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Made in Italy: 1000 eccellenze che valgono 183 miliardi di dollari

Made in Italy

Mentre la lunga e forte crisi che stiamo attraversando si ripercuote con forza sulla nostra economia interna e impone di fare di più per ridare reddito alle famiglie che si sono impoverite e per restituire speranza e motivazione alle tante energie depresse del Paese, dal nostro export arrivano segnali incoraggianti. Negli ultimi anni, malgrado la crisi economica mondiale, il made in Italy ha raggiunto straordinarie posizioni di preminenza sui mercati esteri. Nonostante la cessione di marchi storici nazionali a gruppi stranieri, vantiamo quasi 1000 prodotti in cui siamo tra i primi tre posti al mondo per saldo commerciale attivo con l’estero. Vuol dire che se pensiamo al mercato globale come a un’olimpiade, ai prodotti come discipline sportive in cui vince chi ha un export di gran lunga superiore all’import, l’Italia arriva a medaglia quasi mille volte. Fanno meglio di noi solo Cina, Germania e Stati Uniti. Il risultato di questo ricco medagliere è un saldo positivo di 183 miliardi di dollari al 2011. Una tendenza che si conferma anche nel 2012, quando siamo stati il secondo paese europeo, dopo la Germania, per attivo manifatturiero con i Paesi extra-UE. Se adottiamo come metro della competitività la bilancia commerciale dei singoli prodotti, emergono in tutta evidenza la creatività e la duttilità del made in Italy, la capacità del nostro sistema produttivo di reagire di fronte al mutare degli scenari internazioni e di fronte alla crisi. Insieme a Cina, Germania, Giappone e Corea, infatti, l’Italia è uno dei soli 5 Paesi del G-20 ad avere un surplus strutturale con l’estero nei prodotti manufatti non alimentari. In altri termini, escludendo l’energia e le materie prime agricole e minerarie, l’Italia è uno dei paesi più competitivi a livello mondiale. È questo il Paese che emerge dal rapporto I.T.A.L.I.A. – Geografie del nuovo made in Italy realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison e presentato oggi a Treia (Mc), in occasione dell’apertura dell’XI Seminario estivo di Symbola.

Le eccellenze competitive italiane nel commercio con l’estero.  Con un totale di 946 prodotti classificatisi primi, secondi o terzi nel saldo commerciale mondiale, l’Italia è seconda solo alla Germania nella teorica classifica della competitività delineata dal nuovo indicatore e precede economie generalmente considerate più forti, come la Corea del Sud e la Francia. Più nel dettaglio, il nostro Paese vanta 235 prodotti medaglia d’oro a livello mondiale per saldo commerciale. Nell’insieme queste 235 eccellenze fanno guadagnare all’Italia 63 miliardi di dollari. I nostri prodotti che si classificano al secondo posto nel mondo per saldo commerciale sono invece 390 e fruttano 74 miliardi di dollari. Le medaglie di bronzo dell’export italiano sono invece 321 prodotti che valgono un saldo commerciale complessivo di 45 miliardi. E poi ci sono altri 492 prodotti in cui l’Italia si è classificata quarta o quinta per saldo commerciale mondiale e che hanno  aggiunto alla nostra bilancia commerciale altri 38,4 miliardi di dollari.

Industria, i settori competitivi e la forza dei distretti. Oltre ai numeri, sono significativi anche i settori che generano questo surplus. La maggior parte delle nostre eccellenze manifatturiere non proviene solo da settori tradizionali, quali potrebbero essere il tessile o le calzature, ma arrivano dalla meccanica e dai mezzi di trasporto, dalle tecnologie del caldo e del freddo, dalle macchine per lavorare legno e pietre ornamentali, dai fili isolati di rame e dagli strumenti per la navigazione aerea e spaziale.  Ai quali si affianca il presidio di quei settori in cui il made in Italy è forte per tradizione, come il design o il lusso. Nell’insieme, insomma, si tratta di oggetti che disegnano la geografia di un nuovo made in Italy e che dimostrano quanto le nostre imprese siano state in grado di risintonizzarsi con successo sulle nuove frequenze del mercato globale senza perdere la capacità di creare bellezza.

Andando ad analizzare i nostri 235 prodotti medaglia d’oro, emerge infatti che 31,6 dei 63 miliardi di surplus generati dalle nostre eccellenze provengono da beni del settore dell’automazione meccanica, della gomma e della plastica; altri 18,1 miliardi si devono ai beni dell’abbigliamento e della moda, 6,4 miliardi da beni alimentari e vini; 2,9 dai beni per la persona e la casa; mentre 4,3 miliardi da altri prodotti, tra cui quelli dell’industria della carta, del vetro e della chimica. Nella top ten dei nostri prodotti medaglia d’oro troviamo nell’ordine: le calzature con suola in cuoio naturale (2,7 miliardi), macchine e apparecchi per imballaggio (2,5 miliardi), piastrelle di ceramica verniciate o smaltate (2,5 miliardi), borse in pelle e cuoio (2,1 mld) occhiali da sole (1,9 mld), pasta (1,8 mld), cuoio a pieno fiore conciato (1,8 mld), barche e yacht da diporto (1,6 mld), conduttori elettrici (1,4 mld) e parti di macchine per impacchettare e altre macchine e apparecchi (1,4 mld). Ma non mancano anche primati più sfiziosi e curiosi, come quelli nel saldo commerciale delle giostre o dei bottoni.

Tra i prodotti secondi posti per saldo commerciale hanno particolare rilevanza i vini e gli spumanti, che portano al Paese un bottino di 4,7 miliardi di euro, rubinetti e valvole ( compresi quelli senza tracce di piombo), i mobili in legno , le parti di turbine a gas,t rattori agricoli, macchine per riempire e imbottigliare ed etichettare, navi da crociera, lavori in alluminio, caffè torrefatto, lampadari, mobili in legno per cucine, pomodori lavorati, lastre e fogli in polimeri di etilene, granito lucidato e lavorato. Per quanto riguarda i nostri prodotti medaglia di bronzo per saldo commerciale mondiale vanno citati le parti e gli accessori per trattori  e autoveicoli, gli oggetti da gioielleria, ingranaggi e ruote di frizione per macchine, i prodotti di materie plastiche, divani e poltrone, parti di macchine a apparecchi meccanici, ponti con differenziali oer autoveicoli, costruzioni in ghisa, ferro e acciaio, mobili  in metallo e maglioni.

Da notare, inoltre, che la maggior parte dei prodotti italiani che competono nel mondo nasce da produzioni altamente specializzate e concentrate in distretti industriali, è ad esempio il caso delle calzature, delle pelli, delle piastrelle, o ancora delle giostre e delle imprese della packaging valley bolognese-emiliana.

Turismo. Una menzione a sé merita anche il turismo: non avremo mai un ritratto fedele delle performance del settore fino a quando verrà usato come indicatore il numero di arrivi. Al contrario, guardando ai pernottamenti, a fronte della sofferenza del mercato domestico, si evidenzia il primato italiano in Europa per pernottamenti di turisti extra UE. Come dire che nel Vecchio Continente siamo la meta preferita di americani, giapponesi, cinesi, australiani, canadesi, brasiliani, sudcoreani, turchi, ucraini e sudafricani. E nel 2011, con 387 milioni di notti all’attivo, l’Italia si è classificata terza in Europa per numero complessivo di pernottamenti di turisti stranieri e residenti, preceduta solo da Francia (a quota 400) e Spagna.

Agroalimentare, un settore vocato alla qualità. Il nostro agroalimentare è un comparto in cui la vocazione alla qualità è evidentissima. Non a caso il nostro paese ha una capacità di creare valore aggiunto pari a quasi duemila euro per ettaro: il doppio di quando mediamente registrato in Francia, Germania e Spagna, addirittura il triplo se confrontato con la Gran Bretagna. Non a caso con 252 prodotti registrati tra Dop, Igp e Stg, 521 tra vini a denominazione di origine controllata e garantita o a indicazione geografica tipica e 4.671 specialità tradizionali regionali,  vantiamo il primato prodotti registrati e e siamo il primo paese dell’UE per numero di operatori biologici (oltre 48 mila). Quanto alle esportazioni siamo undicesimi al mondo per valore esportato, ma in 13 produzioni delle 70 monitorate abbiamo la leadership globale. Dal solo dall’export della pasta, nel 2011, abbiamo ricaviamo 1,3 miliardi di euro.

