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Drone Mania

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C’erano una volta i rivenditori al dettaglio, chiamati “negozi”, dove la gente comprava generi alimentari. Si pagava con pezzi di metallo e carta, il cosiddetto “contante”, e poi si portava a casa la merce per mezzo di una forma di locomozione nota come “camminare”. Spesso questa era anche l’occasione per indugiare in un’attività definita “conversazione”, uno scambio di messaggi verbali diretti, in tempo reale, talvolta fra più partecipanti.

Ma ben presto tutto questo potrebbe essere démodé, grazie all’ultimo ritrovato della tecnologia: i droni. Nulla a che vedere con i droni utilizzati in campo militare. Questi assomigliano piuttosto agli elicotteri telecomandati che i bambini fanno volare nel parco vicino casa. Ma sono ben più di un semplice giocattolo. Un paio di colossi di Internet stanno pensando, e anche molto seriamente, di utilizzarli per le consegne a domicilio di praticamente qualsiasi prodotto, dai libri ai burrito. Sul serio, potrebbero davvero stravolgere le nostre vite.

Non si era detto “Stavo scherzando”?

La rivoluzione è già iniziata… beh, più o meno. La consegna aerea della specialità messicana tramite un “Burrito Bomber” è attualmente oggetto di studio presso l’azienda Darwin Aerospace. Domino’s Pizza ha lanciato in via sperimentale il suo “DomiDrone” per recapitare dal cielo le pizze in città. Lo stesso esperimento è stato proposto anche a Mumbai dalla pizzeria Francesco’s. Sperimentazioni volutamente scherzose, ovviamente, per far parlare di sé. Ma c’è anche qualcuno che fa sul serio, anzi, per la verità sono in due a fare sul serio: Amazon e Google. Le due società stanno sborsando milioni, se non addirittura miliardi, di dollari per lo sviluppo dei droni. E in qualunque direzione vada lo sviluppo in queste due aziende…beh, la storia la conosciamo tutti. I soldi di Amazon confluiscono in un’affiliata, chiamata PrimeAir, il cui obiettivo consiste nel “consegnare i pacchi nelle mani dei clienti in meno di 30 minuti utilizzando veicoli aerei senza pilota.” Due delle più grandi società che impiegano corrieri, UPS e Federal Express, non sono rimaste a guardare. Entrambe hanno fatto sapere che, a loro volta, conducono ricerche sull’uso dei droni. Il loro obiettivo, pur essendo importante, non ha nulla di spettacolare (a eccezione del volo): automatizzare e rimpiazzare i fattorini in carne e ossa con dei robot.

Un gigantesco balzo in avanti per Google

Le ambizioni di Project Wing sono molto più elevate. “Nel corso della storia abbiamo assistito a una serie di innovazioni, ciascuna delle quali ha contribuito enormemente a ridurre la resistenza alla circolazione delle merci” spiega Astro Teller, il “Capitano dei moonshot” che dirige le operazioni dei droni di Google. “Project Wing aspira a eliminare un’altra grande fetta di questa resistenza nella circolazione delle merci.” In altre parole, consegnare di tutto praticamente ovunque il più facilmente possibile. Qui le ambizioni di Google spaziano dal sublime al ridicolo: dalla consegna aerea di defibrillatori a persone colpite da infarto all’invio dal cielo di cibo per cani in un ranch nell’entroterra australiano. In sostanza, secondo Uwe Neumann, Senior Equity Analyst al Credit Suisse, “Google vuole trasformare il modo di ricezione dei prodotti.”

Come si scrive T-E-C-N-O-L-O-G-I-A D-I-R-O-M-P-E-N-T-E?

