0

Vivere non recitare! Libertà e leggerezza! Insomma vivere alla Rovescia

picasso-Le-tre-danzatrici-arlecchino

“Eleonora da anni tiene lezioni di Arte Zen, che permettono alle persone di scoprire capacità eccellenti nella pittura. Molti sono convinti di non essere capaci di dipingere. Ma se disattivano alcuni meccanismi che generano la paura di sbagliare, tutti si scoprono provvisti di un esuberante senso dell’armonia e del colore. E scoprono anche che dipingere dà gusto. Sono anni che sperimentiamo con centinaia di persone quanto è semplice mollare alcuni condizionamenti e darsi all’arte di scrivere, recitare, ballare.

Fare arte, esprimere armonia e creare stupore, sono capacità innate. Tutti sanno raccontare a un amico un fatto che ha provocato emozione. Ma quando ci si trova di fronte a un pubblico pare impossibile fare la stessa cosa. I corsi di Yoga Demenziale e i laboratori artistici di Alcatraz sono sostanzialmente percorsi che permettono alle persone di scoprire capacità e conoscenze istintive che possiamo rendere disponibili subito e senza grande fatica. Basta creare un’atmosfera di gioco e vien fuori che sei capace di fare quel che pensavi di non saper fare. Ultimamente Eleonora è riuscita a realizzare un salto di qualità nelle sue lezioni. Prima di proporre alle persone di iniziare a dipingere chiede che tutti, uno per volta, si mettano di fronte a lei e si presentino definendosi artisti: “Piacere, sono Giovanni e sono un artista!” Può sembrare un’azione puerile e con poco senso, ma quel che succede è straordinario. Nel momento in cui una persona, di fronte a decine di altre, si trova a presentarsi definendosi “artista”, scatta qualche cosa nella sua testa: si sente artista! Le parole hanno un potere immenso quando le pensiamo ma ancor di più ce l’hanno quando le pronunciamo ad alta voce. Anche se ognuno sa che è solo un gioco, non può fare a meno di provare a sentire come ci si sente a essere un artista. Se ti dico: “Andiamo al mare e ci buttiamo nell’acqua fresca!” tu non riesci a impedire che il tuo cervello produca l’immagine mentale del mare e la sensazione del fresco sulla pelle. È un meccanismo di una potenza assoluta; anche se vuoi impedire che immagini e sensazioni si proiettino nella tua mente, non ci riesci. Ugualmente se dico: “Io sono un artista!” per forza mi sento un po’ artista. E le persone si divertono a pronunciare questa affermazione. È una situazione infantilmente comica e le persone giocano spontaneamente a inventare un tono di voce, un’espressione del viso, un ammiccamento del corpo, che dia spessore evocativo alle parole. Ci si chiede inconsciamente: “Come si presenta un artista? Come stringe la mano? Come si atteggia con il corpo? Come trasmette il suo essere ARTISTA?”. E istantaneamente ognuno trova la sua risposta a queste domande e si trova a scegliere un registro, un tono, rappresentando la sua idea dell’essere artista. Siamo superlativi nella capacità di ATTEGGIARCI. Siamo bravissimi a inventarci una parte e interpretarla. Ed è incredibile il potere che ha su di noi la parte che interpretiamo. A questo proposito cito il grande Dalì. Un giorno un giornalista gli chiese: “Quando ha capito di essere un genio?” E Dalì rispose: “Quando ho iniziato a dire che ero un genio!”

È stato sufficiente che Eleonora proponesse questo gioco del “io sono un artista” per ottenere una serie di cambiamenti a catena. Prima che Eleonora inventasse questa piccola sceneggiata le persone mentre dipingevano, le rivolgevano moltissime domande: “Come mischio i colori? Va bene se qui metto un giallo? Quanta acqua ci vuole nel pennello?” Invece le persone che hanno dichiarato: “Io sono un artista!” Quando iniziano a dipingere non chiedono più nessun consiglio tecnico. “Sono un artista e l’artista fa quel che gli viene in mente! Per questo è un artista!”