Localismo e sussidiarietà: il Terzo Settore. Nella produzione ed erogazione di servizi il nostro Paese non raggiungerebbe mai l’attuale grado di welfare se non potesse contare sul contributo della variegata galassia del terzo settore, che contribuisce direttamente al 4,3% del nostro Pil, equivalente a 67 miliardi di euro. Una ricchezza che andrebbe affiancata anche con il risparmio e il benessere sociale derivante dalle ore di lavoro messe gratuitamente a disposizione da oltre 4 milioni di volontari.

Innovazione e ambiente. Il 23,6% delle imprese italiane negli ultimi tre anni hanno scommesso sulla qualità ambientale e sulla green economy. Perché investire in tecnologie e prodotti ‘verdi’ non vuol dire ‘solo’ diventare più sostenibili, contribuire a costruire un futuro migliore per il pianeta, per noi e i nostri figli. Significa anche fare innovazione: il 37,9% delle aziende che fa investimenti green introduce innovazioni di prodotto o di servizio, contro il 18,3% delle imprese che non investono nell’ambiente. E significa export: il 37,4% delle imprese green vanta presenze sui mercati esteri, contro il 22,2% delle altre.

Arte e cultura, un settore strategico e trainante. Mentre il Paese, nel 2012, perde lo 0,3% delle imprese, quelle del sistema produttivo culturale (tra industrie culturali propriamente dette, industrie creative – attività produttive ad alto valore creativo ma ulteriori rispetto alla creazione culturale in quanto tale – patrimonio storico artistico, performing arts e arti visive) crescono del 3,3%, arrivando ad essere quasi 460 mila, il 7,5% del totale delle attività economiche nazionali. Danno lavoro a quasi 1,4 milioni di persone, il 5,7% del totale degli occupati. Creano, direttamente, 75,5 miliardi di euro di valore aggiunto. E ne attivano nel resto dell’economia altri 133. In tutto fa 214,2 miliardi: il 15,3% circa del totale.

“Di fronte a una crisi durissima e a un mondo che cambia – commenta Ermete Realacci, Presidente della Fondazione Symbola -, c’è un’Italia che nonostante le sirene del declino si ostina a fare l’Italia e per questo trova il suo spazio nel mondo. C’è un’Italia che sa innovare senza perdere la propria anima, che ha capito che nel mondo del XXI secolo, se uno spazio c’è per il nostro Paese è quello della qualità. E’ l’Italia che scommette sulla qualità, sulle competenze radicate nei territori e mantenute salde con la coesione sociale e la cura del capitale umano. Che presidia la nuova frontiera della qualità ambientale. Che sa dare valore alla propria bellezza, intercettando la grande, e crescente, domanda di Italia che viene da ogni angolo del pianeta. Raccontare questa Italia è l’ambizione di questo rapporto”.

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I 12 punti per il benessere della società, altro che PIL

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Il PIL è il tentativo meglio riuscito di misurazione del valore del prodotto realizzato e di osservazione delle oscillazioni del ciclo economico e non una misura del progresso e del benessere di una società, in quanto “il benessere di una nazione difficilmente può essere tratto da una misura di reddito nazionale”. E’ riduttivo definire il PIL come un indicatore, ma si tratta piuttosto di una misura calcolata all’interno di almeno tre conti della Contabilità Nazionale (della produzione, della distribuzione, degli impieghi), con cui si dà una dimensione al valore del prodotto realizzato da milioni di imprese, ai redditi percepiti da milioni di lavoratori, ai consumi effettuati da milioni di famiglie, alle entrate e alle uscite del bilancio pubblico e alle relazioni economiche tra un paese e il resto del mondo. Il PIL non considera le attività svolte al di fuori del mercato (come il volontariato e il lavoro domestico), le esternalità negative sociali e ambientali del sistema produttivo, non tiene conto degli aspetti distributivi (del reddito, della ricchezza, delle esternalità negative di tipo sociale e ambientale) e valuta al costo dei fattori l’attività della Pubblica Amministrazione (con la conseguenza che se aumentano gli sprechi e le inefficienze dell’apparato pubblico aumenta il PIL), includendo in essa le spese per la difesa. 

Disse Simon Smith Kuznets, premio Nobel per l’economia nel 1971: “Come già notato, le misure convenzionali del prodotto nazionale e delle sue componenti non riflettono molti costi e aggiustamenti nelle strutture economiche e sociali conseguenti alle principali innovazioni tecnologiche e, in effetti, ne omettono anche i ritorni positivi. La teoria precedente che è a monte di queste misure definisce i fattori produttivi in modo relativamente ristretto e lascia la crescita della produttività come un gap inspiegato, come una misura della nostra ignoranza. Questo difetto della teoria nei confronti delle nuove evidenze ha condotto negli anni recenti a un dibattito vivace e ai tentativi di espandere la cornice della contabilità nazionale per comprendere costi nascosti ma chiaramente importanti, come ad esempio l’istruzione vista come investimento in conto capitale, lo spostamento verso la vita urbana, l’inquinamento o altri risultati negativi della produzione di massa. Questi sforzi dovranno spiegare anche alcuni risultati positivi, quali la maggior longevità e salute, la maggior mobilità, il maggior tempo libero o le minori disuguaglianze di reddito…. Il ruolo della famiglia come centro delle decisioni economiche non solo in merito ai consumi ma anche in merito agli investimenti”. 

Anche l’OCSE si è impegnata fortemente sul tema della misurazione del progresso e del benessere, con l’obiettivo di dare risposta alle esigenze dei cittadini e dei decisori politici di informazioni migliori sul benessere e il progresso della società. L’OCSE configura uno schema multidimensionale di benessere con obiettivi finali e intermedi e due ottiche trasversali secondo il quale “il progresso di una società si verifica quando si consegue un aumento del benessere equo e sostenibile”.

Nel 2005 il CNEL ha presentato il progetto “Indicatori per lo sviluppo sostenibile“. Nell’ambito di tale progetto ci si è posto l’obiettivo di coprire le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: economico, sociale e ambientale. Tale progetto fu approvato all’unanimità dalle Parti Sociali rappresentate al CNEL in occasione dell’Assemblea del 28 aprile 2005. E’ stato proposto e realizzato un sistema di indicatori per lo sviluppo sostenibile basato su indici (aggregati tematici di indicatori), su indicatori (descrittori diretti di fenomeni economici, sociali ed ambientali) e su target (obiettivi da perseguire nel tempo) e, sulla base di esso, è stato predisposto un Rapporto sullo sviluppo sostenibile in Italia, capace di descriverne lo stato attuale della sostenibilità e di consentirne il monitoraggio nel futuro. 

L’obiettivo è stato, quindi, la determinazione delle aree considerate più rilevanti, che identificano il benessere, nella sua composizione qualitativa e quantitativa, per poter misurare anche la dinamica temporale di questo benessere. L’intenzione di costruire, quindi, un set di indicatori che si affianchi alla PIL e ne consenta di superare i limiti di indice unico, monodimensionale ed esclusivo. Gli ambiti specifici che determinano il benessere della società sono: Continue Reading

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100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo


Giunto alla quinta edizione, “Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo” offre un’ampia e articolata produzione di indicatori aggiornati e puntuali, che riguardano aspetti economici, sociali, demografici e ambientali del nostro Paese. Attraverso confronti internazionali e territoriali essi consentono di valutare in modo comparativo la collocazione dell’Italia nel contesto europeo e di individuare le differenze regionali che la caratterizzano.

Territorio

Con una densità media di 201 abitanti per km2, l’Italia è tra i paesi più densamente popolati dell’Unione: la media Ue27 è di 114 abitanti per km2.

I territori montani coprono una superficie pari al 54,3% del territorio, vi risiede il 18,2% della popolazione. Si tratta di aree poco densamente abitate e in passato interessate da importanti fenomeni di spopolamento. Al 1° gennaio 2011 le Comunità montane sono 264 (266 l’anno precedente).

Le aree protette comprese nella “Rete Natura 2000” coprono più del 21% della superficie nazionale, ma ne occupano più di un quarto. Nella graduatoria europea l’Italia si posiziona sopra la media (17,9% nel 2012).

Nel 2010 ogni 1.000 famiglie sono state concesse 4,7 autorizzazioni per la costruzione di nuove abitazioni, corrispondenti a 372 m2 di superficie utile abitabile in nuovi fabbricati residenziali, in forte calo rispetto al 2005 (11,8 nuove abitazioni per mille famiglie). Questo andamento è comune al complesso dei paesi dell’Unione europea: infatti, tra il 2005 e il 2011, la nuova superficie abitabile autorizzata si è pressoché dimezzata.