Se tutto questo vi sembra piuttosto vago, avete ragione. La consegna tramite droni si scontra con due principali ostacoli: ottenere le approvazioni normative ai voli ed evitare collisioni. Grazie a queste e a un mucchio di altre sfide minori, Neumann ritiene che passerà ancora qualche anno prima dell’inizio delle operazioni commerciali. Ma l’elemento più importante, sottolinea, è il tentativo di Amazon e Google di chiudere il cerchio dei loro modelli di business. Entrambi puntano a un grande impianto che inizi con l’incanalamento dei clienti tramite i rispettivi siti web e termini con la consegna diretta del prodotto, gestendo qualsiasi passaggio intermedio. Il recapito è un pezzo chiave del puzzle che ambiscono a costruire.

California Dreaming

Nella Silicon Valley, questo pensare in grande si adatta perfettamente al panorama o, per meglio dire, al suo cielo. I droni iniziano a essere percepiti come un'”applicazione killer”. Il loro attuale potenziale, spiega Chris Anderson, CEO di 3D Robotics e fondatore di DIY Drones, è analogo a quello dei personal computer negli anni Settanta. E prosegue paragonando lo smanettare odierno a quello del leggendario “Homebrew Computer Club” (fra i cui membri si annoveravano anche i fondatori di Apple Steve Wozniak e Steve Jobs), che ha contribuito a spargere i semi della rivoluzione del PC. Anderson e altri colleghi prospettano un futuro radioso per i droni nel settore agricolo (controllo e irrigazione delle colture), ma si affrettano ad aggiungere che nemmeno loro conoscono tutti i possibili usi di questi apparecchi. E non c’è bisogno di saperlo, ribatte Zackary Schildhorn, la cui azienda Lux Capital ha finanziato diverse imprese nel settore. “Assisteremo alla nascita di app che non avremmo mai immaginato, proprio com’è avvenuto con i PC e gli smartphone.”

Scienza missilistica in tasca

Gli ultimi dispositivi sono la dimostrazione più eclatante dello sviluppo dei droni. “Oggi un normale cittadino ha in tasca,” afferma Schildhorn, “una tecnologia che appena dieci anni fa il Presidente degli Stati Uniti poteva soltanto sognarsi.” Fotocamere, processori, giroscopi e tutti gli altri componenti di cui un drone ha bisogno sono disponibili, senza limiti, per pochi centesimi,” aggiunge Anderson. “Siamo in grado di offrire quella che una volta era tecnologia di livello militare tramite pezzi acquistati al RadioShack locale.” E si aspetta una caduta dei prezzi dei droni offerti dalla sua società, 3D Robotics, da circa USD 1’000 l’uno a USD 100 nei prossimi anni. L’elemento centrale di questa implosione dei prezzi non è il costo della “piattaforma”, vale a dire ali, rotori e attrezzatura di volo, quanto quello dei comandi e sensori, spiega Matthew Pobloske, presidente di Sensintel, un’azienda produttrice di droni precedentemente di proprietà del colosso del settore aerospaziale e della difesa BAE Systems. Il futuro dei droni, sostiene, non riguarda soltanto la consegna, ma consiste nel “diffondere sensori nell’aria”.

La prospettiva di un nuovo mondo

In molte aziende questo approccio alla ricerca sarebbe inaccettabile. La posizione del settore chimico, per esempio, è ben espressa da uno dei suoi innovatori, Clariant. In un recente incontro stampa, il suo Chief Technology Officer Martin Vollmer ha fatto notare come il settore abbia ribaltato la tradizionale metodologia consistente nell’inventare prima qualcosa e trovarne poi un impiego. Il settore R&S è oggi guidato da un processo gestito con accuratezza volto a esplorare i modi in cui la ricerca, colmando una lacuna o migliorando prodotti o tecnologie esistenti, possa realizzare profitti. Con finanziamenti all’apparenza tanto generosi e interessi potenzialmente tanto forti, Amazon e Google si sentono meno vincolati. Hanno già cambiato le nostre vite e ora pensano di poterlo rifare, in qualche modo, con i droni.

