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La mia gente è povera e io sono uno di loro

Papa-Francesco-Jorge-Mario-Bergoglio

“Il dramma  è nelle strade, nei quartieri, nella nostra casa … nel nostro cuore. Conviviamo con la violenza che uccide, che distrugge le famiglie, che accende guerre e conflitti in tanti Paesi del mondo. Conviviamo con l’invidia, l’odio, la calunnia, la mondanità nel nostro cuore. La sofferenza degli innocenti e delle persone pacifiche non smette di schiaffeggiarci; il disprezzo dei diritti delle persone e dei popoli più fragili non sono tanto lontani da noi; l’impero del denaro con i suoi demoniaci effetti come la droga, la corruzione, la tratta delle persone, e anche di bambini, insieme alla miseria materiale e morale, sono moneta di scambio…. I nostri errori e peccati come Chiesa non restano fuori… Gli egoismi personali giustificati, e non per questo più piccoli, la mancanza di valori etici in una società che crea metastasi nelle famiglie, nella convivenza dei quartieri, nei Paesi, nelle città, ci parlano dei nostri limiti, della nostra debolezza e della nostra incapacità di poter trasformare questo elenco innumerevole di realtà distruttive”. La trappola dell’impotenza ci porta a domandarci: ha senso tentare di cambiare tutto questo? Possiamo fare qualcosa di fronte a questa situazione? Vale la pena tentare se questo mondo continua la sua danza carnevalesca mascherando tutto per un certo tempo? Tuttavia, quando cade la maschera, appare la verità e, anche se per molti suona anacronistico dirlo, ritorna il peccato che ferisce la nostra carne con tutta la sua forza distruttiva”. Papa Francesco

Il primo Papa americano è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 77 anni, arcivescovo di Buenos Aires. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus, nei quindici anni del suo ministero episcopale.

“La mia gente è povera e io sono uno di loro”, ha detto più di una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio apostolico e porte aperte a tutti. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, “è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale”, che significa “mettere al centro se stessi”. E quando cita la giustizia sociale, invita per prima cosa a riprendere in mano il catechismo, a riscoprire i dieci comandamenti e le beatitudini. Il suo progetto è semplice: se si segue Cristo, si capisce che “calpestare la dignità di una persona è peccato grave”.
Nonostante il carattere schivo – la sua biografia ufficiale è di poche righe, almeno fino alla nomina ad arcivescovo di Buenos Aires – è divenuto un punto di riferimento per le sue forti prese di posizione durante la drammatica crisi economica che ha sconvolto il Paese nel 2001.
Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli.
Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano di Villa Devoto. L’11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e nel 1966 insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe.
Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 ad Alcalá de Henares, in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e anche rettore del Collegio.
Il 31 luglio 1973 viene eletto provinciale dei gesuiti dell’Argentina, incarico che svolge per sei anni. Poi riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore.
È il cardinale Antonio Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto sceglie Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù.
Concede la sua prima intervista da vescovo a un giornalino parrocchiale, “Estrellita de Belém”. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 gli è affidato anche il compito di vicario generale dell’arcidiocesi. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina e ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese e sprovvisti di ordinario del proprio rito.
Tre anni dopo, nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, assegnandogli il titolo di san Roberto Bellarmino. Invita i fedeli a non andare a Roma per festeggiare la porpora e a destinare ai poveri i soldi del viaggio. Gran cancelliere dell’Università Cattolica Argentina, è autore dei libri Meditaciones para religiosos (1982), Reflexiones sobre la vida apostólica (1986) e Reflexiones de esperanza (1992).
Nell’ottobre 2001 è nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Un compito affidatogli all’ultimo momento in sostituzione del cardinale Edward Michael Egan, arcivescovo di New York, costretto in patria per via degli attacchi terroristici dell’11 settembre. Al Sinodo sottolinea in particolare la “missione profetica del vescovo”, il suo “essere profeta di giustizia”, il suo dovere di “predicare incessantemente” la dottrina sociale della Chiesa, ma anche di “esprimere un giudizio autentico in materia di fede e di morale”.
Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nonostante ciò, non perde la sobrietà del tratto e lo stile di vita rigoroso, da qualcuno definito quasi “ascetico”. Con questo spirito nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI.
Come arcivescovo di Buenos Aires – diocesi che ha oltre tre milioni di abitanti – pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Punta a rievangelizzare Buenos Aires “tenendo conto di chi ci vive, di com’è fatta, della sua storia”. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lancia a livello nazionale la campagna di solidarietà per il bicentenario dell’indipendenza del Paese: duecento opere di carità da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutre forti speranze sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo “l’Evangelii nuntiandi dell’America Latina”. Fino all’inizio della sede vacante era membro delle Congregazioni per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, per il Clero, per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica; del Pontificio Consiglio per la Famiglia e della Pontificia Commissione per l’America Latina.