Ambiente

Nel 2010 la spesa pro capite delle amministrazioni regionali per la tutela ambientale è stata di 71,6 euro, in diminuzione del 16% rispetto al 2009.

Nel 2010 sono stati raccolti 537 kg di rifiuti urbani per abitante, 3,5 kg in più rispetto all’anno precedente; si è interrotto così il trend decrescente iniziato nel 2007.

Con circa 250 kg pro capite di rifiuti urbani smaltiti in discarica, l’Italia si colloca molto al di sopra della media europea. Nonostante il trend costantemente decrescente, viene smaltito nelle discariche ancora circa la metà (46,3%) del totale dei rifiuti urbani raccolti.

Il 35,3% dei rifiuti urbani viene avviato a raccolta differenziata (quasi due punti percentuali in più rispetto al 2009); il Nord-est detiene il primato con il 52,7%.

L’Italia si sta allontanando dall’obiettivo di massima emissione fissato dal protocollo di Kyoto; nel 2010, infatti, le emissioni di gas serra sono aumentate del 2% rispetto al 2009 (501,3 milioni di tonnellate di CO2 equivalente).

Nel 2012 il 35,7% delle famiglie italiane segnala problemi relativi all’inquinamento dell’aria nella zona di residenza e il 18,5% lamenta la presenza di odori sgradevoli.

Nei comuni capoluogo di provincia il consumo giornaliero di acqua potabile nel 2011 è, in media, pari a 175,4 litri per abitante, il 3,7% in meno rispetto a un anno prima, a conferma del trend decrescente che si osserva ormai da dieci anni, dovuto alla maggiore attenzione dei cittadini nell’utilizzo della risorsa idrica.

Popolazione

Dai dati dell’ultimo censimento, la popolazione residente in Italia è cresciuta del 4,3% fra il 2001 e il 2011 (sostenuta esclusivamente dall’incremento della componente straniera) e ammonta a 59.433.744 unità.

Al 1° gennaio 2012 ci sono 147,2 anziani ogni 100 giovani. In Europa solo la Germania presenta un indice di vecchiaia più accentuato. La Liguria si conferma la regione più anziana, mentre la Campania, con un indice per la prima volta superiore a 100, la più giovane.

Nel 2011 il rapporto fra popolazione giovane e anziana e popolazione in età attiva (indice di dipendenza) raggiunge il 53,1%; il valore minimo si registra nel Mezzogiorno (50,0%), il massimo nel Nord-ovest (55,0%), mentre la regione con l’indice più alto è la Liguria. Nel contesto europeo l’Italia si colloca al quarto posto.

L’Italia presenta una crescita naturale della popolazione leggermente negativa ed è agli ultimi posti in ambito europeo, vicino alla Grecia e al Portogallo; viceversa, l’aumento dovuto ai fenomeni migratori è significativo e colloca l’Italia ai primi posti della graduatoria dei paesi più “attrattivi”.

La vita media delle donne è di 84 anni e mezzo, quella degli uomini poco più di 79 anni, fra le più lunghe dell’Unione europea.

L’Italia si posiziona tra i paesi a bassa fecondità, con 1,39 figli per donna secondo le stime del 2011. L’età media al parto continua a crescere e si attesta ora a 31,4 anni.

Nel 2010 sono stati celebrati 3,6 matrimoni ogni 1.000 abitanti. Nel Mezzogiorno ci si sposa di più che nel Centro-Nord; nel Nord-est il 49,3% delle coppie ha scelto il rito civile.

L’Italia e l’Irlanda sono i paesi Ue con la più bassa incidenza di divorzi, rispettivamente 0,9 e 0,7 ogni 1.000 abitanti. Nel nostro Paese lo scioglimento per via legale delle unioni è, tuttavia, un fenomeno in costante crescita: tra il 2000 e il 2010 le separazioni sono aumentate da 12,6 a 14,6 e i divorzi da 6,6 a 9,0 ogni 10 mila abitanti. Continue Reading

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Annuario statistico italiano 2012. La fotografia dell’Italia

Annuario-statistico-italiano-2012-Italia

L’Istat oggi ha presentato, l’annuario statistico italiano 2012, la pubblicazione che dal 1878 racconta il nostro Paese attraverso i numeri. In oltre ottocento pagine e con una veste grafica accurata, il volume offre moltissime chiavi di lettura sui principali fenomeni ambientali, demografici, sociali ed economici.

Ambiente e territorio

In calo il numero di incendi e la superficie interessata dal fuoco. Nel 2010 si sono verificati 4.884 incendi, che hanno interessato circa 46 mila ettari di superficie forestale. Il numero di incendi è inferiore a quello dell’anno precedente (5.422), così come la porzione di territorio interessata, che scende a 9,5 ettari di superficie media percorsa dal fuoco, dai 13,5 del 2009.

Il Nord ancora in testa per la raccolta differenziata. Nel 2010 la quantità di rifiuti urbani raccolti si attesta a 32,4 milioni di tonnellate (ovvero 537 chilogrammi per abitante), quella differenziata arriva al 35,3%, dal 33,6% del 2009; a livello territoriale i valori più alti di raccolta differenziata si registrano al Nord (49,1%); seguono a grande distanza le regioni del Centro (27,1%) e quelle del Sud (21,2%).

Traffico, parcheggio e inquinamento i problemi più avvertiti dalle famiglie. Nel 2012 il traffico è sempre uno dei problemi che le famiglie dichiarano di affrontare quotidianamente relativamente alla zona in cui vivono (38,4% delle famiglie della stessa zona). Seguono la difficoltà di parcheggio (35,8%), l’inquinamento dell’aria (35,7%) e il rumore (32,0%). In ultima posizione si colloca l’irregolarità nell’erogazione dell’acqua, che costituisce un problema per l’8,9% delle famiglie, ma le differenze sul territorio sono forti: le percentuali più alte si registrano in Calabria (29,2%) e Sicilia (26,5%).

Popolazione

In lieve aumento la fecondità, ma si diventa mamme sempre più tardi. Nel 2011 il numero medio di figli per donna si attesta a 1,42 a livello nazionale (1,41 l’anno precedente), ma raggiunge il valore di 1,48 nel Nord, che si conferma la ripartizione con la fecondità più alta. All’interno dell’Unione europea a 15 Paesi (dati 2010) l’Italia si colloca al quarto posto per bassa fecondità, preceduta da Portogallo (1,36 figli per donna), Spagna (1,38) e Germania (1,39). Nell’Ue 27 i paesi con un minor numero medio di figli per donna sono la Lettonia (1,17), l’Ungheria (1,25) e la Romania (1,33 ); l’Italia si posiziona al decimo posto. Le donne diventano madri sempre più tardi: 31,3 anni è l’età media al parto in Italia, il valore più alto fra i paesi europei, lo stesso di Liechtenstein e Svizzera; seguono Irlanda e Regno Unito (31,2).

Meno matrimoni, al Nord il sorpasso del rito civile su quello religioso. Per il quarto anno consecutivo scende il numero dei matrimoni: nel 2011 ne sono stati celebrati 208.702, quasi novemila in meno dell’anno precedente; di conseguenza, il tasso di nuzialità passa da 3,6 a 3,4 per mille. Pur se in calo (da 4,4 a 4,1 per mille), il tasso di nuzialità del Mezzogiorno supera la media nazionale. Il matrimonio religioso resta la scelta più diffusa (60,2%), ma sono sempre di più le coppie che decidono di sposarsi davanti all’ufficiale di stato civile, da 79 mila nel 2010 a circa 83 mila nel 2011. È soprattutto nelle regioni meridionali a prevalere un modello di tipo tradizionale, dove la percentuale dei matrimoni celebrati con rito religioso è del 76,3%, contro il 48,8% del Nord e il 50,1% del Centro.

Sempre più longevi. Secondo le stime relative al 2011, la speranza di vita alla nascita migliora sia per gli uomini (79,4) che per le donne (84,5), grazie all’influenza positiva della riduzione dei rischi di morte a tutte le età. Nel contesto internazionale l’Italia si conferma uno dei paesi più longevi: nel 2010, all’interno dell’Unione europea, soltanto la Svezia continua a mantenere migliori condizioni di sopravvivenza maschile (79,6 anni), mentre in Francia e in Spagna le femmine fanno registrare la vita media più elevata (85,3 anni).