(Fonte credit-suisse)


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Jeff Bezos, boss di Amazon, è il peggior capo al mondo

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Jeff Bezos, numero uno di Amazon, è il peggior capo del mondo. A stabilirlo il voto di oltre 20 mila sindacalisti radunatisi per il congresso mondiale dei sindacati (Ituc-Csi) di Berlino. “Jeff Bezos rappresenta il peggior esempio dei datori di lavoro che stanno promuovendo il modello di business americano. Il nostro messaggio alle multinazionali è che la devono smettere di maltrattare i propri dipendenti”, ha detto Sharan Burrow segretario generale ITUC. Amazon in Germania, tratta i suoi lavoratori come se fossero dei robot, tra l’altro la società non nasconde che tra qualche anno proprio i droni sostituiranno i lavoratori.

Amazon è accusata di evasione fiscale (milioni di tasse evase in Europa passando per Lussemburgo) e di condizioni di lavoro disumane. Ritmi di lavoro massacranti (120/130 articoli prelevati ogni ora), pause pranzo “nette” di soli sei minuti, perquisizioni personali ad ogni ingresso e uscita dal lavoro, musica hard-rock per far aumentare la produttività, preavvisi scritti di licenziamento se nemmeno la musica hard-rock ha fatto aumentare quella produttività, freddo tenuto costante nei capannoni per tenere ‘reattivi’ i dipendenti, oltre venti chilometri percorsi in ogni turno. Questo è lavorare in Amazon.

Tra gli altri candidati per il sondaggio c’erano i nomi di C. Douglas McMillon, amministratore delegato di Wal-Mart, Jamie Dimon di JP Morgan Chase, Loyd Blankfein di Goldman Sachs e Charles Koch delle Koch Industries.

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Io infiltrato dentro Amazon

Amazon

Si infervora il giovane giornalista francese di Le Monde Diplomatique raccontando i suoi tre mesi sotto mentite spoglie. Assunto durante il periodo natalizio come picker in un deposito logistico del colosso americano fondato da Jeff Bezos leader nella vendita on line di libri, articoli di elettronica e quant’altro.

«Volevo fare un’inchiesta sulle condizioni di lavoro dentro Amazon. Ebbene, sono dure e stressanti come racconto nel mio libro. Ma sono perfettamente consapevole di come possano essere simili a quelle di tanti lavoratori in fabbriche tecnologicamente avanzate o in altri settori della logistica. Con mia stessa sorpresa, però, dalla mia esperienza è emerso altro. Ritengo di aver vissuto e lavorato per tre mesi in un avamposto dell’organizzazione sociale del XXI secolo».

Scorrendo le pagine di ““En Amazonie”. Un infiltrato nel “migliore dei mondi”(Kogoi Edizioni), il libro-reportage di Malet che sarà presentato per la prima volta in Italia questo pomeriggio alla Fiera nazionale della piccola e media editoria di Roma, la megamacchina emerge lentamente nella sua inesorabilità.

Perché i ritmi di lavoro massacranti (120/130 articoli prelevati ogni ora), le pause pranzo “nette” di sei minuti, le perquisizioni personali ad ogni ingresso e uscita dal lavoro, la musica hard-rock per far aumentare la produttività, i preavvisi scritti di licenziamento se nemmeno la musica hard-rock ha fatto aumentare quella produttività, il freddo tenuto costante nei capannoni per tenere ‘reattivi’ i dipendenti, gli oltre venti chilometri percorsi in ogni turno, tutto questo e tutto il resto di quello che Malet ha provato sulla sua pelle, come migliaia di lavoratori in tutto il mondo, e ha poi raccontato nel suo libro, non basta a sciogliere il nodo nel quale siamo stretti, non basta a far scorgere la megamacchina.

Il nodo si riassume brutalmente così: il lavoro da una parte, la crisi dall’altra; mille e duecento euro nette al mese da una parte, nulla dall’altra; i circa mille assunti (in ogni impianto) con contratto a tempo indeterminato da una parte, nulla dall’altra.

