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Sharing economy: Condividere per combattere la Crisi

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Prestito, scambio, baratto, dono, questa è la sharing economy. Condividere alcune risorse anziché possederle è più efficiente, sostenibile e aiuta a costruire comunità.

A Milano il successo del car sharing, l’auto da condividere, è travolgente. Sono già in pista tre operatori (Atm, Car2Go e Enjoy) e se ne annuncia un quarto. Siamo già a un parco macchine in affitto di 1.300 unità e complessivamente si dovrebbero creare qualche centinaio di posti di lavoro (80 solo per Car2Go) ma le virtù della sharing economy sono molto più ampie della pur importante razionalizzazione della mobilità urbana.

Condividere sta diventando in qualche modo una filosofia da far valere dentro la Grande Crisi. Si reinventano tradizionali comportamenti di mercato come il prestito, lo scambio e il baratto mediandoli però con le tecnologie, modalità nuove ed economie di scala prima impossibili.

Come ha dichiarato la guru americana April Rinne di Collaborative Labs, «condividere alcune risorse anziché possederle è più efficiente e aiuta a costruire delle comunità». Il termine anglosassone è idling capacities ovvero “risorse sottoutilizzate” e tre sono le categorie principali a cui applicare la nuova filosofia: lo spazio (case, uffici, giardini); gli oggetti e dunque macchine, bici, attrezzi e, terzo, i talenti e le competenze.

Alte e basse se è vero che negli Usa esistono addirittura piattaforme di condivisione nelle quali si comprano micro-lavori come il dogsitter. A livello internazionale uno dei casi di maggiore successo è sicuramente Airbnb che permette di affittare temporaneamente la propria casa o anche solo una stanza/posto letto.

Con un colpo solo il turista risparmia e il padrone di casa incamera un’entrata aggiuntiva che in tempo di crisi vale oro. Tra i vantaggi accessori del successo di Airbnb vanno annoverati la nascita di nuovi prodotti come la chiave a distanza per aprire gli appartamenti o la «spalmatura» di flussi turistici anche in quartieri cittadini tradizionalmente trascurati.

L’ultimo grido della sharing economy è francese e si chiama Blablacar, consente di condividere un viaggio in auto su lunga distanza ma anche di combinare le persone in base alla loro elevata o ridotta propensione a parlare (da qui bla bla). Anche in questo caso due vantaggi in un colpo solo: meno benzina e più socialità.

Nonostante i successi dei big (nel car sharing milanese non bisogna dimenticare che sono entrate in gioco a vario titolo la Mercedes, l’Eni e la Fiat) l’economia della condivisione è su base locale. «Anche quando le aziende sono multinazionali e le comunità globali, le soluzioni restano però locali – ha sostenuto Rinne – A livello mondiale, ci sono poche aziende di grandi dimensioni come Airbnb, ma la maggior parte sono piccole».

Le piattaforme crescono al ritmo delle comunità che le supportano: può essere un quartiere, una città o l’intero mondo. A Milano si racconta che i livornesi che lavorano sotto il Duomo hanno cominciato ad organizzarsi in sharing per i viaggi di andata e ritorno con la città di origine e poi hanno esteso la condivisione.

Tra i casi di successo nazionali spicca quello di Fubles, una piattaforma nata per formare ex novo squadre di calcetto mettendo assieme persone che non si conoscevano affatto. Fubles ha sviluppato una partnership con le società che affittano i campi, ha concluso un’intesa con Adidas ed è finanziata da Renzo Rosso.

Una certa notorietà la sta conoscendo anche Gnammo che funziona così: tu fai il cuoco e chi si prenota viene a mangiare da te (pagando). Esempi come l’ultimo possono far sorridere e indurre alla tentazione di catalogare tutto sotto la voce «goliardia» e invece l’ingresso massiccio della tecnologia testimonia del grado di modernità e ha cambiato l’immagine di vecchie pratiche di scambio, che erano rimaste confinate in una ridotta pauperistica e che invece si presentano come gestione intelligente/mobile delle risorse.

Tanto che la stessa Rinne, di passaggio a Milano, ha consigliato all’Italia di usare la sharing economy per sviluppare turismo e trasporti, «non conosco Paese che possa beneficiarne di più». Tra le vecchie pratiche riamodernate c’è anche il baratto.

E’ possibile liberarsi di un oggetto di cui si pensa di non aver più bisogno cedendolo a una piattaforma di scambio che concede crediti, a loro volta questi bonus potranno essere spesi – anche in una fase temporale diversa – per prendere altri oggetti.