Crescono mobilità interna e migrazioni con l’estero. Nel 2010 ammontano a 1.345.466 le migrazioni interne per trasferimento di residenza, 32.703 in più dell’anno precedente. Nello stesso anno le iscrizioni dall’estero sono state 447.744 (+26.000 circa rispetto al 2009), con il Nord che resta l’area più attrattiva della Penisola (56,4% degli iscritti da paese estero). In crescita, ma su livelli decisamente inferiori, anche i cancellati per l’estero (da 64.921 a 67.501).

Conti della protezione sociale

Cresce la spesa pubblica del settore. Ammonta a circa 469 miliardi di euro la spesa per la protezione sociale sostenuta in Italia nel 2011, pari al 29,7% del Prodotto interno lordo (Pil). Quasi 438 miliardi (93,2% della spesa totale) sono stati spesi dalle amministrazioni pubbliche, destinati per 418 miliardi alle prestazioni per i cittadini (l’1,4% in più dell’anno precedente), con un’incidenza del 26,5% sul Pil e del 55,7% sulla spesa pubblica corrente.

Alla previdenza la fetta più grande di risorse. Più di due terzi della spesa per prestazioni delle amministrazioni pubbliche si concentra nella previdenza (67,2%), alla sanità è destinato il 24,9% e all’assistenza il restante 7,9%. L’incidenza sul prodotto interno lordo è pari al 17,8% per la previdenza, al 6,6% per la sanità, al 2,1% per l’assistenza.

Oltre metà della spesa è finanziata dai contributi sociali. Fra le fonti di finanziamento dell’intero sistema di protezione sociale, i contributi sociali rappresentano il 52,9% del totale (56,3% nel 2008). Fra il 2008 e il 2011 i contributi sociali effettivi a carico dei datori di lavoro crescono in media dello 0,1%, in linea con la crescita registrata per la quota di contributi a carico dei lavoratori indipendenti, mentre quelli a carico dei lavoratori dipendenti si riducono dell’1%. La seconda voce rilevante, pari al 46,2%, è quella delle contribuzioni diverse, costituita in gran parte da trasferimenti statali (73,5% nel 2011, contro il 67,3% del 2008).

Sanità e salute

Un Paese di anziani, cresce l’assistenza domiciliare. Nel 2009 l’assistenza sanitaria territoriale conta circa 46.000 medici di base, 7,7 ogni 10 mila abitanti. Sebbene il contratto dei medici di medicina generale preveda che si possano assistere fino a un massimo di 1.500 pazienti, il valore medio nazionale si attesta a 1.134 assistiti per medico. Sono, invece, 7.700 i pediatri, nove ogni 10 mila bambini fino a 14 anni. Sul territorio nazionale, ogni 100 mila abitanti operano circa 16 ambulatori e laboratori pubblici e privati convenzionati (in lieve calo negli ultimi tre anni) e 4,9 servizi di guardia medica (anch’essi in calo). Il progressivo invecchiamento della popolazione spiega, invece, la crescita progressiva, da 475 mila nel 2007 a 533 mila nel 2009, dei pazienti assistiti al proprio domicilio, l’84% dei quali è ultrasessantacinquenne.

Lo stato di salute è buono, più per gli uomini che per le donne. La percezione dello stato di salute rappresenta un indicatore globale dello stato di salute della popolazione, molto utilizzato in ambito internazionale. Nel 2012, il 71,1% della popolazione ha fornito un giudizio positivo del proprio stato di salute; la percentuale è più alta fra gli uomini (75,3%) che fra le donne (67,1%). Quanto alle patologie croniche, il 38,6% delle persone dichiara di esserne affetto, ma la percentuale sale notevolmente, raggiungendo l’86,1%, fra gli ultrasettantacinquenni. Le malattie croniche più diffuse sono l’artrosi/artrite (16,7%), l’ipertensione (16,4%), le malattie allergiche (10,6%), l’osteoporosi (7,7%), la bronchite cronica e l’asma bronchiale (6,1%) e il diabete (5,5%).

Il pranzo a casa, espressione dell’Italian style of life. Nel nostro Paese fatica a prendere piede l’abitudine a consumare un pasto veloce fuori casa: ancora nel 2012 il 74,3% delle persone pranza generalmente a casa e la percentuale è in crescita (+1,2%) rispetto all’anno precedente, soprattutto tra i giovani di 25-34 anni (+4,1%). Fortemente diffusa è anche la consuetudine a fare una colazione “adeguata” al mattino: circa otto persone su 10 abbinano al caffè o al tè alimenti nutrienti come latte, biscotti, pane.

Il fumo più diffuso fra i giovani e le signore di mezza età. L’abitudine al fumo è stabile negli ultimi anni e coinvolge il 21,9% della popolazione over 14. Anche nel 2012 a fumare sono soprattutto gli uomini (27,9%) rispetto alle donne (16,3%), ma la quota di persone dedita al tabagismo è nettamente più elevata fra i giovani 25-34enni (35,9%) e fra le signore di 45-54 anni (23,4%). I non fumatori rappresentano la maggioranza della popolazione di 14 anni e più (54,2%), con evidenti differenze di genere: il 41,2% degli uomini e il 66,3% delle donne. In un anno, la quota di popolazione adulta non dedita al fumo aumenta di un punto e mezzo percentuale.

Giustizia

Al giudice di pace quattro procedimenti su dieci. Nel 2010 diminuiscono, rispetto all’anno precedente, sia i procedimenti civili sopravvenuti in primo grado (-1,5% sul 2010) che i pendenti (-1,0%), mentre aumentano quelli esauriti (+1,4%). Presso l’ufficio del giudice di pace viene trattato il 40% dei procedimenti di primo grado; spetta ai tribunali il restante 59,8%. Si conferma nel 2011 il trend discendente dei protesti, che passano da 1.450.032 a 1.385.416 (-4,5%), per un valore complessivo di circa 3,7 miliardi di euro (erano quattro l’anno precedente) e un importo medio unitario di circa 2.659 euro.

L’affido condiviso dei minori sempre più adottato in caso di separazione o divorzio. Nel 2010 le separazioni risultano ancora in aumento (+2,6%, per un totale di 88.191 procedimenti), mentre diminuiscono lievemente i divorzi (-0,5%, pari a 54.160); nello stesso anno ogni 1.000 matrimoni si contano 307 separazioni e 182 divorzi. Prosegue la crescita dell’affido condiviso dei figli minori, che si conferma la soluzione più diffusa sia nei casi di separazione (89,8%) che in quelli di divorzio (73,8%); scende, di conseguenza, il ricorso alla custodia esclusiva dei figli alla madre, che fino al 2006 era la tipologia di affidamento più frequente (9,0% contro 58,3% del 2006 per le separazioni; 23,4% contro 67,1% del 2006 per i divorzi). I figli minori coinvolti sono 65.427 nei casi di separazione e 23.545 in quelli di divorzio.

Reati ancora in calo. Nel 2010 sono stati 2.621.019 i delitti denunciati all’autorità giudiziaria dalle forze di polizia, lo 0,3% in meno dell’anno precedente. Tra le tipologie di delitto, l’unico deciso incremento si registra per lo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione (+21,0%); calano, invece, le denunce per usura (-19,4%), gli omicidi volontari (-10,2%) – ancora di più quelli imputabili a organizzazioni di tipo mafioso (-23,3%) – e le rapine (-5,8%).

Aumenta il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Alla fine del 2011 risultano in corso 22.423 misure alternative alla detenzione (affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, detenzione domiciliare, libertà vigilata, libertà controllata, semidetenzione), in aumento del 21,6% rispetto all’anno precedente. Queste misure riguardano donne nell’8,2% dei casi, nel 15,7% stranieri e nel 17,1% persone dipendenti da alcool e droghe. Come nel 2010, le misure più utilizzate sono l’affidamento in prova al servizio sociale (44,4%) e la detenzione domiciliare (37,3%).