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Europei 2012: La Top Ten della storia dei ‘biscotti’

Oltre a Svezia-Danimarca c’è di più. La storia delle competizioni per nazionali porta con sé una serie interminabile di “biscotti” più o meno clamorosi. Ecco la Top Ten delle sospette combine.
Italia-Brasile 2-1: semifinale Mondiali 1938
Una combine all’atto decisivo di una competizione di questo livello non è nemmeno concepibile. Eppure le cronache di quegli anni difficili, giusto per usare un eufemismo, raccontano di forti sospetti sul confronto tra l’Italia fascista campione del mondo in carica e il Brasile di Leonidas. Perché Leonidas, la stella del calcio verdeoro prima dell’arrivo di Pelé, fu lasciato stranamente in panchina proprio al cospetto dell’Italia (considerate anche il fatto che all’epoca i cambi non esistevano). La versione ufficiale parla di un atteggiamento iper-supponente del ct brasiliano Ademar Pimenta, che decise di farlo riposare in vista di una finale data per scontata. Ma il lato oscuro della storia racconta di sospetti più che forti su un accordo sottobanco. A quale versione credere?
Germania Ovest-Germania Est 0-1: prima fase a gruppi Mondiali 1974
Non lo ammetteranno mai, nemmeno sotto tortura. Ma quella partita fu più che sospetta. Siamo all’ultima giornata del primo girone e la Germania Ovest – paese ospitante – se la deve vedere con i cugini dell’Est, alla prima partecipazione a un Mondiale. Quel 22 giugno ad Amburgo passa però alla storia per il successo a sorpresa della Germania Est, che si impose con l’epico gol di Sparwasser a 13′ dal termine. Tutto bello, da annali. Se non fosse che qualche calcolino ad Ovest fu fatto eccome. Perdendo e lasciando il primo posto del gruppo all’Est fu evitato lo scontro con Argentina, Brasile e Olanda nel secondo girone. Beckenbauer e soci presero invece Polonia, Svezia e Jugoslavia, volando in finale freschi come delle rose per battere gli Oranje di Cruijff.
Argentina-Perù 6-0: seconda fase a gruppi Mondiali 1978
Lo scandalo più grande a livello internazionale in quello che è stato forse il Mondiale più artefatto nella storia del calcio. La perla arriva il 21 giugno 1978 a Rosario, quando i padroni di casa dell’Argentina affrontano il Perù nell’ultima giornata del secondo gironcino. Il Brasile ha già giocato il giorno prima e avendo battuto 3-1 la Polonia costringe l’albiceleste a imporsi almeno 4-0 per andare in finale passando come prima. Guarda caso, la sfida con il Perù finisce con un incredibile 6-0. Facilitato anche dal fatto che il portiere peruviano fosse in realtà un certo Ramon Quiroga, ovvero un argentino naturalizzato. Molti dei protagonisti di quella partita confessarono anni dopo ciò che era stato sotto gli occhi di tutti, la partita fu comprata dal regime dei “generali”.
Austria-Germania Ovest 1-0: prima fase a gruppi Mondiali 1982
Dopo lo scandalo di Argentina-Perù non può che venire il “patto di non aggressione di Gijon”. Si arriva all’ultima giornata con le due squadre che passerebbero il turno a braccetto in caso di successo austriaco per 1-0. Anche la Germania Ovest, che aveva debuttato perdendo clamorosamente contro l’Algeria di Madjer e si era rialzata battendo 4-1 il Cile. L’esito del match è scandaloso. Perché Hrubesch segna dopo 10′ portando in vantaggio l’Austria. E tutto il resto è una stucchevole melina che punta soltanto a eliminare l’Algeria. Per la serie “meglio due feriti che un morto”, peccato che il “morto” in queste storie ci sia sempre e sia il terzo incomodo puntualmente eliminato.
Italia-Camerun 1-1: prima fase a gruppi Mondiali 1982
Una partita che ad anni di distanza solleva ancora moltissimi interrogativi che per amor di patria non sono stati sviscerati in tutto e per tutto. L’Italia che ha pareggiato 0-0 con la Polonia e 1-1 con il Perù ha l’obbligo di non perdere per passare il turno, mentre il Camerun avrebbe la possibilità di farcela soltanto vincendo. Graziani apre le danze al 61′, ma soltanto un minuto dopo pareggia M’Bida. Finisce 1-1 e passano soltanto gli Azzurri, che poi si sveglieranno nel girone della morte con Argentina e Brasile e vinceranno la coppa. Ma la partita con il Camerun porterà a un’inchiesta di Oliviero Beha a dir poco affossata da problemi editoriali di varia natura. L’Italia comprò la partita?
