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La carne sotto processo

 

Gli italiani mangiano sempre meno carne, soprattutto rossa, di manzo. Colpa della crisi, certo, e poi dell’aumentata consapevolezza dei pesanti costi ambientali degli allevamenti, e dei possibili danni alla salute derivanti da un consumo che ecceda le due porzioni settimanali. Ma forse non solo. Forse la colpa va attribuita anche alla mucca pazza, ai polli ripieni di antibiotici, alle uova e ai maiali tedeschi e irlandesi alla diossina, agli hamburger americani con salmonella incorporata, e a molti altri casi che hanno suggerito che quelle fettine così rosee, quei polli tutti uguali e così economici, quei salumi dall’aspetto invitante nascondano in realtà sostanze chimiche, magari non sempre salubri. Eppure, le norme per la produzione di carni e insaccati sono molto severe, così come i sistemi di allerta, che mostrano di funzionare abbastanza bene, se è vero che le crisi verificatesi negli ultimi anni nei singoli Paesi non si sono allargate ad altri membri di un mercato sempre più globale. Ma se le autorità vigilano, a inquietare i consumatori restano le notizie su adulterazioni e contaminazioni. Vediamo i punti più critici.

Prima che sia bistecca

La bistecca, così come la si acquista, deve essere “pulita”. Come spiega François Tomei, direttore generale di Assocarni: “La legge prescrive che dal macello fino al punto vendita vengano mantenuti i quattro gradi per la carne fresca e i due gradi per quella macinata, e basta”. Non sono dunque ammessi né conservanti né tantomeno coloranti o altro. Ma cosa accade prima del macello? Le maggiori preoccupazioni riguardano i mangimi come l’eventuale somministrazione di farmaci e ormoni. Pratiche vietate, come ricorda lo stesso Tomei: “I mangimi sono sempre di origine vegetale: la somministrazione di proteine animali è vietata in Europa da più di dieci anni. Da noi i controlli sui mangimi funzionano, come dimostra il fatto che tutti gli scandali che si sono susseguiti negli ultimi anni non hanno mai coinvolto animali allevati in Italia”. Anche i farmaci non dovrebbero essere dati se non in caso di necessità, come chiarisce ancora Tomei: “Sono somministrati solo sotto stretto controllo del veterinario, che deve annotare quanto prescritto in un registro specifico e attendere un periodo fissato prima dell’invio dell’animale al macello, per garantire che i residui del farmaco siano scomparsi. E anche in sede di macellazione ci sono controlli: qualora siano rinvenuti residui di farmaci, l’animale è subito escluso, e qualora siano trovate sostanze illecite scatta la segnalazione alle autorità giudiziarie”. E per quanto riguarda l’import: arrivano in Italia 400 mila tonnellate di carni bovine all’anno quasi esclusivamente dai Paesi dell’Ue e quindi sottoposte alle stesse norme igienico-sanitarie applicate da noi.

Ma basta un numero a inquinare questa agiografia della fettina. Mentre le percentuali di capi anomali riscontrati dai controlli standard si aggirano attorno allo 0,1-0,2 per cento, quando si vanno a fare studi specifici molti più animali sono fuori norma, tra il 20 e il 40 per cento. Le ragioni le spiega Elena Bozzetta, ricercatrice del laboratorio di SC Istopatologia e Test Rapidi dell’Istituto zooprofilattico del Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria: “Ci sono almeno due ordini di problemi. Il primo è che gli allevatori disonesti hanno imparato ad assortire piccolissime quantità di molte sostanze diverse, a volte decine, tra le quali ormoni, antidiabetici, antibiotici, e altro ancora, e questo rende molto difficile identificarle, anche perché alcune di esse come certi ormoni spariscono dopo poche ore, ed è pertanto sufficiente sospenderli un paio di giorni prima della macellazione per non trovarne più traccia. E poi dobbiamo ammettere che i controlli ufficiali vanno alla ricerca solo di singole sostanze e oggi non sono più adeguati”.