In lieve diminuzione i detenuti, uno su cinque lavora. Diminuiscono lievemente i detenuti nelle carceri italiane: nel 2011 sono 66.897, l’1,6% in meno dell’anno precedente. Nel 4,2% dei casi si tratta di donne, mentre gli stranieri sono il 36,1%. Un detenuto su cinque lavora, in massima parte (83,8%) alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria. Il problema del sovraffollamento continua a rappresentare una criticità delle carceri italiane, per quanto il rapporto tra detenuti presenti e posti letto previsti sia sceso a livello nazionale, passando da 151 del 2010 a 146,4 del 2011. La situazione è mediamente più critica nel Nord (157,5 detenuti per 100 posti letto), ma anche nel Mezzogiorno e al Centro i valori sono ben lontani da quello ottimale. La capienza massima delle carceri viene superata in tutte le regioni italiane con l’eccezione del Trentino-Alto Adige (72,3 detenuti presenti per 100 posti letto) e tocca il picco massimo di 182 detenuti per 100 posti letto in Puglia.

Istruzione

In lieve diminuzione il numero di iscritti alle scuole superiori. Sono 8.965.822 gli studenti iscritti all’anno scolastico 2010/2011, circa 2.200 in meno rispetto a quello precedente; per il terzo anno consecutivo, a scendere sono soprattutto gli iscritti alle scuole secondarie di secondo grado (-24.145 unità). Il tasso di scolarità si attesta ormai da qualche anno intorno al cento per cento per la scuola primaria e per la secondaria di primo grado, mentre subisce un’ulteriore flessione, dal 92,3% del 2009/2010 al 90%, quello riferito alla scuola secondaria di secondo grado. I giovani che ripetono l’anno nelle scuole secondarie di secondo grado rappresentano il 7% degli iscritti (8,6% maschi e 5,3% femmine). La selezione scolastica è più forte nel passaggio dal primo al secondo anno: infatti, la percentuale di alunni respinti sale al 19,1%. Gli esami di terza media sono superati dalla quasi totalità degli studenti (99,7%); tuttavia, solo il 7,9% supera l’esame con il voto più elevato, mentre il 55,7% consegue il titolo con un voto uguale o inferiore al “sette”. L’aumento della scolarizzazione ha prodotto, nel corso degli anni, un costante innalzamento del livello di istruzione della popolazione italiana: la quota di persone con qualifica o diploma di scuola secondaria superiore raggiunge il 34,5% (33,9% nel 2009/2010), mentre sale all’11,2% la quota di chi possiede un titolo di studio universitario.

All’università più giovani del Sud e donne. I giovani iscritti per la prima volta all’università nell’anno accademico 2010/2011 sono circa 288.000, circa 6.400 in meno rispetto all’anno precedente (-2,2%). Si conferma, dunque, il trend negativo delle immatricolazioni iniziato nel 2004/2005, che ha riportato il numero di nuove iscrizioni a un livello inferiore a quello rilevato alla fine degli anni Novanta. La diminuzione riguarda i corsi di laurea del vecchio ordinamento (-8,6%) e quelli di durata triennale (-1,9%), ma anche i corsi di laurea specialistica/magistrale a ciclo unico fanno registrare un calo del 3,3%. La popolazione universitaria è composta da 1.781.786 studenti, valore sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, con una mobilità territoriale piuttosto elevata. La partecipazione agli studi universitari risulta particolarmente alta in Molise, Abruzzo, Basilicata: in queste regioni più di un residente di 19-25 anni su due è iscritto a un corso accademico. La scelta universitaria coinvolge maggiormente i diplomati dei licei: il 60,8% si dichiara, nel 2011, studente a tempo pieno contro il 19,9% dei diplomati degli Istituti tecnici e il 6,7% di quelli degli Istituti professionali. Le donne sono più propense degli uomini a proseguire gli studi oltre la scuola secondaria (le diplomate che si iscrivono a un corso universitario sono circa 67 su 100, i diplomati quasi 56), ma anche a portare a termine il percorso accademico. Infatti, tra i laureati triennali e a ciclo unico (ossia tra coloro che hanno conseguito almeno un titolo di formazione universitaria), il tasso di conseguimento della laurea (laureati per 100 venticinquenni) è del 37,8% per le donne contro il 25,5 degli uomini. Fra coloro che hanno concluso percorsi “lunghi” (corsi di durata da quattro a sei anni e delle lauree specialistiche biennali) le laureate sono 22,6 ogni 100 venticinquenni e i laureati 15,1 ogni 100. Nel 2011 il 48,8% dei diplomati del 2007 svolge un’attività lavorativa, il 16,2% è in cerca di un’occupazione e il 31,5% è impegnato esclusivamente negli studi universitari. A quattro anni dalla laurea, invece, lavora il 69,4% dei laureati in corsi a ciclo unico, il 69,3% di quelli laureati nei corsi triennali e l’82,1% dei laureati in corsi specialistici biennali.

Attività culturali e sociali varie

Si interrompe il trend negativo della produzione libraria. Oltre 40 milioni e 134.000 persone hanno visitato, nel 2011, i 424 luoghi di antichità e arte (di cui 209 musei e gallerie e 215 monumenti e aree archeologiche) presenti nel nostro Paese, con un notevole incremento rispetto all’anno precedente (quasi tre milioni in più). Nello specifico, aumentano di circa il 14% i visitatori degli istituti a ingresso gratuito (oltre un milione 803 mila) e del 4% i visitatori degli istituti a pagamento (+993 mila). Nel 2010 sono stati pubblicati 63.800 libri (rispetto ai 57.558 dell’anno precedente), per una tiratura complessiva di oltre 213 milioni di copie (quasi quattro volumi per ogni abitante). La produzione editoriale registra una ripresa sia per i titoli (+10,8% in un anno) che per la tiratura (+2,5%).

Calano i consumi culturali fuori casa. Nel 2012 il 63,8% della popolazione di sei anni e oltre ha fruito di almeno uno spettacolo o intrattenimento fuori casa, una quota inferiore a quella del 2010 (67,1%). Aumentano, di conseguenza, le persone che non hanno partecipato a spettacoli o eventi culturali fuori dalle mura domestiche, cui corrisponde una quota del 35%, il valore più elevato degli ultimi sei anni. Nel generale calo dei consumi culturali, il cinema continua a raccogliere il maggior pubblico: infatti, una persona su due è andata almeno una volta a vedere un film in sala (il 49,8% della popolazione di sei anni e più). Nella graduatoria seguono le visite a musei e mostre (28%), gli spettacoli sportivi (25,4%), le visite a siti archeologici e monumenti (21,1%), la frequentazione di discoteche e balere (20,6%), il teatro (20,1%), gli altri concerti di musica (19%) e, all’ultimo posto, i concerti di musica classica, che interessano appena il 7,8% della popolazione. Il teatro è l’unica attività fuori casa, fra quelle considerate, in cui la partecipazione femminile è maggiore rispetto a quella maschile (il 22,2% delle donne contro il 17,9% degli uomini). Pur in calo, guardare la televisione è un’abitudine consolidata per il 92,4% delle persone di tre anni e più (94,0% nel 2011). L’ascolto della radio è meno diffuso, interessa il 58,3% della popolazione, ma è in aumento (dal 57,8% al 59%) la percentuale dei “fedelissimi”, ovvero coloro che la ascoltano tutti i giorni.

Si riduce il gap tra Nord e Sud nella lettura di libri. Meno diffusa è l’abitudine alla lettura di libri e giornali, sebbene la lettura dei libri sia l’unico consumo culturale, a livello nazionale, a non conoscere flessioni nel 2012. Nell’anno in corso legge un quotidiano almeno una volta a settimana il 52,1% delle persone in età scolare, mentre il 46,0% si dedica alla lettura di libri. I giovani di 11-14 anni sono i lettori più accaniti (60,8%), pur registrando un calo in confronto a un anno prima (62%). Gli uomini leggono di più i quotidiani (58,0% contro il 46,6% delle donne), le donne preferiscono i libri (51,9% contro il 39,7% degli uomini) e ne leggono in maggior numero. Si riduce il divario fra Mezzogiorno e resto del Paese per la lettura di libri: tra i residenti di questa area la quota di lettori raggiunge il 34,2% nel 2012, contro il 32,7% dell’anno precedente.

Italiani sempre più tecnologici e internauti. Gli utilizzatori del personal computer crescono di anno in anno: nel 2012 sono il 52,3% della popolazione di tre anni e oltre (52,2% nel 2011). L’uso del pc tocca il livello massimo tra i 15 e i 19 anni (quasi nove ragazzi su dieci), ma gli utilizzatori aumentano anche fra i 65-74enni (17,2% contro il 14,9% di un anno prima). Parallelamente, l’uso di Internet continua a mostrare un andamento crescente, coinvolge il 52,5% della popolazione di sei anni e più (51,5% nel 2011). A livello territoriale, permane uno squilibrio sia nell’uso del pc (Nord 57,0%, Centro 54,3%, Mezzogiorno 44,9%), che in quello di Internet (Nord 57,3%, Centro 55%, Mezzogiorno 44,6%).