Eh già! L’artista nella nostra società è proprio questo. Ogni professione genera un modo di essere delle persone. Se pensiamo a un avvocato, a un muratore, a un medico, a un contadino, subito ci vengono in mente modi di essere più o meno composti, controllati, affettati. Il ruolo sociale evoca un certo modo di comportarsi, di parlare, di ragionare. Non possiamo immaginare un Papa che ride sguaiatamente, un chirurgo che salta sul tavolo e balla il tip tap, un giudice che scoreggia a trombetta. L’artista invece è uno imprevedibile, proprio perché è un artista, si pone al di fuori delle convenzioni comportamentali. Fa quel che gli pare e trae addirittura guadagno dalla sua capacità di sorprendere, di fare qualche cosa di nuovo. Quindi tolleriamo da un artista comportamenti che sarebbero disdicevoli per altre categorie professionali. Un idraulico che fa il buffone sarà capace di aggiustarmi la caldaia?
Quando siamo al lavoro, in famiglia, con gli amici, quante energie spendiamo nel comportarci secondo certi schemi? Nell’aderire all’idea che abbiamo di quel ruolo? E come è stato possibile insegnarci a comportarci in un certo modo a seconda delle situazioni?

Sicuramente è un processo lungo e complesso insegnare a una scimmietta maleducata il comportarsi da persona civile. Genitori, parenti, vicini di casa e insegnanti si sono impegnati parecchio in un martellamento costante che è durato decenni. Non è stato facile insegnarci a non farci la pipì addosso, non buttare giù gli oggetti dai tavoli, non infilarci le dita nel naso in pubblico. Migliaia di volte ci è stato ripetuto di non urlare, non correre, non toccare le parti intime nostre e altrui, non piangere, non ridere, non disturbare.

Saluta!
Siediti!
Taci!
Stai immobile!
Fai i compiti!
Pulisciti il naso!
Perché non si fa!

Centinaia di ordini impartiti quotidianamente, ogni ora, un bombardamento di imposizioni, minacce, blandizie, ricatti, premi. Attraverso questo mitragliamento e osservando il comportamento degli adulti e delle persone di successo siamo riusciti a compiere un’azione di enorme complessità: abbiamo interiorizzato inconsciamente una serie di modelli di comportamento. Infatti, nel processo educativo non esistono momenti in cui ci viene descritto per filo e per segno come ci dobbiamo comportare, come dobbiamo reagire, come dobbiamo interpretare il nostro ruolo sociale… A chi dobbiamo dare del tu o del lei. Fin da bambini gli umani dimostrano una spiccata capacità di estrarre regole generali e particolari direttamente da un insieme di esperienze. E questo processo crea una specie di Pietra di Paragone comportamentale che diventa il fulcro delle nostre scelte e dei nostri giudizi e lo strumento per decidere quale carattere dare al nostro comportamento nelle diverse situazioni. E riusciamo a scegliere cosa è appropriato e cosa no nel tempo di un battito di ciglia, senza neppure rendercene conto. È un processo inconscio. E difficilmente poi, da adulti, ci troviamo a riflettere su questi processi inconsci che utilizziamo per governare il nostro comportamento e giudicare quello degli altri. Quando incontriamo una persona per la prima volta non ci accorgiamo neppure di sottoporla a un’analisi più profonda e articolata di una Tac. Osservando le sue azioni, il suo modo di parlare, di vestire, di guardare, giudichiamo se questa persona rientra nei canoni di comportamento sociale ammesso o è un deviante. Ci mette subito in allarme una persona che si avvicina troppo quando ti parla, che gesticola troppo, che non segue un filo logico coerente nel discorso… Sono decine, centinaia, i segnali che interpretiamo, sommiamo e sottraiamo e dopo un istante ci arrivano le somme, realizzate da un ufficio contabilità nascosto in  aree misteriose della nostra coscienza. E istantaneamente altre zone altrettanto sconosciute di noi stessi ci forniscono schemi di comportamento da adottare in quella precisa situazione, visto l’incasellamento scelto per quel nuovo interlocutore. Ovviamente in questo processo ha anche un grande peso un altro sistema di giudizio, più animale, che riguarda le sensazioni di pelle, empatiche, che istintivamente una persona genera in noi. Ma questo livello emotivo è strettamente connesso con la sensazione che ci dà la capacità di quella persona di aderire a un registro comportamentale socialmente efficiente e rispettoso del Sistema Relazionale Vigente.