Spagna-Malta 12-1: qualificazioni Europei 1984
Anche la Spagna ha qualche scheletro nell’armadio. Come non dimenticare l’incredibile partita del dicembre 1983, quando le Furie Rosse erano a un passo dalla mancata qualificazione per il torneo che si sarebbe disputato in Francia l’estate successiva. La Spagna, giunta all’ultima partita del girone contro Malta, aveva bisogno di un 11-0 per staccare il pass eliminando l’Olanda. Un risultato sulla carta più che improbabile. Peccato che quel giorno a Siviglia accadde l’impossibile. La Spagna vince con 11 gol di scarto e vola all’Europeo con il verificarsi di un risultato mai registrato prima nella storia degli Europei tra qualificazioni e fase finale. Uno scandalo bello e buono, in soldoni.
Inghilterra-Irlanda del Nord 0-0: qualificazioni Mondiali 1985
Un grandissimo favore da parte dei cugini inglesi. Perché nell’ultima partita del gruppo di qualificazione per il Mondiale messicano, i padroni di casa affrontano l’Irlanda del Nord a Wembley con il pass già in tasca. Agli ospiti servirebbe un mezzo miracolo, tornarsene a casa con un punticino che varrebbe il Mondiale. E così è, grazie a un’Inghilterra quanto mai addormentata. Un favore indimenticabile.
Argentina-Romania 1-1: fase a gruppi Mondiali 1990
I campioni del mondo non partono bene, perdendo al debutto contro il Camerun di Omam-Biyik. Alla seconda partita però si rialzano con un 2-0 all’URSS e si arriva quindi all’ultima giornata della prima fase con uno scenario ben delineato. Se l’Argentina pareggia con la Romania, passa al turno successivo qualunque sia il risultato di Camerun-URSS. E lo stesso vale per i rumeni. Non a caso, finisce 1-1. Apre Monzon al 63′ e pareggia a stretto giro di posta Balint (68′). La Russia vince 4-0 contro il Camerun (altro biscotto non male) ma è fuori. Una scena molto simile si verifica sempre a Italia ’90 tra Olanda e Irlanda, che pareggiando 1-1 eliminano l’Egitto.
Brasile-Norvegia 1-2: fase a gruppi Mondiali 1998
Un regalo non male da parte del Brasile campione in carica. Che vince senza impressionare le prime due partite con Scozia e Marocco, arrivando all’appuntamento finale del Gruppo A con già la qualificazione in tasca. La Seleçao opera un moderato turnover e si porta in vantaggio con Bebeto al 76′. Ma poi smette di giocare e tra 83 e 87′ arriva la rimonta servita da Tore Andre Flo e Rekdal (su rigore discusso) che porterà avanti entrambe le nazionali. A scapito del Marocco, ovviamente, al quale non bastò battere 3-0 la Scozia.
Svezia-Danimarca 2-2: fase a gruppi Europei 2004
Il biscotto per antonomasia, quanto meno dalle nostre parti. La partita che ha più somiglianze, si spera non nel risultato, con la situazione attuale degli Azzurri. Anche quella volta l’Italia non era riuscita andare due pareggi nelle prime due giornate e un 2-2 tra Svezia e Danimarca avrebbe condannato gli uomini del Trap a una eliminazione anche in caso di successo sulla Bulgaria. Gli Azzurri vincono la loro partita, ma nella sfida nordica è come da copione 2-2. Un 22 giugno da dimenticare.
(Fonte  Eurosport.com)
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La filosofia Zen per uscire dalla crisi

 

Sette su cento. E’ la percentuale di imprese che, una volta sull’orlo del baratro e finite in amministrazione straordinaria, riescono a risollevarsi e a non chiudere i battenti per fallimento. Una di queste e’ la fonderia Zen, di Albignasego, in provincia di Padova. Con una particolarità in più: caso più unico che raro, e’ riuscita a salvarsi senza fare ricorso a prestiti bancari, peraltro indisponibili, mantenendo sostanzialmente i circa 140 posti di lavoro nel corso della crisi che ha rischiato di affossarla, e i dirigenti e lavoratori che hanno contribuito al riscatto ora se la comprano.