Lavoro

Aumentano gli occupati adulti, a seguito della riforma delle pensioni. Nel 2011 sono 22.967.000 gli occupati, in aumento – dopo due anni di discesa – di 95.000 unità rispetto all’anno precedente. Il risultato complessivo è la sintesi di una riduzione della componente italiana, controbilanciata dall’aumento di quella straniera (+170.000 unità). La quota di lavoratori stranieri sul totale degli occupati raggiunge il 9,8% (9,1% nel 2010). Gli occupati crescono sia nella classe di età centrale, fra i 35 e i 54 anni (+143.000 unità), sia soprattutto fra gli over55 (+151.000 unità). L’aumento dell’occupazione nelle classi di età più adulte può essere ricondotta ai requisiti sempre più stringenti per accedere alla pensione, che spostano in avanti il momento di uscita dal mercato del lavoro. Considerando la posizione professionale, la crescita degli occupati riguarda esclusivamente i lavoratori dipendenti (+130.000 unità), mentre gli indipendenti tornano a ridursi (-0,6%, pari a -36.000 unità) dopo il leggero incremento osservato nel 2010. A livello di settore di attività economica, l’agricoltura registra una nuova flessione (-1,9%, pari a 16.000 unità in meno), mentre l’industria in senso stretto segna, dopo tre anni di calo, un moderato recupero (+1,4% pari a +63.000 unità). Prosegue a ritmi più sostenuti il calo nelle costruzioni (-5,3% pari a -102.000 unità) mentre nei servizi l’occupazione torna a crescere (+1%, pari a 151.000 unità in più), dopo la sostanziale stabilità del 2010. Il tasso di occupazione è al 56,9%, valore che si mantiene ampiamente al di sotto della media Ue (64,3%); quello maschile si attesta al 67,5%, mentre il tasso riferito alle donne si posiziona  al 46,5%. Rimangono ampi i divari territoriali, con il tasso di occupazione che al Nord è oltre venti punti più elevato di quello dell’area meridionale Dopo tre anni di incremento, nel 2011 il numero delle persone in cerca di occupazione è rimasto sostanzialmente invariato rispetto a un anno prima; pressoché stabili sono stati anche i tassi di disoccupazione (all’8,4%) e di inattività (al 37,8%, un decimo di punto in meno rispetto al 2010).

Famiglie e aspetti sociali vari

Nelle Asl i tempi di attesa più lunghi. Nel 2012 le famiglie denunciano difficoltà di accesso ai servizi di pubblica utilità, in particolare per il pronto soccorso (52,7%), le forze dell’ordine (37,2%), gli uffici comunali (33,7%), i supermercati (28,5%) e gli uffici postali (25,3%). Permangono differenze a livello territoriale: le famiglie meridionali hanno più problemi nell’accesso ai servizi, ma il divario diventa più contenuto nel caso di negozi di generi alimentari. La popolazione di 18 anni e più che ha utilizzato almeno una volta nell’anno i servizi di sportello varia dal 69,4% degli uffici postali al 43,4% degli uffici anagrafici. In una situazione intermedia (48,1%) si collocano gli uffici amministrativi delle Asl. Per l’erogazione dei servizi dalle Asl la percentuale di cittadini che lamenta tempi di attesa oltre i 20 minuti è ben superiore a quella relativa agli uffici anagrafici: 50,8% (in aumento dal 48,5% del 2011) contro 19,7% (17,3% nel 2011).

Volontari più presenti al Nord. Nel 2012 risulta sostanzialmente stabile rispetto a un anno prima la partecipazione dei cittadini ad attività sociali e di volontariato. Il 9,7% delle persone di 14 anni e più è impegnato in attività gratuite di volontariato, l’8,9% in associazioni culturali, mentre il 14,7% si limita a versare soldi a un’associazione. Le attività di volontariato coinvolgono il 13,1% dei cittadini over14 al Nord, l’8,1% al Centro e il 6% nel Mezzogiorno.

I sedentari molto più numerosi degli sportivi. Nel 2012, il 21,9% della popolazione di tre anni e più pratica uno o più sport con continuità, il 9,2% vi si dedica saltuariamente, mentre il 29,2% svolge almeno qualche attività fisica, come fare passeggiate, nuotare o andare in bicicletta. I sedentari rappresentano il 39,2% del totale, con le donne più numerose degli uomini (43,5% contro 34,6%).

Più di sette famiglie su 10 vivono in case di proprietà. Nel 2011 il 72,4% delle famiglie è proprietario dell’abitazione in cui vive, mentre il 18% paga un canone d’affitto. Tra le famiglie in affitto il 73,5% vive in abitazioni di proprietà di un privato, il 20,8% in case di proprietà di enti pubblici (in calo dal 22,2% nel 2010). Fra le principali utenze domestiche, a incidere di più sul budget familiare sono, nell’ordine, la bolletta del gas (2,2% della spesa totale), quella dell’energia elettrica (1,8%) e la bolletta telefonica (1,4%).

Una famiglia su tre possiede il condizionatore d’aria. Prosegue nel 2011 il processo di diffusione di alcuni beni durevoli, dal telefono cellulare (presente nell’89,6% delle famiglie), al personal computer (56,8%), alla lavastoviglie (45,3%), ai condizionatori d’aria (33,4%).

Trasporti e telecomunicazioni

Cresce il traffico merci su ferrovia, ma quello su strada è di gran lunga prevalente. Nel 2010 circa 839 milioni di passeggeri hanno utilizzato il trasporto ferroviario, per un totale di oltre 47 miliardi di passeggeri-chilometro. Rispetto all’anno precedente i passeggeri risultano in aumento del 4,9% mentre i passeggeri-chilometro scendono del 2%. Sono oltre 84 milioni le tonnellate di merci trasportate via ferrovia, il 10,6% in più di un anno prima. Ammontano, invece, a 1 miliardo e 527 milioni le tonnellate di merci trasportate su strada. Nel 2011, la quota prevalente del trasporto continua a indirizzarsi verso il traffico su strada: sono oltre 42 milioni gli autoveicoli circolanti e fra questi si contano più di 37 milioni di autovetture.

L’automobile resta la passione degli italiani. Tra i mezzi di trasporto privato il più utilizzato è ancora l’automobile. Nel 2012 sette occupati su 10 (69,3%) la usano come conducenti negli spostamenti per recarsi al lavoro e poco più di un terzo degli studenti (34,7%) come passeggeri per andare a scuola. Nel 2012 poco meno di un quarto della popolazione di 14 anni e oltre usa i mezzi pubblici urbani, il 16,3% quelli extra-urbani mentre il 28,5% ha preso almeno una volta il treno. Rispetto alla qualità del servizio erogato, in particolare per quel che riguarda la frequenza delle corse, la puntualità e il posto a sedere, gli utenti dei pullman extra-urbani sono più soddisfatti di coloro che utilizzano autobus e treno. Rimangono sostanzialmente stabili rispetto al 2011 le quote di utenti soddisfatti per la puntualità dei treni (50,1%) e la possibilità d trovare posto a sedere (64,6%).

Credito e assicurazione

In forte crescita i depositi bancari, quasi due terzi in mano a famiglie e istituzioni private. Nel 2011 sono attivi 33.607 sportelli bancari, 5,5 ogni 10.000 abitanti. La distribuzione sul territorio non è però omogenea, raggiunge il valore più alto in Trentino-Alto Adige (9,3) e quello più basso in Calabria (2,6). Alla fine del 2011 l’ammontare dei depositi bancari ha superato i 1.142 miliardi di euro, in aumento del 24,7% nel confronto con l’anno precedente. Quasi due terzi appartengono a famiglie e istituzioni sociali private, il 14,9% a società non finanziarie, il 3,7% ad amministrazioni pubbliche e il 9,0% a società finanziarie. Gli impieghi realizzati dalle banche sono pari a 1.900 miliardi di euro (+14,8% rispetto al 2010). Il 46% degli impieghi riguarda finanziamenti a società non finanziarie, il 13,3% finanziamenti ad amministrazioni pubbliche, il 31,8% a famiglie e istituzioni sociali private e l’8,9% a società finanziarie.  Per il comparto assicurativo, la raccolta complessiva dei premi nel 2010 è di 125 miliardi 720 milioni di euro, dei quali 90 miliardi 114 milioni relativi al ramo vita e 35 miliardi 606 milioni al ramo danni. In quest’ultimo settore la raccolta diminuisce del 2,9%, mentre aumenta dell’11,1% nel ramo vita. Sul totale dei premi raccolti, il peso dell’attività del settore vita è decisamente più alta di quella del settore danni (71,7% contro il 28,3%). Le uscite per sinistri ammontano a quasi 91 miliardi di euro. Di questi, oltre 65 miliardi hanno interessato l’assicurazione vita e capitalizzazione e 25,6 miliardi l’assicurazione contro i danni.

