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Il Pil del benessere “equo e sostenibile”: partecipa al questionario

Il Pil del benessere "equo e sostenibile"

Il tema della massimizzazione del benessere dei cittadini è il tema centrale delle politiche dei governi, che sono chiamati a trovare nuove strade per creare valore economico in un quadro di sostenibilità sociale, ambientale e finanziaria.

Si tratta di una questione decisiva per la politica nazionale e locale perché è la crescita del benessere e della soddisfazione di vita dei cittadini-elettori che è decisiva per la rielezione dei governi. L’Italia ha avviato da questo punto di vista un processo all’avanguardia a livello mondiale. Lo scorso anno l’ISTAT ha convocato al CNEL le parti sociali e ha chiesto loro di identificare i “domini” del benessere. Su ognuno di questi (12) domini (benessere economico, ambiente, qualità dei servizi, relazioni, ecc.) una commissione di esperti ha costruito indicatori approvati e validati successivamente dalle parti sociali. La mappa degli indicatori ha portato alla prima fotografia del “benessere equo e sostenibile” in Italia presentata qualche mese fa.

Il progetto di ricerca FQTS/Università di Tor Vergata che ha elaborato il questionario qui proposto intende far avanzare le conoscenze in tale direzione, sostenuto in questo anche dal tuo quotidiano. Ti chiediamo di contribuire al progresso delle informazioni in materia di benessere equo e sostenibile attraverso la compilazione del questionario.

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Oltre il PIL e la crisi


E’ oramai da più tempo che gli studiosi di scienze sociali segnalano la necessità di un indicatore economico che vada oltre il concetto di PIL, vale a dire l’indicatore della ricchezza prodotta da un paese, al fine di definire l’effettivo stato di salute di una economia e più in generale di una società.

Da più parti si richiama ad una misurazione tramite indicatori che non captino solamente i fenomeni economici, ma anche quelli sociali, quelli ambientali, gli aspetti connessi all’organizzazione economica e di uno Stato, le risorse naturali, le condizioni di vita della popolazione umana, al fine di valutare la piena sostenibilità all’interno di un sistema economico. Correva l’anno 1968 quando Robert Kennedy (guarda il video), poco prima di essere assassinato, in uno storico discorso introduceva il concetto che il PIL non era e non poteva essere l’unico strumento per misurare i successi di del Paese. Kennedy evidenziava come il PIL misuri e comprenda anche l’inquinamento dell’aria, o i mezzi di soccorso a seguito di un incidente stradale, ma come lo stesso numero non tenesse (e non tenga) conto della salute delle famiglie, la qualità dell’educazione, la bellezza della poesia, il ruolo della famiglia che, anche ai giorni nostri, si sta dimostrando il primo ammortizzatore sociale in tempo di crisi, non tiene conto nell’equità nei rapporti tra le persone come non misura il coraggio, la saggezza, la conoscenza di un Paese. Parole quelle di Kennedy che suonano profetiche in un momento storico nel quale tutti sono chiamati a far quadrato per ripartire dopo una crisi economica di dimensioni planetarie come quella che stiamo vivendo.

Ci sono voluti alcuni decenni perché le illuminate parole dello statista americano germogliassero, ma, dopo alcuni economisti e studiosi di altre scienze sociali sia italiani che stranieri (Sen, Stiglitz, Fitoussi, Attali, Dacrema, Beccattini, Carraro, Tiezzi per citarne alcuni) hanno affrontato diffusamente il tema, anche l’Unione Europea nel 2007 è scesa in campo chiedendosi se bastino i dati strettamente quantitativi per misurare l’andamento della crescita economica delle nazioni. Ecco che è emersa la necessità di valutare altri parametri come un indice ambientale globale, delle relazioni accurate che misurino le distribuzioni e le disuguaglianze, delle tabelle di misurazione e valutazione dello sviluppo sostenibile, la tenuta di una contabilità pubblica anche in campo ambientale e sociale. Lo strumento che l’Unione Europea e la Commissione Europea hanno in animo di proporre va dunque a misurare, con una batteria di indicatori, anche elementi quali i consumi energetici, i mutamenti climatici o la produzione di rifiuti e l’inquinamento, ma anche la tempistica di risposta della giustizia che causa, talvolta, in particolare nel nostro Paese, un elevato e generalizzato livello di insoddisfazione nei cittadini e nelle imprese.

Ma prima di tutti costoro un piccolo stato come il Bhutan, negli anni Ottanta, con il suo re Jigme Singye Wangwuck coniò il concetto di Felicita interna lorda (Gross National Happiness) sintentizzando una serie di indicatori che avevano come obiettivo misurare la promozione di uno sviluppo equo e sostenibile. Perché è oramai chiaro che qualità della vita non è solo PIL.

