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I semi patrimonio della nostra civiltà contadina

seed savers-salvatori di semi

I semi sono informazioni: del suolo, del clima, dei nutrienti disponibili, della piovosità, della fertilità, delle origini e del passato delle piante. Ma sono anche memoria del nostro passato, delle nostre migrazioni, delle nostre battaglie come specie umana contro la carestia, dell’adattamento della nostra specie ad ambienti nuovi e mai visti prima, della nostra pazienza nel selezionare varietà, nella creatività e ingegno. L’allarme di Domenico Finiguerra sul Fatto Quotidiano di oggi.

Se chiedete a un cittadino metropolitano quanti ortaggi conosce, vi risponderà elencandone al massimo una ventina: “pomodoro, peperone, zucchina, melanzana, zucca, carota, patata, insalata, cipolla…” Pochissime rispetto all’enorme varietà che pian pianino abbiamo perso. Perso consapevolmente, anzi, appositamente.

Nel 1970 gli esperti della Comunità Europea valutarono quali sementi inserire e quali escludere in un burocratico registro. Al termine dei lavori vennero depennate e dichiarate illegali (già, proprio così, illegali!!!) 1500 varietà di ortaggi e frutti. Cancellate dalla lista delle sementi ammesse alla vendita. Perché? Semplice, perché essendo prive di proprietario, quelle sementi non avrebbero reso alle multinazionali dell’agroindustria. Così, un intero patrimonio della nostra civiltà contadina veniva abbandonato a se stesso e si faceva un bel favore a chi già allora vedeva lontano.

Le zucchine che troviamo sulle nostre tavole e che i nostri figli mangiano in mensa sono degli ibridi e l’agricoltore non può riseminarle. Così ogni anno è costretto a ricomprarne il seme dalle multinazionali che tutti conosciamo (Monsanto in testa). Un danno enorme. Infatti è scientificamente provato che le varietà antiche hanno più vitamine, proteine, amidi e zuccheri complessi ed ormoni naturali. Hanno un sapore più ricco e intenso. Insomma sono più buone. Inoltre le piante tradizionali sono più resistenti e robuste delle altre e quindi non necessitano di sostanze chimiche per la crescita. Infine, le varietà vegetali tradizionali sono (erano?) biodiversità: risorse preziose selezionate in millenni di esperienza agricola umana. Sono la memoria storica e biologica dell’agricoltura.

Appare quindi evidente all’uomo di buon senso che “blindare” e addirittura vietare alcune semenze è antistorico e illogico. Mentre altrettanto evidente è il fatto che pochi potenti, i proprietari dei brevetti, tengono sotto controllo e ricatto tutti i contadini.

Per fortuna, però, esistono resistenze diffuse. Esistono i salvatori di semi, Seed Savers, che sparsi in tutto il mondo stanno costruendo banche dei semi, seminando la rivoluzione in terra. Vandana Shiva è una di loro.

In Italia abbiamo Civiltà Contadina, custodi diffusi che salvano e condividono i semi delle varietà di ortaggi, cereali e legumi eredità dell’agricoltura tradizionale italiana. Un lavoro silenzioso al quale tutti possiamo partecipare affinché il nostro patrimonio non si estingua e possa essere trasmesso alle future generazioni.

Sarebbe tra l’altro un compito dello Stato: art. 9 della costituzione, la Repubblica tutela il patrimonio storico della nazione. Possiamo cominciare, anche in questo, caso a farlo noi cittadini. Diventando custodi di semi. Una buona pratica di cui i nostri figli ci ringrazieranno.


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L’uomo si riavvicini alla terra

contadini

“Dobbiamo recuperare l’equilibrio tra la madre terra e l’uomo”. Questa la preghiera di Adolfo Perez-Esquivel, premio Nobel per la pace nel 1980 per aver denunciato gli orrori della dittatura militare argentina degli anni ‘70, intervistato da Carlo Petrini, fondatore dell’associazione Slow Food, e pubblicata da Repubblica.

“La sovranità alimentare è una sfida importantissima, cruciale, e dobbiamo renderci conto che questa è possibile solo ponendo al centro i piccoli e medi produttori, cioè le realtà promotrici di un modello agricolo sostenibile. Le popolazioni devono smettere di essere spettatori per diventare attori principali e protagonisti del proprio destino e della propria storia. È una responsabilità di tutti noi. Il problema, dei piccoli e medi produttori, è che la maggior parte di loro, che sono la spina dorsale del sistema alimentare, non ha denaro per far fronte al modello competitivo imposto dall’agroindustria. Nel 2025, l’80 per cento della popolazione del pianeta vivrà nelle periferie delle città perché la terra sta finendo progressivamente in mano alle multinazionali, che perseguitano indigeni e contadini per poter praticare monocoltura, sfruttamento minerario, estrazione del petrolio. Questo modo di intendere lo sviluppo e il rapporto con la natura sta privando della terra gran parte della popolazione che, se non agisce in maniera compatta, non ha la forza necessaria per opporsi al potere di queste imprese. Ricordo con nostalgia e affetto Helder Camara, un amico di tante battaglie in America Latina. Lui diceva:

Quando davo l’elemosina ai poveri dicevano che ero un santo, quando ho iniziato a chiedere perché ci sono così tanti poveri, hanno iniziato a dire che ero un comunista“.