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Siamo tutti ambientalisti col verde degli altri

Dalle promesse ambientali di Renzi, ai fatti. L’esempio di come le promesse in campagna elettorale non vengono mantenute. L’analisi di Maurizio Da Re, ambientalista fiorentino. Un bilancio ambientale critico sulle scelte fatte e quelle – almeno finora? – non fatte del sindaco di Firenze. Se Renzi diventasse premier, realizzerebbe davvero il suo programma? Come sindaco di Firenze Renzi ha mantenuto fede al suo programma elettorale del 2009 ?

Matteo Renzi ha detto di recente: “Io le cose di sinistra non le dico, le ho fatte. Sono il primo sindaco di una grande città che ha avuto la forza di fare il piano strutturale a volume zero, cioè senza consumo di suolo; mi sono messo contro gli interessi e ho difeso l’ambiente…”. Ma cosa ha effettivamente fatto Renzi a difesa dell’ambiente e del territorio nei 3 anni come sindaco di Firenze e cosa propone nel suo programma elettorale? Nella campagna elettorale a sindaco, nel 2009, Renzi aveva lanciato “100 cose per i primi 100 giorni” di inizio mandato, “100 cose, piccole e grandi, da fare subito e da verificare pubblicamente con i cittadini” (vedi http://www.avisoaperto.it/wp-content/uploads/2009/10/100puntiperfirenze.pdf). “Se sarò eletto Sindaco -scrisse Renzi- mi impegno nei primi cento giorni a fare cento cose concrete”. Poco dopo la sua elezione Renzi spostò l’attenzione sui “100 luoghi” della città. Molti dei 100 punti sono ancora irrisolti, così come molti dei 100 luoghi. altri grandi cavalli di battaglia sono stati annunciati ma poi falliti. Vediamo alcuni esempi.


Grandi o piccole opere?

Nel programma delle primarie di Renzi (http://www.matteorenzi.it/images/pdf/Programma.pdf) c’è un punto dal titolo “Smentire Longanesi: dalle grandi opere ai grandi risultati” (punto 5.c pag.12) dove sostiene che “Leo Longanesi diceva che l’Italia è un Paese di inaugurazioni, non di manutenzioni. Noi proponiamo di smentirlo puntando sulle innumerevoli piccole e medie opere delle quali il Paese ha davvero bisogno”. E propone di “invertire la rotta”, dando “la priorità alle manutenzioni e alle piccole e medie opere, come, a titolo di esempio: la costruzione di asili nido, interventi per decongestionare il traffico e per il trasporto pubblico locale, per il recupero ambientale, la messa in sicurezza di edifici in aree critiche o l’efficienza energetica”. Ma soprattutto Renzi vuole “scegliere le grandi opere che servono davvero, rivedere il piano delle infrastrutture chiedendo che una commissione internazionale di esperti fornisca un parere indipendente su costi, rischi vantaggi e benefici di proposte alternative”. Se Renzi diventasse premier, realizzerebbe davvero questo suo programma? Come sindaco di Firenze Renzi ha mantenuto fede al suo programma elettorale del 2009 ?

In fatto di infrastrutture Renzi sindaco ha ideato e inserito nel “piano strutturale” del Comune un paio di grandi opere avveniristiche, dai costi e risorse imprevedibili: ilsottoattraversamento del centro storico della seconda linea del tram (si, un tram in sotterranea!) e il “tubone” stradale, cioè un viale-tunnel da Novoli a Coverciano, dai quartieri di nord-ovest a nord-est di Firenze, per spostare il traffico dai viali di superficie in sotterranea. Nelle “100 cose” programmatiche c’era anche (punto 42) “l’anello Barberino-Incisa”, per “liberare il tratto Firenze Nord-Firenze Sud dal traffico e dallo smog”: una bretella autostradale passante per il Mugello, declassando così il tratto fiorentino come tangenziale. Un sogno di Renzi già da quando era presidente della Provincia di Firenze.

Renzi è anche uno strenuo sostenitore dello sviluppo dell’aeroporto di Firenze, il “Vespucci”, e del progetto di nuova pista che potrebbe portare al raddoppio del numero dei passeggeri e a un aumento dell’inquinamento acustico, spostato in zone diverse da quelle attuali, dai quartieri fiorentini di Quaracchi, Brozzi e Peretola ad ampie zone dei Comuni limitrofi di Campi, Sesto e Prato. E la seconda pista non è un sogno, visto che su questo progetto convergono molti interessi delle categorie economiche e finanziarie fiorentine, ma ancora ben lontano dalla sua realizzazione.

Altre opere importanti come le due nuove linee di tramvia, già previste dalla precedente amministrazione, non sono state purtroppo modificate nei progetti originari, per migliorare la loro compatibilità ambientale, e, nonostante una prima inaugurazione dei cantieri, stentano ancora a partire dopo 3 anni di mandato. Le piccole opere di Renzi, utili per decongestionare il traffico (e ce ne sarebbe bisogno, visto che un recente studio indica Firenze fra le prime dieci città più congestionate d’Europa), sonoveramente poche: qualche pista ciclabile, in parte prevista dalla precedente amministrazione, e qualche corsia riservata agli autobus, conseguente a modifiche del traffico. Altri dei 100 punti sono ancora incompiuti come il 27, “Signori, si cambia” con il radicale cambiamento delle linee ATAF, e come il 33 sul bike sharing. Intanto Ataf , l’azienda di trasporto pubblico, 1.200 dipendenti, è stata venduta, per fare cassa, a Ferrovie, nonostante la contrarietà dei sindacati, senza garanzie per l’occupazione (si parla di 270 esuberi a rischio licenziamento). Laprivatizzazione di Ataf ha avuto la conseguenza politica dell’uscita dalla maggioranza di Sinistra Ecologia e Libertà, che dal 19 gennaio è all’opposizione di Renzi, insieme alla lista di cittadinanza ‘perUnaltracittà’, già all’opposizione di sinistra dalle elezioni comunali del giugno 2009.

In 3 anni Renzi si è distinto per due interventi: la pedonalizzazione di piazza Duomo e di piazza Pitti, con grande impatto mediatico nazionale perchè luoghi ad alta densità turistica, e la ripavimentazione e asfaltatura di molte strade, con forte impatto mediatico locale. La pedonalizzazione del Duomo ha comportato altre pedonalizzazioni di strade limitrofe, fra le quali Via Tornabuoni, una delle strade “salotto” del centro storico e sede di alberghi, negozi e note griffes della moda e della calzatura, per la quale è in corso la ripavimentazione per oltre 1,milione e 800 mila euro. Il rifacimento di molte strade di Firenze, specialmente del centro, insieme alla realizzazione di opere di viabilità e di parcheggi, sta comportando “investimenti”, in particolare mutui, per una cinquantina di milioni solo nel 2012.

Una novità recente sono i due parcheggi sotterranei in project financing, che l’amministrazione vuole far realizzare nel centro storico alla società partecipata Firenze Parcheggi, in piazza del Carmine e in piazza Brunelleschi: sono parcheggi attrattori del traffico, che metterebbero a serio rischio l’attuale zona a traffico limitato, da sempre indicata da Legambiente, nel suo rapporto annuale Ecosistema Urbano, come da primato nazionale.