Ma questo lavorìo sottintende una grande ansia da prestazione ed è la fonte della paura di non essere all’altezza. Viviamo sotto la costante minaccia costituita dalla possibilità che la nostra anima spontanea ci faccia fare brutta figura. Siamo spesso in ansia perché abbiamo paura che il nostro comportamento provochi la disapprovazione degli altri. Una parte di noi stessi continua per tutta la vita a sentirsi una creatura di pochi anni ancora esposta al fuoco di fila dei rimbrotti dovuti a comportamenti disapprovati dalla collettività. È una molla potente della nostra vita. Ed è un meccanismo che dovremmo mettere in discussione: quanta energia mi costa impegnarmi a essere come ci si aspetta che io sia? E mi conviene investire così la mia capacità di sforzo e attenzione? La mia risposta è che il bailamme di ruoli non conviene. È uno spreco e soprattutto una limitazione. Mi porta all’abitudine a vedere me stesso secondo schemi prefissati, mi impedisce di sperimentare nuovi approcci e nuove parole. Se negli incontri con altri esseri umani scelgo sempre di adeguarmi a un codice che tutti riconoscono subito come corretto, ne consegue che le persone conoscono già la sostanza di quello che dirò ancor prima di ascoltarmi. Essere secondo gli schemi mi rende prevedibile e quindi mi rende banale agli occhi degli altri proprio perché rinuncio a fare quel che mi viene in mente ma è fuori dagli schemi. Continue Reading

Condividi:
0

Un Movimento per l’arte

Immagine di Vincenzo Conciatori

Immagine di Vincenzo Conciatori

“A parte l’Art. 9 della costituzione …… gli artisti e l’arte oggi non hanno più nessun tipo di promozione e divulgazione. Da qui l’idea di creare un Movimento per l’arte. A tal fine è stata creata una pagina (provvisoria) che coordina Responsabili Regionali. Essendo un movimento nazionale e non locale, necessità di adeguato e opportuno sostegno del M5S. Come condividere? Il numero che può aderire è veramente significativo e il M5S non essendo di destra né di sinistra può raccogliere moltissime preferenze. Non avete la minima idea di quanto sia grande il numero degli artisti di ogni espressione! Chi può dare risposta a questo progetto può visitare la pagina del gruppo e leggere il primo post in alto ……  chi volesse conoscermi come Art Director e artista (oltre 45 anni nel settore) …. chi volesse scrivermi [email protected] Disponibile per ulteriori ragguagli e particolari. Cordialità PS: la sola mia pagina in 15 giorni ha oltre 3500 iscrizioni!” Vincenzo Conciatori

Condividi:
1

Made in Italy: 1000 eccellenze che valgono 183 miliardi di dollari

Made in Italy

Mentre la lunga e forte crisi che stiamo attraversando si ripercuote con forza sulla nostra economia interna e impone di fare di più per ridare reddito alle famiglie che si sono impoverite e per restituire speranza e motivazione alle tante energie depresse del Paese, dal nostro export arrivano segnali incoraggianti. Negli ultimi anni, malgrado la crisi economica mondiale, il made in Italy ha raggiunto straordinarie posizioni di preminenza sui mercati esteri. Nonostante la cessione di marchi storici nazionali a gruppi stranieri, vantiamo quasi 1000 prodotti in cui siamo tra i primi tre posti al mondo per saldo commerciale attivo con l’estero. Vuol dire che se pensiamo al mercato globale come a un’olimpiade, ai prodotti come discipline sportive in cui vince chi ha un export di gran lunga superiore all’import, l’Italia arriva a medaglia quasi mille volte. Fanno meglio di noi solo Cina, Germania e Stati Uniti. Il risultato di questo ricco medagliere è un saldo positivo di 183 miliardi di dollari al 2011. Una tendenza che si conferma anche nel 2012, quando siamo stati il secondo paese europeo, dopo la Germania, per attivo manifatturiero con i Paesi extra-UE. Se adottiamo come metro della competitività la bilancia commerciale dei singoli prodotti, emergono in tutta evidenza la creatività e la duttilità del made in Italy, la capacità del nostro sistema produttivo di reagire di fronte al mutare degli scenari internazioni e di fronte alla crisi. Insieme a Cina, Germania, Giappone e Corea, infatti, l’Italia è uno dei soli 5 Paesi del G-20 ad avere un surplus strutturale con l’estero nei prodotti manufatti non alimentari. In altri termini, escludendo l’energia e le materie prime agricole e minerarie, l’Italia è uno dei paesi più competitivi a livello mondiale. È questo il Paese che emerge dal rapporto I.T.A.L.I.A. – Geografie del nuovo made in Italy realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison e presentato oggi a Treia (Mc), in occasione dell’apertura dell’XI Seminario estivo di Symbola.