Un esempio: siamo così sicuri che la cementificazione selvaggia che ha coinvolto alcune aree di pregio turistico dell’Europa negli ultimi anni e che ha prodotto un consistente aumento del PIL abbia altresì prodotto un aumento del valore sociale percepito nel territorio dalla popolazione? E’ necessario sempre di più come dice la prima raccomandazione della Commissione voluta da Sarkozy su questi temi, valutare il benessere materiale, ma per fare ciò bisogna analizzare il livello dei redditi e quello dei consumi prima ancora del livello di produzione. Una autentica rivoluzione che pur non demolendo il concetto di Prodotto Interno Lordo, impone una riflessione sulla necessità di introdurre altri indicatori di misurazione su un territorio che vadano a captare l’effettivo livello di benessere perché lo sviluppo economico non è solo PIL, ma anche valutazione della sostenibilità del benessere piuttosto che misurazione della qualità della vita. Tutto questo non è un problema avulso dalla realtà degli studi economici che da lunghi anni si sono interrogati su temi legati all’economia del benessere, a concetti di esternalità positive e negative, ma affrontando queste questioni più da un punto di vista microeconomico: il percorso attuale è quello invece di pervenire a misurazioni di questi fenomeni da un punto di vista macroeconomico che facciano emergere non tanto un territorio migliore di un altro, ma come l’integrazione dei territori possa generare un circolo virtuoso di nuova crescita generalizzata e permetta di individuare quali potranno essere i nuovi fattori di competitività perlo sviluppo di un territorio. Una bella sfida che coinvolge tutti noi e che ci richiama anche a quel grande economista che è stato Ricardo che per primo comprese la grande importanza di aprire i mercati, con la teoria dei costi comparati, per aumentare il livello di sviluppo di un’economia. Andare Oltre il Pil non è dunque una moda, ma una necessità che ci impone il periodo storico che stiamo vivendo: Samuel Johnson ci ricorda che il futuro si guadagna col presente mentre Alfred Marshall ci fa memoria che l’economia è lo studio dell’uomo nei suoi affari quotidiani: oggi gli affari quotidiani riguardano anche un nuovo ordine dell’economia che non può non passare per un criterio di equità intergenerazionale e di sostenibilità anche a favore delle generazioni future e che ci impone di guardare oltre, come dice il presidente francese Sarkozy, alla religione delle cifre e quindi oltre il PIL, ma di misurare l’effettivo benessere qualitativo sociali per produrre anche politiche che mirino allo sviluppo armonico dei sistemi economici.

Dott. Roberto Crosta – Segretario Generale Camera di Commercio di Venezia


Il PIL: un problema di valutazione. Dai primi tentativi di calcolo ai giorni nostri

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I 12 punti per il benessere della società, altro che PIL

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Il PIL è il tentativo meglio riuscito di misurazione del valore del prodotto realizzato e di osservazione delle oscillazioni del ciclo economico e non una misura del progresso e del benessere di una società, in quanto “il benessere di una nazione difficilmente può essere tratto da una misura di reddito nazionale”. E’ riduttivo definire il PIL come un indicatore, ma si tratta piuttosto di una misura calcolata all’interno di almeno tre conti della Contabilità Nazionale (della produzione, della distribuzione, degli impieghi), con cui si dà una dimensione al valore del prodotto realizzato da milioni di imprese, ai redditi percepiti da milioni di lavoratori, ai consumi effettuati da milioni di famiglie, alle entrate e alle uscite del bilancio pubblico e alle relazioni economiche tra un paese e il resto del mondo. Il PIL non considera le attività svolte al di fuori del mercato (come il volontariato e il lavoro domestico), le esternalità negative sociali e ambientali del sistema produttivo, non tiene conto degli aspetti distributivi (del reddito, della ricchezza, delle esternalità negative di tipo sociale e ambientale) e valuta al costo dei fattori l’attività della Pubblica Amministrazione (con la conseguenza che se aumentano gli sprechi e le inefficienze dell’apparato pubblico aumenta il PIL), includendo in essa le spese per la difesa. 

Disse Simon Smith Kuznets, premio Nobel per l’economia nel 1971: “Come già notato, le misure convenzionali del prodotto nazionale e delle sue componenti non riflettono molti costi e aggiustamenti nelle strutture economiche e sociali conseguenti alle principali innovazioni tecnologiche e, in effetti, ne omettono anche i ritorni positivi. La teoria precedente che è a monte di queste misure definisce i fattori produttivi in modo relativamente ristretto e lascia la crescita della produttività come un gap inspiegato, come una misura della nostra ignoranza. Questo difetto della teoria nei confronti delle nuove evidenze ha condotto negli anni recenti a un dibattito vivace e ai tentativi di espandere la cornice della contabilità nazionale per comprendere costi nascosti ma chiaramente importanti, come ad esempio l’istruzione vista come investimento in conto capitale, lo spostamento verso la vita urbana, l’inquinamento o altri risultati negativi della produzione di massa. Questi sforzi dovranno spiegare anche alcuni risultati positivi, quali la maggior longevità e salute, la maggior mobilità, il maggior tempo libero o le minori disuguaglianze di reddito…. Il ruolo della famiglia come centro delle decisioni economiche non solo in merito ai consumi ma anche in merito agli investimenti”. 