Caso ancor più particolare è la posizione di Renzi sull’Alta Velocità ferroviaria e il sottoattraversamento previsto a Firenze (due tunnel di 7 chilometri e nuova stazione sotterranea). Per diversi mesi, dall’inizio del suo mandato a sindaco, si è eretto come paladino per le garanzie ambientali rispetto al progetto previsto, con un tira e molla con il presidente della Regione, Rossi, e lo stesso ad di Ferrovie, Moretti, minacciando lo stop alla partenza dei cantieri. Poi nell’agosto 2011 l’accordo finale, con il quale Renzi riesce a strappare a Ferrovie ben 89 milioni di euro di compensazioni, da utilizzare per la viabilità cittadina (in particolare ripavimentazioni di strade), abbandonando le garanzie ambientali e alcune nuove fermate-stazioni ferroviarie urbane, le cui realizzazioni erano previste da accordi precedenti. Anche il cd “Binario metropolitano“, il servizio ferroviario di area, “un piano di sfruttamento immediato delle stazioni”, previsto nei”100 punti” (punto 46), viene abbandonato definitivamente.

Cemento (quasi) zero

“Saremo un Comune a cemento zero“, aveva detto Renzi alla vigilia dell’approvazione del nuovo piano regolatore di Firenze nel giugno del 2011, aggiungendo: “Questo è un Piano strutturale che più di sinistra non si può”. E’ quanto Renzi afferma anche oggi durante la campagna elettorale per le primarie, dimenticando però le critiche ricevute dal suo piano non solo dalle opposizioni di sinistra in Consiglio Comunale, ma con un parere ufficiale dalla Regione Toscana e dal suo assessore all’urbanistica, Marson (Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2011): “Il Piano non ha rivisto i dimensionamenti previsti dal vecchio piano regolatore, dove si ipotizzava una crescita degli abitanti che non c’è stata. Così, compresi cambi di destinazione d’uso che si contano come nuovi volumi, il Piano prevede tra cinquecentomila e un milione di metri cubi”. Ma a scavare ancora si nota che il Piano “a volumi zero”, sbandierato da Renzi, prevede quasi due milioni di nuovi metri cubi di cemento, concedendo tutto il concedibile di edificazione, per esempio, nelle aree di Castello (area Fondiaria) e di Novoli (area ex Fiat), mentre il Sindaco aveva detto che avrebbe apportato riduzioni. Altro elemento rilevante è la vendita al privato di importanti aree pubbliche del Comune, delle Asl, universitarie, della Regione, di Ataf, delle poste, con possibilità di edificare edilizia privata in sostituzione di quella pubblica,

Inceneritore e il campo da golf alle Cascine

C’è un passaggio, nel programma di Matteo Renzi (punto 9.c.4 pag.22), che dice: “Liberalizzazione dell’attività di recupero energetico da rifiuti senza vincoli territoriali”, che si potrebbe tradurre così: “Liberalizzare gli inceneritori e farli prolificare sul territorio nazionale”. Renzi è da sempre favorevole agli inceneritori e lo ha più volte ripetuto: «Io credo che il termovalorizzatore sia in questo momento lo strumento scientifico accolto in tutta Europa per distruggere i rifiuti che avanzano dalla produzione, dal riciclo, riuso e dalla raccolta differenziata …se fossi convinto che il termovalorizzatore fa male come dice qualcuno, non lo farei e…non ci vedo niente di male nel costruire un termovalorizzatore, anzi». (Repubblica Napoli 21/4/2012). Anche quando era presidente della Provincia di Firenze, Renzi si schierò apertamente per l’incenerimento, nonostante l’esito di un referendum consultivo nel Comune di Campi Bisenzio, che dovrebbe ospitare l’impianto dell’area fiorentina. Il referendum, realizzato nel dicembre 2007, vide la stragrande maggioranza di contrari all’inceneritore, l’88% dei votanti, e la partecipazione del 31% degli elettori, ma Renzi dichiarò: “referendum inutile..andremo avanti sulla realizzazione dell´inceneritore” (Repubblica Firenze 3/12/2007). E Firenze non brilla per la raccolta differenziata, visto che è ultima fra i 95 Comuni toscani che hanno superato l’obiettivo del 45% nel 2011, proprio col 45% di differenziata,come ha certificato recentemente la stessa Regione Toscana (vedi Toscana Notizie del 2/10/2012). E sarà anche per questo che Renzi insiste nel voler costruire l’inceneritore nella Piana, nel territorio dei comuni limitrofi, visto che un’inceneritore funziona, se la raccolta differenziata non dà risultati significativi. A Firenze Renzi sta invece puntando sulla raccolta dei rifiuti con i cassonetti interrati e ogni postazione costa da un minimo di € 43.000 ad un massimo di € 84.000 in funzione del numero di campane installate (ve ne sono da 4 fino a 8 per postazione). Dunque una scelta molto costosa e in contrasto con la differenziata spinta, ma perfettamente in linea con la politica del “decoro” urbano, molto sviluppata nelle strade “salotto” del centro storico.

Sul verde pubblico l’obiettivo più rilevante di Renzi è il rilancio del parco delle Cascine, ma della rivoluzione promessa (“Se non riusciremo ad animare il parco più bello del mondo, non mi ricandido”, ha detto a più riprese il sindaco) finora s’ è visto poco e nulla e il ‘cambiamento’ è annunciato per l’anno prossimo, forse nell’estate 2013. Infatti è stato presentato solo nell’agosto scorso il Masterplan con 35 proposte, che prevedono un investimento complessivo di circa 25 milioni di euro, con interventi di riutilizzo delle strutture interne, soprattutto a livello commerciale. La perla di questo masterplan è la realizzazione di un campo da golf a 18 buche, che, in contraddizione con i frequenti periodi di siccità, necessiterebbe di una notevole mole d’acqua irrigua per mantenere un’adeguata crescita della vegetazione nelle aree di gioco.

Il nodo dello smog

“Piano antismog è il programma di mandato..sono deciso ad investire tutto il mio mandato su questo tema..dobbiamo puntare su bussini, treni e piste ciclabili: così tra 4 anni meno pm10”. Così diceva il sindaco Renzi, eletto da pochi mesi, sulla politica antismog (Repubblica Firenze 26/11/2009). Renzi non crede nei blocchi del traffico (“non credo ai provvedimenti spot”) e neanche nella domenica ecologica e a piedi (“è bellissima, la farei di continuo, piace a tutti ma non risolve il problema del Pm10, serve solo a lavarsi la coscienza”) e non a caso in 3 anni ne ha fatte solo 2, senza blocchi del traffico e con alcune iniziative sportive, culturali e commerciali nel centro storico. Questo è il vangelo di Renzi sullo smog: “La vera rivoluzione non sta in un piano ma nei fatti concreti: mettere in moto le tramvie, fare la gara per rinnovare completamente il parco Ataf, acquistare molti più bussini elettrici da far girare in centro, rifare le piste ciclabili di sana pianta perché sono piene di buche e spesso hanno tragitti incomprensibili, scommettere sulla mobilità elettrica, creare una ferrovia metropolitana di superficie che la gente si abituerà a prendere come un autobus e dove viaggerà con lo stesso biglietto. Il car sharing e tutti i mezzi del Comune saranno a emissioni zero. Ma ci vuole tempo”. E infatti in 3 anni le tramvie non sono partite. Molti autobus sono stati riverniciati a nuovo. Sono stati acquistati nuovi bussini e rottamanti quelli più vecchi. Sono state realizzate alcune nuove piste ciclabili, anche ereditate dalla precedente amministrazione. Sono state acquisite alcune auto elettriche dal Comune come donazione da aziende automobilistiche. La ferrovia metropolitana è stata cancellata come progetto con l’accordo TAV e gli 89 milioni di compensazioni. Il car sharing del Comune sarà segnalato alla trasmissione “Chi l’ha visto”. Se lo smog era davvero il programma di mandato, allora è stato un vero e proprio fallimento per Renzi. Ma c’è una buona notizia per il sindaco: il Pm10 è calato a Firenze e spesso non supera i limiti previsti dalla legge. Una legge regionale sull’inquinamento atmosferico prevede che le centraline di riferimento per il monitoraggio degli inquinanti siano quelle definite come “di fondo” e non più quella “da traffico”. Così le centraline di Firenze, collocate nei giardini monumentali di Boboli, dietro a piazza Pitti, e in un giardino periferico dietro a un palazzo comunale, hanno ridotto a un terzo i superamenti annuali del Pm10: nel 2011 le centraline “di fondo” hanno superato di 18 e 17 giorni, mentre quelle da traffico di 59 e 55 giorni, rispetto ai 35 previsti come limite annuale. Così l’aria di Firenze è diventata finalmente “pulita” e per Renzi lo smog non è più un problema.

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