Armi “Made in Italy” uccidono in tutto il mondo

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Negli ultimi 25 anni, secondo i dati diffusi dalla Rete italiana per il disarmo, i sistemi militari italiani sono stati esportati a ben 123 nazioni, tra cui alle forze amate di regimi autoritari di diversi paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto, la Libia, la Siria, Kazakistan e Turkmenistan, a paesi in conflitto come India, Pakistan, Israele ma anche la stessa Turchia, fino a paesi con un indice di sviluppo umano basso come il Ciad, l’Eritrea e la Nigeria. Che tipo di controlli siano stati messi in atto sull’utilizzo da parte dei destinatari finali non è però dato di sapere.

Nel corso di questi 25 anni sono state autorizzate esportazioni dall’Italia, in valori costanti, per oltre 54 miliardi di euro e consegnati armamenti per più di 36 miliardi con un trend decisamente crescente nell’ultimo decennio. In particolare, più della metà (il 50,3%) delle esportazioni ha riguardato paesi al di fuori delle principali alleanze politico-militari dell’Italia e cioè i paesi non appartenenti all’UE o alla Nato: un dato preoccupante se si considera che – secondo la legge 185/1990 – le esportazioni di armamenti “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”. Continue Reading


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L’invio delle armi in Iraq ci costerà 2 milioni di euro

Renzi-Iraq

Mandare le armi in Iraq ci costerà la bellezza di 1,9 milioni di euro. Lo ha riferito al Parlamento la ministra della Difesa, Roberta Pinotti. Nel 2013, abbiamo spedito in giro per il mondo armamenti per 3 miliardi di euro.

“È autorizzata per l’anno 2014, la spesa di euro 1.965.886 per il trasporto degli aiuti umanitari a favore della popolazione civile irachena effettuato nel mese di agosto, nonché per il trasporto del materiale di armamento ceduto, a titolo gratuito, alla Repubblica dell’Iraq”. È questo il testo dell’emendamento del governo presentato in aula alla Camera, sugli aiuti militari ai peshmerga curdi nell’ambito della crisi in Iraq. Dunque, solo per il trasporto delle armi si prevede una spesa di 1,9 milioni di euro. La consegna inizierà al termine della prima decade di settembre.

L’Italia ha intenzione di consegnare ai militanti curdi:

  • 100 mitragliatrici 42/59 calibro 7,62 con 100 treppiedi con 250mila munizioni
  • 100 mitragliatrici M-2 Browning calibro 12.7 con 250mila munizioni
  • 1.000 razzi per Rpg 7
  • 1.000 razzi per Rpg 9
  • 400mila proiettili calibro 7,62 per mitragliatrici di fabbricazione sovietica (confiscati dall’autorità giudiziaria durante un sequestro in mare avvenuto anni fa, nel corso del conflitto nei Balcani)

Il ministro ha sgombrato il campo dai dubbi circa la legittimità della fornitura ai curdi e l’efficienza del materiale assicurando che “le armi sono funzionanti e c’è una norma che dice che possono essere usate a fini istituzionali, dunque non vedo dove sia il problema”. La copertura finanziaria dell’emendamento viene individuata con la riduzione di spesa prevista per le missioni italiane in Afghanistan.

Rimangono però in sospeso due dubbi. La prima è chi controllerà in che mani finiscano le armi italiane, visto sia la presenza di diverse milizie curde sia perché i miliziani dello Stato Islamico hanno invaso il Nord Iraq con le armi comprate da occidentali e arabi per i ribelli “moderati” siriani, gli stessi che avrebbero venduto Steven all’Isis, il secondo giornalista americano decapitato dai miliziani.

La secondo, più grave, e che dare armi ai Curdi e dargliele direttamente, significa riconoscere il nostro coinvolgimento in un conflitto che è difficile non chiamare guerra. In poche parole, con questa mossa, siamo ufficialmente in guerra contro lo Stato Islamico. Preparaci dunque alle possibili rappresaglie islamiste che potrebbero assumere la forma di atti terroristici. L’Isis, si combatte isolandola in modo chirurgico, senza regalargli e dare per scontata nessuna alleanza, e combattendola contemporaneamente sul piano culturale, economico-logistico, e militare.

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