Anche l’OCSE si è impegnata fortemente sul tema della misurazione del progresso e del benessere, con l’obiettivo di dare risposta alle esigenze dei cittadini e dei decisori politici di informazioni migliori sul benessere e il progresso della società. L’OCSE configura uno schema multidimensionale di benessere con obiettivi finali e intermedi e due ottiche trasversali secondo il quale “il progresso di una società si verifica quando si consegue un aumento del benessere equo e sostenibile”.

Nel 2005 il CNEL ha presentato il progetto “Indicatori per lo sviluppo sostenibile“. Nell’ambito di tale progetto ci si è posto l’obiettivo di coprire le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: economico, sociale e ambientale. Tale progetto fu approvato all’unanimità dalle Parti Sociali rappresentate al CNEL in occasione dell’Assemblea del 28 aprile 2005. E’ stato proposto e realizzato un sistema di indicatori per lo sviluppo sostenibile basato su indici (aggregati tematici di indicatori), su indicatori (descrittori diretti di fenomeni economici, sociali ed ambientali) e su target (obiettivi da perseguire nel tempo) e, sulla base di esso, è stato predisposto un Rapporto sullo sviluppo sostenibile in Italia, capace di descriverne lo stato attuale della sostenibilità e di consentirne il monitoraggio nel futuro. 

L’obiettivo è stato, quindi, la determinazione delle aree considerate più rilevanti, che identificano il benessere, nella sua composizione qualitativa e quantitativa, per poter misurare anche la dinamica temporale di questo benessere. L’intenzione di costruire, quindi, un set di indicatori che si affianchi alla PIL e ne consenta di superare i limiti di indice unico, monodimensionale ed esclusivo. Gli ambiti specifici che determinano il benessere della società sono: Continue Reading

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I cereali? Sani sì, ma pieni di zucchero

Si tratta di un cibo da sempre associato all’idea di benessere e salute. Ma una ricerca dell’organizzazione britannica Which, dopo aver misurato la quantità di saccarosio in 50 tipologie di corn flakes, dimostra come la percentuale ecceda – e non di poco – quella consigliata dai medici . L’esperta: “Controllare sempre la tabella nutrizionale”

Simbolo del connubio nutrizione-benessere, i cereali a colazione sono considerati la migliore scelta per iniziare la giornata a tavola con un carico di sana e bilanciata energia. Basta guardare gli spot o anche solo leggere le confezioni per rendersi conto che i cereali, soprattutto quelli commercializzati dalle grandi marche, vengono spesso pubblicizzati come un “toccasana” per la salute dei più piccoli. Eppure, non è sempre così. A risvegliare la coscienza dei consumatori è una ricerca choc che arriva dal Regno Unito: i cereali più celebri e più diffusi in commercio sono in realtà “dopati” di zucchero.
A diffondere i dati è stata l’organizzazione britannica Which, che divulga informazioni indipendenti per lanciare un salvagente ai consumatori che rischiano di annegare nel selvaggio mare magnum di offerte e promozioni. Which non ha fatto altro che misurare le quantità di zucchero contenute in oltre cinquanta tipologie di cereali destinate alla prima colazione. Ebbene, dai risultati è emerso che in molte confezioni pubblicizzate i cereali contengono elevate percentuali di zucchero.
Il primato con ben il 37 per cento di zucchero è andato al prodotto sponsorizzato da Tony la Tigre. Nella lista nera anche i tradizionali cornflakes con un corposo 8 per cento di eccesso di saccarosio. Non è poco se si pensa che granelli di un grammo apportano già quattro calorie e, soprattutto, considerando l’allarme internazionale lanciato dai medici sull’uso sconsiderato dello zucchero nell’alimentazione, nemico della salute alla stregua del sale e del colesterolo e colpevole di giocare un ruolo chiave in malattie serie come obesità, diabete e patologie cardiache.
I numeri dell’allarme parlano chiaro: dai dati diffusi recentemente sulla rivista Nature sarebbero 35 i milioni di morti all’anno attribuibili al ricorso smodato allo zucchero.Un killer che si insinua silenzioso negli scatoloni colorati dagli slogan rassicuranti, comodamente occultato da frasi che catalizzano rapidamente l’attenzione, alludendo esclusivamente al ridotto contenuto di grassi e all’ampio apporto di vitamine e ferro.
Esperti inglesi, come il critico gastronomico Joanna Blythman, si battono contro lo sfruttamento dell’inconsapevolezza del consumatore, ignaro di ingurgitare pericolose bombe caloriche dall’indice glicemico alto, e quindi cariche di energie che bruciano rapidamente, creando un aumentata astinenza da zuccheri.
Non resta che difendersi all’acquisto. Gli esperti consigliano di leggere sempre le tabelle nutrizionali, tralasciando i numeri suggeriti per una singola porzione e valutando soltanto le cifre segnalate per i 100 grammi di prodotto: in quella casella si nasconderebbe la verità, schiacciante anche per gli “special” cereali che continuano a garantire ventri piatti e taglie trentotto alle donne con un “carico pendente” di zuccheri del 17 per cento.

(Fonte ilfattoquotidiano)
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