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Genova costruita sul disastro di se stessa



Cemento su cemento. Anche dove la natura ha già presentato il conto. Basta scendere lungo il Bisagno e il suo affluente Fereggiano, dai quartieri di Genova a ridosso dei monti fino al mare, per capire che l’Italia è un paese smemorato: nonostante le tragedie le cause del dissesto persistono. Anzi, si aggravano. Come dimostra il sopralluogo che ha realizzato nella città della Lanterna due anni dopo la piena che il 4 novembre del 2011 provocò sei vittime: non è aumentato lo spazio a disposizione dei torrenti, la manutenzione dei terreni a monte latita, non si è ridotta la cementificazione nelle aree golenali. E per giunta si costruisce ancora. Le testimonianze dal territorio da La Nuova Ecologia nel servizio di Francesco Loiacono girato lo scorso anno. Rileggerle e ascoltarle oggi fa un certo effetto. 

Cominciamo da Quezzi, quartiere collinare da dove si possono ammirare da un lato i monti e dall’altro, sullo sfondo, il mare. «Da qui possiamo vedere gli effetti della cementificazione che a partire dal secondo dopoguerra ha consumato suolo e ha impermeabilizzato interamente il territorio – dice Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – Dall’alto, perso fra i palazzi che pian piano si sono avvicinati drasticamente all’alveo, non si percepisce più la presenza del torrente Fereggiano». Sui versanti sono rimasti pochi campi coltivati, i casolari sono stati sostituiti da palazzi o villette. Un patrimonio agricolo perso per sempre. La valle del Fereggiano un tempo era ricca di campi coltivati, come quella limitrofa al Bisagno. Lo dicono i nomi: Bisagnino, besagnin, vuol dire verduraio. I coltivatori scendevano dalle alture di Genova lungo la Val Bisagno per vendere i prodotti degli orti cancellati dall’urbanizzazione. A chiudere come un arco la valle c’è il viadotto “Marassi” dell’autostrada, sotto i palazzi a picco sui fianchi dei monti, uno fa a ombra all’altro che a sua volta priva della bellissima vista sulla valle il caseggiato che gli sta alle spalle. Una selva di abitazioni spuntate senza andar troppo per il sottile negli anni del boom. Soltanto ora, per alleviare la fatica della salita su Quezzi, stanno costruendo un impianto a cremagliera. Ma sempre di cemento si tratta. «Almeno lo stiamo facendo bello – ironizza un operaio al lavoro – quello che provoca danni è tutto quello che è stato costruito negli anni. Io lo so bene – dice – ogni volta che si allaga da qualche parte in città mandano noi a ripulire e ad aggiustare le opere danneggiate».

Scendendo da Quezzi, lungo via Piero Pinetti, il Fereggiano si fa strada fra gli edifici: le fondamenta fanno da argine al rio che dopo qualche centinaio di metri scompare sotto l’asfalto. Una stradina di servizio, sostanzialmente un parcheggio parallelo alla strada principale, ricopre il torrente. Non un’opera realizzata trenta o quarant’anni fa ma nel 2010, quando furono anche abbattuti due palazzi in zona. «Si è esplicitata ancora una volta – riprende Santo Grammatico di Legambiente – una cultura di gestione del territorio che vede i torrenti come infrastrutture da ricoprire e usare per penetrare nell’entroterra».