«In Germania ho conosciuto una donna di 53 anni, rimasta vedova e con i figli a cui badare. La pensione del marito non le bastava e quando ha avuto l’opportunità di lavorare da Amazon non se l’è lasciata scappare. Ma era durissima per lei resistere a quei ritmi, mettersi in competizione con ventenni scattanti che correvano da uno scaffale all’altro. Io – spiega Malet – non voglio che la gente rifiuti il lavoro di Amazon. Quello che spero è che si lotti con i sindacati e con le istituzioni per rendere quel lavoro più sostenibile e giusto».

Nel libro si racconta di «Fabien, assunto con contratto a tempo indeterminato. “Quando lavoravo nei cantieri, non potevo fare progetti, non potevo accontentare i miei figli, erano sempre lavori interinali, piccoli incarichi. Con questo lavoro a tempo indeterminato, ho potuto fare il mutuo per un appartamento” aggiunge modestamente. “Non critico la CGT (il sindacato ndr). Ora abbiamo un comitato aziendale e dei vantaggi che prima non avevamo. Ma, allo stesso tempo, non dimentico che mi pagano lo stipendio alla fine del mese».

Secondo Malet la megamacchina tratteggiata dall’economista e filosofo Serge Latouche molti anni fa come l’intreccio tra ragione tecnoscientifica, ragione economica e mito del progresso si è materializzata nell’organizzazione sociale connaturata in Amazon. Il neopaternalismo che discende dal motto dell’azienda stampigliato su ogni magliettina “Work hard, have fun, make history (lavora sodo, divertiti e fai la storia)”, le serate aziendali al bowling, la cioccolata calda offerta dal clown all’uscita dal lavoro, l’entusiasmo forzato, le grida di gioia e gli applausi con cui viene accolto ogni nuovo assunto, i record di produttività da superare ogni giorno, la difficoltà che hanno tutti i dipendenti a mantenere una vita sociale al di fuori dello stabilimento, tutto converge verso una concezione ideologica del lavoro che riduce progressivamente ma inesorabilmente la dignità del lavoratore.

«È questa la grande novità – conclude Malet -. Non si tratta più di vendita di libri on line , del profitto di Amazon o dei milioni di tasse evase in Europa passando per Lussemburgo e per altri stratagemmi fiscali. Si tratta di un nuovo modello di società che si presenta come severa ma inevitabile, contraddittoria ma, in fondo, divertente».

Non sappiamo se il pessimismo di Malet sia stato scalfito dal sapere che il suo libro è molto venduto soprattutto su Amazon. Lui sorride amaro: «Mossa astuta la loro… A me basta sapere che diversi clienti del sito hanno letto il mio libro e subito dopo mi hanno scritto “il suo è stato l’ultimo libro che ho comprato su Amazon, ho deciso che da oggi tornerò a fare acquisti nella mia libreria di quartiere”».

(Fonte L’Unita)

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In tempo di crisi l’usato è bello ma soprattutto conveniente

Con la crisi gli Italiani ricorrono sempre di più al mercato dell’usato. Non più solo auto e moto. Ma anche libri, dischi, giocattoli, computer, cellulari e persino capi d’abbigliamento. E, secondo quanto rilevato dall’Osservatorio Mensile Findomestic sui beni durevoli, il 48%, cioè uno su due, vi ha fatto ricorso o, a breve, vi farà ricorso. E il 41% ha affermato che nei prossimi mesi ricorrerà ancora di più a questo canale d’acquisto. Questo significa che il mercato dell’usato è destinato a crescere. Con i giovanissimi che ne danno una valutazione particolarmente positiva. Anche questa è un’immagine della crisi che attraversa l’Italia. Un’Italia che a giugno fa segnare un grado di fiducia stabile ai minimi storici: 3,2 punti, contro il 3,13 del mese precedente. Stabile anche il grado di propensione al risparmio, anch’esso in linea con il mese precedente: il 13% degli Italiani aumenterà i soldi che intende mettere da parte (a maggio la quota era del 13,4%).