Le eccellenze competitive italiane nel commercio con l’estero.  Con un totale di 946 prodotti classificatisi primi, secondi o terzi nel saldo commerciale mondiale, l’Italia è seconda solo alla Germania nella teorica classifica della competitività delineata dal nuovo indicatore e precede economie generalmente considerate più forti, come la Corea del Sud e la Francia. Più nel dettaglio, il nostro Paese vanta 235 prodotti medaglia d’oro a livello mondiale per saldo commerciale. Nell’insieme queste 235 eccellenze fanno guadagnare all’Italia 63 miliardi di dollari. I nostri prodotti che si classificano al secondo posto nel mondo per saldo commerciale sono invece 390 e fruttano 74 miliardi di dollari. Le medaglie di bronzo dell’export italiano sono invece 321 prodotti che valgono un saldo commerciale complessivo di 45 miliardi. E poi ci sono altri 492 prodotti in cui l’Italia si è classificata quarta o quinta per saldo commerciale mondiale e che hanno  aggiunto alla nostra bilancia commerciale altri 38,4 miliardi di dollari.

Industria, i settori competitivi e la forza dei distretti. Oltre ai numeri, sono significativi anche i settori che generano questo surplus. La maggior parte delle nostre eccellenze manifatturiere non proviene solo da settori tradizionali, quali potrebbero essere il tessile o le calzature, ma arrivano dalla meccanica e dai mezzi di trasporto, dalle tecnologie del caldo e del freddo, dalle macchine per lavorare legno e pietre ornamentali, dai fili isolati di rame e dagli strumenti per la navigazione aerea e spaziale.  Ai quali si affianca il presidio di quei settori in cui il made in Italy è forte per tradizione, come il design o il lusso. Nell’insieme, insomma, si tratta di oggetti che disegnano la geografia di un nuovo made in Italy e che dimostrano quanto le nostre imprese siano state in grado di risintonizzarsi con successo sulle nuove frequenze del mercato globale senza perdere la capacità di creare bellezza.

Andando ad analizzare i nostri 235 prodotti medaglia d’oro, emerge infatti che 31,6 dei 63 miliardi di surplus generati dalle nostre eccellenze provengono da beni del settore dell’automazione meccanica, della gomma e della plastica; altri 18,1 miliardi si devono ai beni dell’abbigliamento e della moda, 6,4 miliardi da beni alimentari e vini; 2,9 dai beni per la persona e la casa; mentre 4,3 miliardi da altri prodotti, tra cui quelli dell’industria della carta, del vetro e della chimica. Nella top ten dei nostri prodotti medaglia d’oro troviamo nell’ordine: le calzature con suola in cuoio naturale (2,7 miliardi), macchine e apparecchi per imballaggio (2,5 miliardi), piastrelle di ceramica verniciate o smaltate (2,5 miliardi), borse in pelle e cuoio (2,1 mld) occhiali da sole (1,9 mld), pasta (1,8 mld), cuoio a pieno fiore conciato (1,8 mld), barche e yacht da diporto (1,6 mld), conduttori elettrici (1,4 mld) e parti di macchine per impacchettare e altre macchine e apparecchi (1,4 mld). Ma non mancano anche primati più sfiziosi e curiosi, come quelli nel saldo commerciale delle giostre o dei bottoni.

Tra i prodotti secondi posti per saldo commerciale hanno particolare rilevanza i vini e gli spumanti, che portano al Paese un bottino di 4,7 miliardi di euro, rubinetti e valvole ( compresi quelli senza tracce di piombo), i mobili in legno , le parti di turbine a gas,t rattori agricoli, macchine per riempire e imbottigliare ed etichettare, navi da crociera, lavori in alluminio, caffè torrefatto, lampadari, mobili in legno per cucine, pomodori lavorati, lastre e fogli in polimeri di etilene, granito lucidato e lavorato. Per quanto riguarda i nostri prodotti medaglia di bronzo per saldo commerciale mondiale vanno citati le parti e gli accessori per trattori  e autoveicoli, gli oggetti da gioielleria, ingranaggi e ruote di frizione per macchine, i prodotti di materie plastiche, divani e poltrone, parti di macchine a apparecchi meccanici, ponti con differenziali oer autoveicoli, costruzioni in ghisa, ferro e acciaio, mobili  in metallo e maglioni.

Da notare, inoltre, che la maggior parte dei prodotti italiani che competono nel mondo nasce da produzioni altamente specializzate e concentrate in distretti industriali, è ad esempio il caso delle calzature, delle pelli, delle piastrelle, o ancora delle giostre e delle imprese della packaging valley bolognese-emiliana.