Ma perché ci sono i poveri? Nessuno desidera essere povero. Perché la ricchezza e la tecnologia si accumulano nelle mani di pochi? Per me democrazia significa dare a tutti gli stessi diritti e le stesse opportunità. Oggi, se vogliamo davvero raggiungere una democrazia compiuta, dobbiamo ripensare la società in cui viviamo. Gli indios mapuche del Cile vengono condannati per terrorismo perché si oppongono ai grandi progetti minerari e mettono in discussione il diritto di distruggere il loro territorio, mentre i devastatori sono tutelati dalla legge. È evidente che qualcosa va rivisto.

Bisogna capire come resistere, in modo cooperativo o con altri sistemi innovativi. La rete fisica, l’unione delle persone, è l’unica via d’uscita, diversamente non conti nulla. Voi (Slow Food) avete il progetto di creare 10.000 orti in Africa, che è un’idea interessante perché mette in discussione il paradigma dominante. Anche la mia associazione realizza orti e formazione agricola e tecnica per ragazzi di strada e piccoli produttori nella provincia di Buenos Aires, perché dalla terra può partire il riscatto. Facciamo formazione a questi giovani della provincia perché imparino a relazionarsi con la terra in maniera alternativa al modello di sfruttamento che ormai sembra l’unico possibile. Realizziamo anche banche dei semi autoctoni in cui recuperiamo e cataloghiamo le sementi indigene e tradizionali, ci opponiamo radicalmente al sistema dei brevetti che non può essere applicato all’agricoltura, alla vita (…) Non a caso insieme alla mia associazione ci stiamo battendo da tempo per l’istituzione di un Tribunale internazionale per i crimini contro l’ambiente (….) Non è facile capire per chi non vive in prima persona la violenza di certe situazioni. Qualche tempo fa, per sensibilizzare le istituzioni argentine, ho portato Julian Domiguez, l’allora ministro dell’agricoltura e oggi presidente della Camera, a vivere due giorni interi con i contadini della provincia di Buenos Aires. Solo allora ha compreso compiutamente la realtà e la drammaticità della situazione. Credo ci sia bisogno di toccare con mano, per quanto possibile. Diversamente si rimane su un piano teorico e la situazione resta invariata (….) Gli indigeni preferiscono parlare di territorio piuttosto che di terra, perché territorio significa storia, cultura, memoria, appartenenza. Terra spesso si collega solo al concetto di proprietà. A questa distinzione tengono molto. Oggi una delle sfide più grandi è ristabilire l’equilibrio perso con la madre natura in questa vertigine di velocità e di crescita. Tutti vogliono accelerare, cercano lo sviluppo. Ma i semi non si possono forzare, altrimenti si spezza l’equilibrio e si muore. Questa è una lezione che i popoli indigeni, a differenza nostra, non hanno mai dimenticato (…) Racconto un episodio. Una volta mi trovavo in Chiapas insieme a Samuel Ruiz, allora vescovo di San Cristobal de las Casas. Ero là per un convegno su disarmo e sviluppo e approfittai per andare a trovare alcuni amici della comunità maya. Parlando con uno di loro gli domandai:

Cos’è per te lo sviluppo?” E lui mi rispose: “E tu cosa vuoi sviluppare? Vuoi che ci siano più macchine, più computer o cos’altro?Nella lingua maya non esiste la parola sviluppo. È un termine occidentale. E allora, gli chiesi: “Che parola utilizzate?” “Per noi esiste solo la parola equilibrio, tra noi, con gli altri, con la terra, con il cosmo e con Dio. Quando si rompe l’equilibrio nasce la violenza”.

Questo discorso mi è sempre rimasto impresso e l’ho fatto mio. Dobbiamo sempre far tesoro della saggezza degli indigeni (…) Il mondo è ogni giorno più accelerato e ogni giorno più violento in questa sua accelerazione, è imprescindibile tornare a pensare in una dimensione di equilibrio. Scienza e tecnica devono essere al servizio dell’umanità e degli esseri viventi, e per questo dobbiamo ristabilire l’ordine delle priorità, tornare a interrogarci su quali sono le necessità reali di ciascuno e quali invece quelle imposte dal nostro sistema di società dei consumi, che ormai permea anche le relazioni interpersonali. Se noi distruggiamo questo piccolo pianeta chiamato Terra, che è l’unico che abbiamo, tutto il resto perde di senso, diventa fantascienza. Dobbiamo vedere come il cibo che produciamo, l’acqua che sprechiamo, l’uso sconsiderato che facciamo dei beni comuni, stanno riducendo la nostra casa comune. Dobbiamo recuperare l’equilibrio tra la madre terra e l’individuo”.

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