Fino a qualche anno fa i consumatori facevano ricorso al mercato dell’usato solo per le auto e le moto. Oggi, con la crisi che ormai insiste da 5 anni, il rapporto che gli Italiani hanno con il mercato dell’usato è cambiato profondamente. Un cambiamento che ha anche un profilo sociale, in termini di abitudini, prima ancora che squisitamente economico. Chi si rivolge al mercato dell’usato lo fa principalmente per motivi di convenienza e risparmio. Il fattore legato all’immagine, ovvero il piacere di disporre di un prodotto appena uscito dalla linea di produzione, viene giudicato secondario. Da segnalare, inoltre, che internet ha favorito la strutturazione di questo mercato, oggi perfettamente accessibile e molto efficiente per quel che riguarda le sue dinamiche. Non sorprende che siti web come E-bay, Subito.it e Amazon siano i mezzi più utilizzati per trovare offerte e promozioni vantaggiose. L’usato riscuote grande successo tra i giovani e i giovanissimi (fascia d’età 18 – 34 anni), più della metà dei quali (il 52%) vi farà ricorso più frequentemente in futuro. I più restii ad aumentare l’acquisto di beni usati sono, invece, i 45 – 64enni: il 13% di loro non ne vuole proprio sapere di comperare un bene giù appartenuto ad altri, solo il 38% si dice propenso, il 49% non sa. Questa dell’usato è un’altra foto dell’Italia alle prese con la crisi, che ormai morde da 5 anni.

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C’era una volta il libro

 