Poco oltre il corso d’acqua “riemerge” alla luce del sole per giungere all’unico intervento strutturale di un certo rilievo realizzato in questi due anni. Una parete di cemento a contenere una frana e un parapetto, sempre di cemento armato che sostituisce la ringhiera dalla quale l’acqua è tracimata il 4 novembre 2011. Qui il Fereggiano va di nuovo sotto terra e questa volta per sempre: uscirà all’aria aperta oltre un chilometro più in là con un tuffo nel torrente Bisagno. Quel giorno l’acqua era così tanta, e piena di detriti, che di andar giù nel tubo non ne voleva sapere. L’onda ha sommerso tutto il quartiere. Sei donne persero la vita, una targa le ricorda. Ma qui non servono targhe commemorative per mantenere la memoria, ci sono le saracinesche abbassate che parlano da sole. Molti esercizi commerciali non hanno più riaperto: gli aiuti ricevuti non son bastati. «Purtroppo ci hanno pagato il 40% di quello che abbiamo ricomprato – racconta Duccio Mazzocchi, titolare di una ditta che fabbrica materassi e che continua nonostante tutto l’attività – Ho quindi chiesto un prestito di centomila euro alla Carige ma solo per i primi due anni il tasso di interesse era agevolato al 3%, adesso lo stiamo pagando per intero. Insomma, devo dire grazie alla Caritas da cui ho ricevuto cinquemila euro e al prete di zona che me ne ha dati 10mila da una raccolta che aveva raggiunto 400mila euro e ha distribuito fra i commercianti della zona».

Poco più in là, prima di arrivare alla lapide commemorativa, un’istallazione luminosa: la scritta lampeggiante “Comune di Genova – Protezione civile” in caso di allerta può essere sostituita dalle informazioni per la popolazione. Mitigare il rischio è un lavoro complesso e lungo, ma diffondere le informazioni ai cittadini in tempi rapidi si può fare. «Facciamo campagne informative con le simulazioni nelle scuole, diffondendo libri e volantini, spot televisivi e radiofonici su come convivere con il rischio. Stiamo anche attivando un servizio di telefonate per le persone che vivono in 1.500 edifici nelle aree critiche» racconta Gianni Crivello, assessore comunale alla Protezione civile della giunta Doria insediata a maggio del 2012. Nel 2011 c’era la giunta Vincenzi, coinvolta in un’inchiesta della Procura di Genova proprio sulla gestione dell’allerta. «La nostra città è molto complessa – riprende l’assessore – Siamo attraversati da 88 corsi d’acqua che superano il chilometro di lunghezza e di questi ben 28 sono tombati. A metà 2014 (? n.d.r) partiranno i lavori per lo scolmatore del Fereggiano ma per completarlo ci vorranno cinque anni. Per affrontare nell’immediato le situazioni di rischio, invece, abbiamo assottigliato il tavolo operativo a 15 persone e monitoriamo il territorio 24 ore su 24 con sorveglianza umana e tecnologica. Presto – promette – saremo in grado di interdire rapidamente parti della città in caso di aggravamento dell’allerta meteo».

Il viaggio del Fereggiano nel frattempo prosegue al buio sotto l’asfalto e il cemento del quartiere Marassi. L’ultimo tratto è sotto via Monticelli. Il torrente ritrova la luce saltando, come si diceva, nel Bisagno. Un’apertura che si apre perpendicolare sull’argine, rendendo difficile il deflusso dell’acqua in caso di piena del corso principale. Com’è avvenuto proprio due anni fa. «Il torrente aveva una larghezza del letto di 96 metri nel 1900, oggi nella parte coperta è largo 48 metri – spiega Enzo Rosso, professore ordinario di costruzioni idrauliche e marittime e idrologia nel Politecnico di Milano e autore del libro in uscita Bisagno. Il fiume nascosto – È evidente che costringere un fiume in un canale di cemento qualche problema lo pone».