Quanto più il bene è costoso da smaltire – un frigorifero o un computer – tanto più l’algoritmo che governa la piattaforma stabilisce un prezzo basso per incentivarne la vendita e rimettere in circolo un qualcosa che sarebbe stato rottamato.

Il bartering è invece una sorta di cambio merci tra aziende e l’iniziativa più clamorosa degli ultimi tempi è il Sardex, una moneta complementare creata da un gruppo di privati. Grazie a un accordo in gestazione con la Regione Sardegna potrebbe essere usata per pagare gli assegni di disoccupazione da 500 euro. I 500 sardex equivalenti dovranno però essere spesi per acquistare prodotti di aziende dell’isola.

(Fonte La nuvola del lavoro)


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Il tempo non è solo e sempre denaro

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In principio fu un quaderno azzurro sul quale venivano appuntate note del tipo: “Francesca ha dato un’ora a Giovanni”. Oggi sono migliaia le persone che si rivolgono alla Bdt, Banca del tempo dove la moneta corrente è il do ut des.

Non sono associazioni di volontariato, perché in queste realtà l’obiettivo è la reciproca utilità di tempo inteso come baratto di saperi, intelligenza, competenze e umanità. Luigi Tomasso che dirige la Bdt del quartiere milanese Niguarda con la sua newsletter aperiodica raggiunge oltre 3 mila destinatari “le persone qui non si assomigliano e non hanno alcuna omogeneità né anagrafica né di interessi. Aderiscono disoccupati e non, le ore offerte superano quelle ricevute, il tempo non è solo e sempre denaro”.

Dai corsi di lingue a quelli di cucina, dall’informatica al restauro, tutto serve. Sui conti correnti le persone depositano ore a disposizione o in aiuto altrui, le Bdt in Italia sono circa 500 e tutti gli scambi sono gratuiti così come il copyright della denominazione. “Personal mente sono contrario a qualsiasi struttura piramidale che spegnerebbe la freschezza e la capacità di adattarsi alle persone”. Non ci sono obblighi e in periodi in cui il denaro per molti scarseggia diventa importante sapere che, per esempio, insegnare l’utilizzo di Skype a una casalinga può valere un orlo ai jeans o il cambio cerniera di un giubbotto a uno studente. L’esordio spetta ai Lets (Local exchange trading system) che a Norwich in Gran Bretagna costituirono un sistema di trasferimenti attraverso un’unità locale che smistava in modo funzionale le attività messe a disposizione. In Francia presero il nome di Sel (Système d’échange local) oppure Rers, Réseaux d’échange réciproque des savoirs, reti di scambio reciproco dei saperi. Diversi nomi per il medesimo intento di mettere in contatto persone disponibili a scambiarsi servizi e prestazioni offrendo anche la possibilità di conoscersi.

Tomasso ripete che è un baratto alla pari, senza differenza alcuna tra le varie professioni, uno scambio misurato in ore, prescindendo dal valore della prestazione. Negli ultimi anni le competenze e le professionalità a costo zero sono aumentate così come i giovani e i laureati che vi si iscrivono. A Roma sono attivi 18 sportelli e i correntisti sono 6.500 di cui il 70 per cento donne. Il 14,2 per cento ha tra i 18 e i 35 anni, il 26,9 dai 36 ai 55 mentre gli ultrasessantenni sono il 36,9; la stessa percentuale riguarda il numero dei correntisti che hanno conseguito almeno il diploma.

Tuttavia stime a parte ciò che non è possibile quantificare sono le ricadute anche psicologiche delle Bdt che con i loro “assegni” di ore mettono in moto una molteplicità di scambi che soddisfano bisogni materiali ma anche di relazione. A volte queste realtà riescono infatti a scalfire la solitudine tanto che lo stesso direttore della Bdt milanese confessa che alcuni nominativi vengono depennati dal registro ore quando si capisce che i rapporti sono diventati personali più che di scambio. In alcune Bdt si pagano quote simboliche d’iscrizione (dalla quale vengono esentati i senza reddito) in altre invece l’adesione non costa nulla al punto che a rivolgersi alle Bdt sono sempre più spesso persone che intendono imparare un nuovo mestiere o un’attività che a sua una volta può produrre reddito.

(Fonte Il Fatto Quotidiano del 3 Novembre 2013)

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