Un risultato raggiunto sotto la gestione del commissario straordinario Giannicola Cusumano, commercialista di Verona, assistito dallo studio legale Lambertini & Associati, reso possibile anche grazie agli sforzi, ai sacrifici compiuti e all’intraprendenza dei dipendenti.

Per presentare al ministero dello Sviluppo economico la proposta di acquisto dell’azienda, i lavoratori hanno dato vita a due realtà distinte, ma in stretto collegamento tra loro: i manager e quadri della Zen, sette persone in tutto, hanno creato una nuova società, la Gdz. Mentre 120 tra operai, tecnici specializzati e altri addetti hanno formato una cooperativa. Insieme hanno definito un piano di gestione, e un’offerta per rilevare l’attività, pari a 6 milioni e 260 mila euro. Esclusi gli immobili, che verranno presi in affitto. L’operazione ha già ottenuto il via libera dal ministero e, visto che entro metà marzo, come previsto dai termini di legge, non sono giunte offerte superiori, ora entra nel vivo. Se tutto il programma verrà rispettato, all’inizio di giugno nascerà la nuova Zen Fonderie.

Il caso Zen, sottolinea Giulio Sapelli insegnante di economia politica all’Università Statale di Milano grande conoscitore del movimento cooperativo internazionale, e’ unico in Italia e Europa. Dirigenti e operai hanno costituito una società mista. Di fronte all’alternativa tra fallire o cambiare, tutti hanno scelto di cambiare. In questo senso, il caso unico potrebbe diventare il primo di una tendenza.Nuovo in Italia. In realtà, questo tipo di esperienze sono abbastanza frequenti in Argentina. Li ci sono quasi 3 mila “fabricas recuperadas” perché con la grande crisi del default del 2001 c’è stato un ritorno alle origine di produzione un po’ più collettivista, che il presidente Carlos Menem aveva distrutto.

Penso che questa forma potrà anche estendersi all’Europa: anche se l’esperienza si e’ ridotta in Germania e Francia (per le catastrofi delle cooperative abitative), c’è un grande sviluppo in Inghilterra. E poi c’è il mondo emergente: il discorso comincia a conquistare l’India, il Giappone. In Africa il discorso e’ tumultuoso: in Niger, Burkina Faso, Congo e soprattutto Sudafrica. Per tutti, la stella polare e’ la Sociétè Desjardins, una banca canadese che ha espresso una così forte moral suasion sul proprio sistema bancario nazionale da uscire indenne dalla crisi, perché nessuno si e’ ingolfato di derivati.

(Fonte Panorama Economy)

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Bambucicleta la bici ecologica

“Costruire queste biciclette è arte. Ogni bambù deve essere selezionato e montato nel telaio a seconda delle dimensioni e della qualità. Il segreto sta nella cura e nella manipolazione del materiale nel modo giusto”.Parola di Nicolas Masuelli creatore della Bambucicleta, la bicicletta ecologica.

Prodotta in quattro diversi modelli da lui e da due suoi soci-amici in un laboratorio di Rosario in Argentina. Questa bicicletta fatta a mano a base di canne di Bambù, pianta resistente ma estremamente flessibile. Le canne selezionate vengono messe in un forno solare che le secca, rendendole più resistenti. Tutto e assemblato con colla proprio per preservare la durezza. La Bambucicleta, poi, è ecologica: per realizzarla si impiega meno del 10% dell’energia richiesta per fabbricarne una d’acciaio o di alluminio. Il fatto poi che il bambù sia la pianta col più alto indice di crescita – ci sono specie che arrivano a svilupparsi un metro al giorno – ne fa un prodotto assai ecosostenibile, nonché un’ interessante fonte di reddito per le comunità che lo producono.

Il prezzo si aggira intorno ai 400 dollari mai tre soci stanno progettando un prodotto più economico per il mercato interno, ampliando la propria offerta. Infatti il costo, attualmente, nonostante sia un decimo del medesimo prodotto made in Usa, e’ ancora proibitivo per i consumatori argentini.

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