Per scovare le adulterazioni, però, l’Istituto, insieme con il Centro di Orbassano nato per studiare il doping degli atleti delle Olimpiadi invernali del 2006 e riconvertitosi a questo genere di analisi, ha messo a punto un metodo sempre più usato in Italia e in attesa di un riconoscimento ufficiale a livello europeo. Spiega ancora Bozzetta: “Per capire se un animale è stato trattato con ormoni e farmaci che ne accelerano lo sviluppo si deve fare l’analisi istologica di tessuti come quelli mammari, del timo, della prostata. Se un vitello ha un tessuto da adulto è evidente che qualcosa non va”. Applicando questo metodo a un campione di 200 capi, i ricercatori piemontesi hanno trovato anomalie in più di un animale su tre. “In Italia il metodo è riconosciuto dal ministero”, aggiunge Bozzetta: “Ma fino a quando non sarà recepito a livello europeo non potrà portare al sequestro dei capi anomali”. Ci sono alcuni gruppi italiani come la Coop che eseguono questi test in proprio, per fornire al consumatore carni certificate, e lo stesso fanno alcuni gruppi emiliani che allevano animali da latte per il parmigiano. Continue Reading

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Infettati per testare gli antibiotici

Il servizio sanitario americano ha esposto prostitute, prigionieri e soldati guatemaltechi a malattie sessualmente trasmissibili. Nel 2010, una ricercatrice del Wellesley College di nome Susan Reverby ha scoperto che il servizio sanitario nazionale degli Stati Uniti si e’ dato piuttosto da fare anche in Guatemala, dopo lo spaventoso esperimento della sifilide di Tuskegee, negli anni che vanno dal 1946 al 1948, infettando quasi mille cittadini con malattie veneree. Perché? Per testare degli antibiotici. Se non ci credete, ecco qui di seguito alcuni brani tratti da un documento intitolato Le scoperte contenute nel rapporto del centro per il controllo delle malattie del servizio sanitario nazionale americano negli anni 1946-1948 relativo allo studio d’inoculazione di patologie sessualmente trasmissibili.

Secondo questi materiali d’archivio, l’obiettivo principale degli studi era quello di sviluppare modelli umani di trasmissione del Treponema pallidum, il batterio responsabile della sifilide, mediante rapporti sessuali e inoculazione in membrana allo scopo di valutare l’efficacia di potenziali regimi chemioprofilattici. Sono state poi compiute ulteriori ricerche per valutare il potenziale di reinfezione di persone che presentavano sifilide latente non manifesta o che erano state da poco curate con la penicillina, per comparare diversi sieri per combattere questa malattia, e per sviluppare modelli umani di diffusione e chemioprofilassi degli agenti della gonorrea e dell’ulcera venerea.

Tra i soggetti degli studi sulla trasmissione c’erano professioniste del sesso a pagamento, detenuti del penitenziario di Stato, pazienti dell’istituto nazionale di igiene mentale e soldati. All’inizio, gli studi sulla trasmissione di queste malattie prevedevano il contatto sessuale dei prigionieri con le prostitute già infettate con il batterio della sifilide o della gonorrea. In seguito, i batteri vitali sono stati direttamente inoculati (soprattutto nella pelle e nelle mucose) dei soggetti. La concezione e la conduzione di queste ricerche era immorale sotto svariati aspetti: per esempio, l’esposizione voluta dagli individui a seri rischi riconosciuti per la propria salute, la mancanza di conoscenza e di consenso a queste procedure sperimentali da parte loro, e l’uso di popolazioni altamente vulnerabili.

Secondo il Rapporto riepilogativo sulla sifilide e i resoconti degli esperimenti, tali ricerche coinvolgevano prostitute, detenuti, e pazienti dell’istituto di igiene mentale. In questa serie di studi sono stati esposti all’infezione 696 soggetti in esperimenti individuali. Nella serie di studi sulla gonorrea, sono stati esposti all’infezione 772 soggetti per esperimenti individuali. Gli studi sull’ulcera venerea prevedevano soldati e pazienti dell’istituto di igiene mentale. Sono stati esposti all’infezione per inoculazione 142 soggetti.