Turismo. Una menzione a sé merita anche il turismo: non avremo mai un ritratto fedele delle performance del settore fino a quando verrà usato come indicatore il numero di arrivi. Al contrario, guardando ai pernottamenti, a fronte della sofferenza del mercato domestico, si evidenzia il primato italiano in Europa per pernottamenti di turisti extra UE. Come dire che nel Vecchio Continente siamo la meta preferita di americani, giapponesi, cinesi, australiani, canadesi, brasiliani, sudcoreani, turchi, ucraini e sudafricani. E nel 2011, con 387 milioni di notti all’attivo, l’Italia si è classificata terza in Europa per numero complessivo di pernottamenti di turisti stranieri e residenti, preceduta solo da Francia (a quota 400) e Spagna.

Agroalimentare, un settore vocato alla qualità. Il nostro agroalimentare è un comparto in cui la vocazione alla qualità è evidentissima. Non a caso il nostro paese ha una capacità di creare valore aggiunto pari a quasi duemila euro per ettaro: il doppio di quando mediamente registrato in Francia, Germania e Spagna, addirittura il triplo se confrontato con la Gran Bretagna. Non a caso con 252 prodotti registrati tra Dop, Igp e Stg, 521 tra vini a denominazione di origine controllata e garantita o a indicazione geografica tipica e 4.671 specialità tradizionali regionali,  vantiamo il primato prodotti registrati e e siamo il primo paese dell’UE per numero di operatori biologici (oltre 48 mila). Quanto alle esportazioni siamo undicesimi al mondo per valore esportato, ma in 13 produzioni delle 70 monitorate abbiamo la leadership globale. Dal solo dall’export della pasta, nel 2011, abbiamo ricaviamo 1,3 miliardi di euro.

Localismo e sussidiarietà: il Terzo Settore. Nella produzione ed erogazione di servizi il nostro Paese non raggiungerebbe mai l’attuale grado di welfare se non potesse contare sul contributo della variegata galassia del terzo settore, che contribuisce direttamente al 4,3% del nostro Pil, equivalente a 67 miliardi di euro. Una ricchezza che andrebbe affiancata anche con il risparmio e il benessere sociale derivante dalle ore di lavoro messe gratuitamente a disposizione da oltre 4 milioni di volontari.

Innovazione e ambiente. Il 23,6% delle imprese italiane negli ultimi tre anni hanno scommesso sulla qualità ambientale e sulla green economy. Perché investire in tecnologie e prodotti ‘verdi’ non vuol dire ‘solo’ diventare più sostenibili, contribuire a costruire un futuro migliore per il pianeta, per noi e i nostri figli. Significa anche fare innovazione: il 37,9% delle aziende che fa investimenti green introduce innovazioni di prodotto o di servizio, contro il 18,3% delle imprese che non investono nell’ambiente. E significa export: il 37,4% delle imprese green vanta presenze sui mercati esteri, contro il 22,2% delle altre.

Arte e cultura, un settore strategico e trainante. Mentre il Paese, nel 2012, perde lo 0,3% delle imprese, quelle del sistema produttivo culturale (tra industrie culturali propriamente dette, industrie creative – attività produttive ad alto valore creativo ma ulteriori rispetto alla creazione culturale in quanto tale – patrimonio storico artistico, performing arts e arti visive) crescono del 3,3%, arrivando ad essere quasi 460 mila, il 7,5% del totale delle attività economiche nazionali. Danno lavoro a quasi 1,4 milioni di persone, il 5,7% del totale degli occupati. Creano, direttamente, 75,5 miliardi di euro di valore aggiunto. E ne attivano nel resto dell’economia altri 133. In tutto fa 214,2 miliardi: il 15,3% circa del totale.

“Di fronte a una crisi durissima e a un mondo che cambia – commenta Ermete Realacci, Presidente della Fondazione Symbola -, c’è un’Italia che nonostante le sirene del declino si ostina a fare l’Italia e per questo trova il suo spazio nel mondo. C’è un’Italia che sa innovare senza perdere la propria anima, che ha capito che nel mondo del XXI secolo, se uno spazio c’è per il nostro Paese è quello della qualità. E’ l’Italia che scommette sulla qualità, sulle competenze radicate nei territori e mantenute salde con la coesione sociale e la cura del capitale umano. Che presidia la nuova frontiera della qualità ambientale. Che sa dare valore alla propria bellezza, intercettando la grande, e crescente, domanda di Italia che viene da ogni angolo del pianeta. Raccontare questa Italia è l’ambizione di questo rapporto”.

Condividi: