, senza prendere in considerazione i volumi emunti o imbottigliati.

Nel 2006 la stessa Conferenza Stato-Regioni aveva provato a mettere ordine in questo settore con un documento di indirizzo che proponeva canoni uniformi sul territorio nazionale e che prevedessero l’obbligo di pagare sia in funzione degli ettari dati in concessione che per i volumi emunti o imbottigliati, indicando come cifre di riferimento almeno 30 euro per ettaro e un importo tra 1 e 2,5 euro per m3 imbottigliato.

Per capire la situazione a sette anni dall’approvazione di questo documento Legambiente e Altreconomia hanno mandato un questionario a tutte le Regioni Italiane e il quadro che ne esce è estremamente eterogeneo con l’unico elemento comune che le condizioni sono sempre molto vantaggiose per le società che imbottigliano l’acqua e che gran parte delle Amministrazioni sono ancora inadempienti rispetto a quanto stabilito nel 2006.

Andando nel dettaglio:

l’unica Regione promossa nella classifica di Legambiente e Altrecomnomia è il Lazio che prevede un triplo canone, in funzione degli ettari dati in concessione (65 euro), dei volumi emunti (1 euro/m 3 ) e di quelli imbottigliati (2,17 euro a metro cubo).

10 Regioni sono state promosse con riserva perché prevedono il doppio canone (volume + superficie) secondo le linee guida nazionali, con canoni per i volumi imbottigliati o emunti tra 1 e 1,50 euro per metro cubo. La Calabria, il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia, le Marche, la Sicilia, la Toscana, la Provincia autonoma di Trento, l’Umbria, la Valle d’Aosta e il Veneto. In quest’ultimo caso, nonostante nel 2007 fosse stato stabilito un canone di 3 €/m3 , questo è stato poi ridotto incomprensibilmente a 1,00-1,50 €/m3 “a causa della crisi economica in atto e al fine di valorizzare la risorsa mineraria e garantire la difesa dei livelli occupazionali” come si legge sulla norma.

– Seguono poi 4 Regioni rimandate che, pur prevedendo un canone in funzione dei volumi imbottigliati, applicano ancora importi inferiori a 1 euro per metro cubo, in disaccordo con le linee guida nazionali. Sono la Basilicata, la Campania, il Piemonte e l’Abruzzo (quest’ultima è stata rimandata perché, nonostante a partire dal 2010 vi è stato un aumento della tariffa per unità di volume imbottigliato fino a 4 €/m3 , c’è la possibilità, di una riduzione a 0,30€ per ogni m3 o frazione di acqua imbottigliata per i concessionari che stipulano un protocollo d’intesa con la Regione per la difesa dei livelli occupazionali).

– Infine 6 sono le Regioni bocciate perché adottano incredibilmente i criteri solo in funzione degli ettari dati in concessione o delle portate derivate: la Provincia autonoma di Bolzano, l’Emilia Romagna, la Liguria, il Molise, la Puglia e la Sardegna.

Questa grande confusione ha un unico vero vincitore, le Società che imbottigliano l’acqua che continuano ad avere elevati vantaggi economici a differenza di tanti altri settori che in questo momento di crisi sono chiamati a fare sacrifici. Attività che, a fronte di oltre 2,2 miliardi di euro di affari nel solo 2011, hanno prodotto un ritorno economico per Comuni, Province o Regioni assolutamente irrisorio, nonostante la risorsa su cui svolgono i propri profitti sia un bene comune che appartiene alla collettività.

Se al contrario si applicasse un canone uniforme su tutto il territorio e soprattutto più elevato, ad esempio 10 €/m3, come abbiamo proposto in più occasione, si arriverebbe ad avere un introito di 123 milioni di euro all’anno per le Regioni italiane, risorse che potrebbero essere vincolate a investimenti sul territorio riguardanti la tutela degli ecosistemi acquatici.

La situazione più eclatante è quella della Liguria dove attualmente la Regione incassa appena 3.300 euro all’anno per le 5 concessioni attive sul territorio, mentre adeguando i canoni a valori e criteri più adeguati, quali quelli citati, potrebbe arrivare a oltre 1,2 milioni di euro. La Basilicata passerebbe dagli attuali 323mila euro a 9,2 milioni di euro, la Sardegna dagli attuali 39mila salirebbe a 2,5 milioni di euro. Un adeguamento necessario, perché l’acqua bene comune, oggi viene svenduta alle società imbottigliatrici.

Il problema dei canoni di concessione delle acque minerali e il tema delle risorse idriche e della loro gestione, ritornano attuali oggi in occasione della giornata mondiale dell’acqua in cui con forza si ribadiscono alcuni presupposti condivisi e fondamentali per tutte le attività che riguardano le risorse idriche, nessuno esclusa:

l’acqua è risorsa limitata, ed è sempre più scarsa in natura acqua di buona qualità, per non parlare di quella eccellente, quale è quella che oggi viene prelevata e imbottigliata;

l’acqua è un bene comune, un principio affermato chiaramente dall’esito dei referendum del giugno 2011 da una grande maggioranza di cittadini italiani, che rende l’acqua un bene della collettività nel suo complesso e come tale indisponibile ad un uso esclusivo a scopo di profitto;

chi inquina paga, un principio generale, assunto dalla legislazione comunitaria come riferimento-guida con il duplice obiettivo di rendere non vantaggiosi gli inquinamenti evitabili, e di recuperare risorse per le azioni di risanamento.

Tre principi che devono essere poste al centro delle attività delle Regioni per attivare un lavoro di revisione dei canoni di concessione per l’imbottigliamento dell’acqua, prendendo in considerazione innanzitutto l’altissimo valore della risorsa idrica, a maggior ragione quella di sorgente e di ottima qualità, e l’impatto ambientale causato dai consumi da primato delle acque in bottiglia in Italia.

Al tempo stesso occorre mettere in campo anche una forte azione per aumentare la fiducia degli italiani nell’acqua di rubinetto che, sebbene sia aumentata negli ultimi 10 anni (la sfiducia riguardava il 40% delle famiglie nel 2002 – dato a cui ha contributo le vicenda altrettanto italiana delle deroghe sulle acque potabili, oggi ampiamente rientrata con la sola eccezione di alcuni Comuni della Regione Lazio – , mentre oggi questo dato è sceso al 30%).

Per questo è importante che le amministrazioni locali e gli altri soggetti competenti attivino azioni per la promozione e la diffusione dell’utilizzo dell’acqua di rubinetto, attraverso campagne di sensibilizzazione dei cittadini e nelle scuole e altri interventi come la distribuzione delle “etichette dell’acqua potabile” alla cittadinanza, l’utilizzo di acqua in brocca nelle mense scolastiche o con l’installazione di erogatori sui luoghi di lavoro, nelle strade cittadine.

Legambiente e Altreconomia lo stanno già facendo da anni con la campagna Imbrocchiamola (imbrocchiamola.org), con l’obiettivo di promuovere sempre di più nei pubblici esercizi (ristoranti, pizzerie, bar, etc.) la fornitura di acqua di rubinetto piuttosto che quella minerale imbottigliata. È uno dei tanti modi anche per far capire agli italiani che per bere acqua in bottiglia spendono mediamente 200 volte il prezzo che pagherebbero utilizzando l’acqua di rubinetto.

Giornata-Mondiale-dell'acqua-2013

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