Sembra che queste ricerche siano finite nel 1948, anche se si e’ continuato con alcuni test di laboratorio e osservazioni dirette sui pazienti fino ai primi anni Cinquanta. Non c’è prova che i risultati degli esperimenti di inoculazione delle malattie a trasmissione sessuale siano stati mai presentati in pubblicazioni scientifiche o altrove.
Fonte Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere – Jesse Ventura (Controcorrente)

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Lasciate stare gli antibiotici

Sono armi potentissime. Ma servono solo contro batteri specifici. L’abuso li ha resi inefficaci. Ed e’ allarme globale.

E’ l’uso maldestro degli antibiotici, il fatto che li prendiamo alle prime febbri o ai primi eccessi di tosse senza verificare che ci siano infezioni batteriche e quali, a rendere questi farmaci sempre meno efficaci. E l’abuso è tale, da creare un allarme sanitario per l’intero pianeta. Possibile che sia l’apprensione di una mamma o la fretta di tornare in uffico a mettere a repentaglio il pianeta? Sì, e vediamo perché. A partire proprio dall’abuso casalingo. Annota Alberto Ferrando, pediatra di famiglia a Genova: «Solo tre casi su dieci di mal di gola richiedono l’antibiotico e anche nell’otite media acuta e nella bronchite l’uso dell’antibiotico viene limitato ad alcune situazioni che presentano fattori di rischio o in caso di particolare gravita. Il problema è convincere le famiglie che un antibiotico non serve a guarire tutte le malattie. La maggior parte di bambini guarisce da un’otite anche senza antibiotico, mentre altri sviluppano una mastoidite anche se sottoposti a terapia. Non solo: a contribuire all’avanzata delle resistenze è anche il fatto che molti, una volta terminati 1 sintomi, smettono il farmaco pur se il trattamento non ha eradicato l’iniezione. Così si aiutano solo i germi a diventare resistenti». Resistenza è la parola chave per capire che l’abuso rende inutili queste armi altrimenti potentissime. L’ultima conferma viene da una ricerca apparsa su “Microbial Drug Resistance“. La quale dimostra che, se ci si cura bene e con la giusta indicazione, gli antibiotici sono ancora veri salvavita. Ma che purtroppo essi stanno perdendo potere, in un mondo dominato in misura crescente dai germi. Dove l’aumento delle resistenze ai farmaci si traduce sempre di più in casi di morte legati a infezioni che solo qualche anno fa potevano essere curate senza soverchie difficoltà. Nella sola Unione europea la resistenza agli antibiotici è responsabile di 25 mila decessi e di circa 200 mila ricoveri prolungati in ospedale con un’impennata delle spese sanitarie. Oggi in Italia il 40 per cento circa dei ceppi di stafilococco aureo isolati nei nosocomi è resistente a molti antibiotici. Lo pneumococco, potenziale responsabile di polmoniti, meningiti e setticemie diventa sempre più resistente agli antibiotici di scelta, come le penicilline e i macrolidi. Solo il 43 per cento dei ceppi di escherichia coli, batterio tristemente famoso per l’epidemia scatenatasi in Germania e legata ad un ceppo mutato, rimane sensibile a tutti gli antibiotici. Infine la klebsiella pneumoniae, responsabile di polmoniti, cistiti e gravi setticemie, è oggi “multiresistente” in Italia in oltre il 12 per cento dei casi. «Le difficoltà a trattare le infezioni batteriche non si riflettono solo sui pazienti, ma anche sulla spesa sanitaria, precisa Giovanni Fadda, docente di • Microbiologia all’Università Cattolica di Roma: «Abbiamo pubblicato uno studio su “Antimicrobial Agents and Chemotherapy ” che dimostra come in assenza di complicazioni infettive un paziente in media va a casa in 3-5 giorni e il costo del ricovero si aggira intorno ai 5.500 euro. Se però compare una setticemia si allungano i tempi di degenza da 5 a 13 giorni e i costi salgono a 8.500 euro. Se poi il malato contrae un’infezione da escherichia coli resistente il ricovero può arrivare anche a tre settimane e i costi lievitare fino a 13.700 euro». E al propagarsi di ceppi di batteri resistenti a ogni farmaco possibile contribuisce di gran lunga anche l’uso improprio di antibiotici negli animali d’allevamento. Perché in molti casi è proprio attraverso questa via che i germi assumono le caratteristiche genetiche che li rendono inattaccabili. Abuso dei farmaci, eccesso di antibiotici per proteggere e far crescere animali da macello o pesci d’acquacoltura…. Quali che siano le cause, ormai è una vera e propria gara tra apparati unicellulari che si modificano e assumono caratteristiche genetiche che li rendono immuni ai farmaci e ricerca impegnata a proteggere un organismo complesso come quello umano. E tocca a Susanne Jakab, direttore regionale dell’Oms per l’Europa, dire che «siamo ad un punto critico in cui la resistenza agli antibiotici sta raggiungendo livelli senza precedenti e nuovi antibiotici non saranno prodotti». Perché, se in passato i medici erano abituati ad avere a disposizione sempre nuove pillole per contrastare i batteri resistenti, oggi non è più così. Basta guardare i numeri: i nuovi antibiotici sono stati 16 nel quinquennio 1983-1987,solo dieci nello stesso periodo degli anni ’90 e cinque tra il 2003 e il 2007. Poi il crollo. Se tutto va bene, tra il 2008 e il 2012 saranno due i nuovi antibiotici approvati dalle autorità regolatorie. Sotto accusa ci sono l’industria farmaceutica e le istituzioni. La prima perché ormai sta abbandonando la ricerca in questo ambito, le seconde perché non offrono significativi sostegni, in termini di investimento per nuovi studi, prolungamento dei brevetti per le aziende e di agevolazioni nello sviluppo dei farmaci. La scarsa attenzione di Big Pharma a questo settore è fin troppo evidente. Nel 1990 erano 18 le grandi compagnie che ricercavano antibiotici, nel 2010 soltanto quattro.