Il Bisagno fu coperto durante il fascismo per ragioni igieniche e urbanistiche. «Si vedeva il progresso nel coprire i fiumi – riprende il professor Rosso – oggi sappiamo che vanno invece salvaguardati. Purtroppo però un progetto ambizioso di parziale scopertura, presentato nel 2002, non è stato adottato. Comportava un blocco del traffico per un po’ di tempo. Ecco, bisogna separare nel ragionamento i fiumi dalle strade, perché spesso si guardano i corsi d’acqua come un limite al traffico e alla viabilità». Una logica dura a morire. Come si vede nella zona di Ponte Carrega, poco più a nord risalendo il torrente e superando un’enorme copertura del corso d’acqua: la “lastra” di cemento e asfalto del parcheggio dello stadio Marassi, eredità di Italia ’90. «C’è un progetto che punta a restringere il corso del fiume per circa due chilometri e ad allargare la sede stradale – dice Fabrizio Spiniello, dell’associazione Amici di Ponte Carrega – Si prevede una tramvia, alla quale non siamo contrari. Però abbiamo paura che il restringimento del Bisagno rappresenti solo un progetto di viabilità e non di messa in sicurezza. Perché comporta l’abbattimento di cinque ponti, di cui due pedonali, da sostituire con due soli ponti carrabili». Un’opera che mette in secondo piano il rischio idrogeologico. «Abbattendo i ponti si aumenta l’impetuosità a valle della piena – aggiunge il professore Enzo Rosso – L’abbattimento ha un senso solo per la viabilità e allora si capisce cosa comanda fra esigenze di traffico e la discesa delle acque dei torrenti». Infatti le nuove esigenze “commerciali” della zona si stanno facendo letteralmente strada. Poco oltre lo storico Ponte Carrega c’era una volta la cementifera, la fabbrica della Italcementi. Oggi non c’è più, al suo posto sorgerà il centro commerciale Bricomen. «Hanno cominciato i lavori poco prima dell’alluvione del 2011 – racconta Ivan De Fazio, dell’associazione Ponte Carrega – Non c’è stata partecipazione pubblica e quando abbiamo protestato è stato scritto nell’accordo che prima di aprire il cantiere avrebbero realizzato la messa in sicurezza del rio Mermi, un affluente del Bisagno. Invece hanno cominciato a costruire il centro commerciale, con il risultato che l’acqua arriva nel quartiere ogni volta che piove. E la beffa sarà che ci troveremo nella valletta un edificio dalle cubature enormi, perché grazie a un cavillo hanno esteso a tutta la nuova struttura l’altezza di 45 metri del punto più alto della cementifera».

Scendiamo infine lungo il Bisagno, da ponte Castelfidardo si “apprezza” la fotografia della città: sul letto del fiume restano solo tre arcate dell’antico ponte Sant’Agata, una volta erano 28 e coprivano l’intera area golenale fino all’odierno quartiere di San Fruttuoso. Dopo aver salutato i ruderi dell’antico ponte, le acque s’immettono nelle viscere della città: passano sotto la stazione di Genova Brignole e i viali d’epoca fascista per rivedere la luce un chilometro più avanti. Alla foce. E se ad accoglierla c’è una mareggiata con vento da sud, di Libeccio, incontra pure difficoltà nel defluire. Nonostante il grande sbocco a quattro arcate, manco a dirlo, di cemento armato.


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#Genova: Vergognatevi corrotti, criminali e incapaci

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Dieci morti nel 1953, quarantaquattro nel 1970 con duemila sfollati, due nel 1992, tre nel 1993, uno nel 2010, sei nel 2011, un altro ieri… Ed avanti così, se non cambia qualcosa, nuovi morti domani, dopodomani, dopodomani l’altro.

Quei fiumi che esplodono perché non ce la fanno a contenere la pioggia. Nella loro “pancia” non c’è più spazio, quello è servito all’uomo per costruire, cementificare, deviare. Un mare di parole affoga anche l’emergenza di queste ore. Genova ha divorato spazio, costruita sul disastro di se stessa. Ma la colpa non è mai di nessuno.

La versione del sindaco Marco Doria, al centro delle polemiche perché mentre cominciava l’inferno era al Teatro Carlo Felice ad assistere all’opera “Una furtiva lacrima” (guarda il caso): “Nessuno ci aveva preavvertito che certe cose avrebbero potuto accadere nella giornata di ieri. Non avendo avuto informazioni in questa direzione, il nostro sforzo è stato quello di affrontare l’emergenza in tempo reale, comportandoci come se ci fosse uno stato di allerta 2 (elevata criticità, il più grave, ndr), anche se non era stato ancora proclamato“. La versione del governatore e cementificatore Claudio Burlando è simile: “Tutta colpa del nostro modello previsioni, è la prima volta che sbaglia. Ieri sera (giovedì, ndr), mentre fino al bollettino delle 18, che indicava un’attenuazione dei fenomeni, realtà e modelli corrispondevano, alle 21 si è verificata una divaricazione tra il modello e quello che è accaduto in realtà“.