Dopo 244 anni, l’Enciclopedia Britannica non verrà più stampata. L’edizione 2010 ha venduto solo otto mila copie a confronto delle 120 mila nel 1990. Le vendite sono state compensate, in parte, già da qualche anno dalla gestione dei contenuti digitali. L’edizione cartacea rappresentava infatti circa l’1% delle entrate, la versione on line il 15% e la maggior parte proviene da materiale educativo venduto al mercato delle scuole. I contenuti sono stati traslati nel digitale, con il vantaggio di essere meglio aggiornati e più orientati all’educazione. Il prezzo è passato da essere 1.400 dollari per i 32 volumi, a 70 dollari per l’accesso on line per un anno.
Questo è forse il segnale più visibile di un trend che sta attraversando tutta l’industria dell’editoria che negli Stati Uniti ha visto una flessione del 9,2% nella vendita di libri cartacei nel 2011. L’Italia è ancora in una fase di passaggio avendo perso solo l’1,7%, ma molti Paesi europei ci stanno precedendo in questo trend come la Gran Bretagna e l’Austria (entrambe allo -7,20%) e la Spagna (-3,90%) .
 A erodere il mercato è la digitalizzazione dei contenuti e la sempre maggior disponibilità di Tablet eReader che si distinguono dal fatto di avere un display retroilluminato o essere dotati di inchiostro elettronico che facilita la lettura. Tra i più diffusi l’‘iPad, un Tablet introdotto nel 2010, e il Kindle, un eReader distribuito da Amazon a partire dal 2007. Nel solo 2011 sono stati venduti oltre trenta milioni di eReader nel mondo più che raddoppiando il numero dell’anno precedente, a questi è necessario aggiungere i Tablet come iPad, Kindle Fire, Nook e Vox. Nella sola Italia tra Tablet e eReader si stima ci siano circa un milione di dispositivi. Ma questi non sono gli unici strumenti per leggere un e-book. Negli Stati Uniti il 42% dei lettori digitali ha letto e-book con PC , il 41% con eReader, il 29% con smartphone, ed il 23% con Tablet.
Con questa offerta di dispositivi non è un caso che i lettori di e-book in un dato giorno siano aumentati di quattro volte rispetto a due anni fa negli Stati Uniti. Il lettore di e-book è quello più assiduo ed in media legge 24 libri l’anno a confronto di una media di 15 per chi legge solo libri di carta, tuttavia l’88% dei lettori di e-book legge anche libri di carta.
frenarne la diffusione nei confronti di chi ha già provato un e-book sono solo due motivi:la lettura con i bambini in cui si preferisce la carta e la difficoltà di condivisione dei libri con gli altri. Riuscire a recuperare un libro velocemente e leggere libri quando in viaggio sono invece le ragioni principali per leggere gli e-book.
Alcuni editori sono riusciti ad anticipare meglio di altri questa trasformazione. Ad esempio, Penguin Group ha aumentato il proprio fatturato dagli e-book del 106% nel 2011, che pesa il 12% sulle entrate complessive. A fronte di un fatturato globale sostanzialmente inalterato (+1%), ha aumentato l’utile del 8%. Nelle dichiarazioni della società uno dei fattori che ha permesso questi risultati sono proprio le pubblicazioni digitali, oltre al record di bestseller in un anno e a processi interni più efficienti. La produzione digitale di Penguin è consistita di e-book, e-book app, enhaced book e una serie di instant book con poche pagine e con basso tempo di messa sul mercato, che hanno chiamato eSpecials. Per il 2012 sono stati pianificati il doppio di eSpecials (6 al mese).
Simon & Schuster ha avuto risultati simili a Penguin Group: un fatturato stabile (-1%) e un utile operativo in salita del 31%. La società ha collegato in modo esplicito questi numeri a “una forte crescita delle vendite digitali che sono più che raddoppiate dal 2010”. Pearson (società proprietaria di Penguin) ha visto aumentare i profitti digitali a 2 miliardi di sterline nel 2011 pari ad un terzo di tutti i ricavi e stima che questi supereranno i ricavi dalla vendita di libri stampati nel 2012.
Il digitale ha portato anche a sperimentare nuovi modi di creare i libri. Ad esempio Volpen è un servizio di scrittura collettiva on line che permette di collaborare, capitolo per capitolo, alla realizzazione di un unico volume per poi dividerne i diritti e gli eventuali ricavi. Coliloquy permette di creare l’Active Fiction, nuovo modello collaborativo fra scrittori e lettori, che decidono attivamente in che direzione far andare la trama del romanzo.
La modalità di lettura stanno cambiando e aumentano i progetti per la socialità legata al libro, come Readmill.comFlatleaf.com,24symbols.com, Subtext.com e l’italiano Bookliners.com. Queste comunità permettono di condividere le annotazioni personali sui libri. Anche gli stessi Tablet e ereader come Kobo e Vox hanno inserito al loro interno la condivisione di contenuti legati agli e-book anticipando nuovi modi di lettura collettiva dei libri.
La distribuzione dei contenuti digitali sta andando verso un modello stile Netflix per i film in cui si paga un fisso mensile per poter guardare tutti i film a catalogo. Anche nel settore librario sono nati siti che si basano sul modello di sottoscrizione mensile per accedere a contenuti gratuitamente, come 24symbols.com il cui costo mensile è di 9,99 dollari al mese per poter accedere a tutto il catalogo. Amazon ha provato il modello in cui per 79 dollari all’anno gli utenti hanno la possibilità di prendere in prestito un e-book al mese scegliendo tra una biblioteca di quasi 5mila titoli. Tuttavia questo servizio è dovuto essere ripensato dopo la forte opposizione ricevuta dagli editori. Le stesse biblioteche negli Stati Uniti sono diventate più accessibili e si possono scaricare i libri con il solo numero della propria tessera. Ovviamente le copie di un certo libro sono limitate ed è possibile tenere il libro per un massimo di 14 giorni.

(Fonte  Davide Casaleggio Harvard Business Reviews)

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