La ragione è ovvia: un ciclo di trattamento con antibiotico che preveda l’impiego dei farmaci più moderni può costare al massimo 2 mila dollari e dura sette giorni; un moderno medicinale anti-cancro, al contrario, ha un prezzo dieci-venti volte maggiore e soprattutto va assunto per alcuni mesi, se non per anni. Il mercato degli antibiotici offre quindi profitti poco soddisfacenti, anche perché le istituzioni sanitarie pretendono che questi farmaci non siano solo efficaci, ma anche poco costosi. D’altro canto anche la ricerca pubblica in questo ambito langue. Nel 2009 l’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive degli Usa ha speso ben 94 milioni di dollari per individuare nuovi approcci per malattie rare. E per sviluppare nuovi antibiotici capaci di rispondere all’emergenza dei ceppi resistenti di batteri comuni? Solo 16 milioni. Una proposta viene da Matthew Cooper e David Shlaes che, sulle pagine di “Nature”, avanzano l’ipotesi di una sorta di accordo tra le agenzie regolatorie principali per studiare un percorso comune di sviluppo di nuovi antibiotici. Dal 2006 ad esempio la Food and Drugs Administration (Fda) americana prevede ricerche ampie e molto costose per valutare l’efficacia di un nuovo antibiotico, mentre l’European Medicinal Agency (Ema) accetta studi più semplici ed economici da realizzare per registrare un nuovo antibiotico. Questo porta le aziende a puntare diritto sul Vecchio continente e magari su Cina, India e Brasile quando hanno a disposizione un farmaco promettente, tralasciando il mercato americano.

Il business, quindi, continua a guidare le scelte della ricerca ed è proprio la necessità di superare le logiche di mercato la chiave degli appelli degli scienziati per non ritrovarci completamente inermi di fronte ai batteri. Purtroppo però sono poche le prospettive a breve termine per invertire un trend che rischia davvero di riportarci indietro nel tempo, quando ancora bastava un batterio qualsiasi per mietere migliaia di morti.

(fonte L’Espresso – FEDERICO MERETA)
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