Certo come al solito il disastro dell’alluvione di Genova non è colpa dei politici mafiosi e cementificatori di Destra-Sinistra-Centro, ne’ della protezione civile, ne’ del mancato allarme, ne’ dell’Arpal, Parpal, Pipital etc…. la colpa è della pioggia autorigenerante con scappellamento a bomba d’acqua, come Antani senza ombrello…

Ma poi si scopre che dai primi mesi del 2012, e cioè da due anni e mezzo, il settore di Protezione civile ed Emergenze della Regione Liguria, di cui Arpal fa parte, non ha un dirigente responsabile. Nell’ente che “vanta” una sensibile concentrazione di capi, il calcolo parla d’un dirigente ogni 13 dipendenti, a reggere le sorti del dipartimento cruciale, è un “vice”, pur universalmente riconosciuto “capace”: Stefano Vergante.

Ed è in questi anni che la Liguria stava ragionando sulla necessità di modificare in modo strutturale i sistemi di segnalazione dell’emergenza. Chi c’era a governare questo processo? Nessuno. Niente capo, una posizione di fatto vagante dal lontano 2010, quando va in pensione lo storico dirigente Guglielmo De Luigi. A dire la verità un sostituto viene individuato, e nominato, in Maria Luisa Gallinotti, prima nella graduatoria degli aventi diritto al posto. Ma non entra mai in sintonia con il diretto superiore e al primo valzer, inizio 2012, la dirigente finisce a occuparsi di emergenza profughi, pur essendo più titolata a gestire il meteo. Da lì in poi non si fa nulla per dotare la struttura di  un nuovo dirigente, mentre un capo ci sarebbe voluto eccome. La Protezione civile regionale e Arpal non diventano quel che dovrebbero diventare, e cioè una sorta di unità di crisi permanente, quasi un team pilota in una delle terre più vulnerabili d’Italia. Ad oggi è invece sottodimensionata e in maniera importante: 20 persone, quando gli omologhi settori di altre regioni hanno ranghi molto più nutriti (quasi sempre oltre le 50unità).

E poi c’è l’assurda storia degli appalti per la messa in sicurezza dei due torrenti: il Fereggiano e il Bisagno. I soldi ci sono, e da tempo, ma i cantieri sono fermi da almeno tre anni, data dell’ultima alluvione. Solo ad agosto sono state avviate le procedure di gara per lo scolmatore di Fereggiano, un appalto da 45 milioni di euro. “Speriamo di aprire i cantieri entro la fine del 2014“, ha dichiarato l’assessore regionale Gianni Crivello. La sicurezza può attendere. È però la vicenda del torrente Bisagno (esondò nel 1822, uccise nel 2011 e sta devastando la città in queste ore) la più assurda e scandalosa, i soldi ci sono (35 milioni di euro) ma i lavori sono bloccati dal Tar. Il grande paradosso è che anche quando finiranno i lavori, scrive Legambiente , “e arriveranno alla Ferrovia, si avrà una capacità di 850 metri cubi d’acqua al secondo (ora è di 5-600), mentre l’alluvione del 2011 ha avuto una portata di 1000 metri cubi al secondo”. Tradotto serviranno a poco.

Non c’è soluzione al ridicolo, ma a parte le supercazzole politiche è responsabile dell’alluvione chi ha governato e chi era all’opposizione in tutti questi anni, chi con la Destra stringe le mani delle vittime e con la Sinistra incassa tangenti, chi ha ricoperto la Liguria di cemento, chi ha approvato progetti di porticcioli, chi a trascurato la pulizia dei rivi, chi stanzia miliardi per grandi opere inutili etc. etc…. Vergognatevi penalmente e moralmente!!

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