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Scandali alimentari, le truffe nel piatto

 

L’ultimo caso a far clamore, ritornato alla ribalta in questi giorni, è stato quello delle mozzarelle che una volta aperte diventavano blu, probabilmente a causa della contaminazione da parte di un batterio. È un’immagine che faticheremo cancellare dalla mente, o almeno così ci sembra a caldo. In realtà col tempo il rischio è proprio quello di dimenticare. Invece l’attenzione deve restare alta: in fondo proprio il caso delle mozzarelle blu è stato portato all’attenzione delle autorità europee dopo la segnalazione di una consumatrice italiana. Tutti possiamo e dobbiamo contribuire a tenere gli occhi aperti contro i rischi per la salute che possono nascondersi nel piatto.

Infatti l’elenco degli episodi preoccupanti verificatisi negli ultimi anni rischia di essere molto lungo. Antibiotici nelle uova, nel miele, nella pappa reale. Itx nei latti per l’infanzia e non solo, salmonella, listeria e altri microrganismi potenzialmente pericolosi nella carne di pollo, formaggi scaduti riciclati per preparazioni alimentari. Bisogna ringraziare Altroconsumo che da sempre si occupa di sicurezza alimentare ed esegue periodici test su moltissimi prodotti alimentari, evidenziando di volta in volta i rischi relativi a contaminanti e problemi di natura igienica. Ma anche mettendo in luce le carenze nei controlli e nella comunicazione del rischio. Facciamo una breve carrellata dei casi più significativi.

Antibiotici dappertuttoUn test svolto qualche anno fa da Altroconsumo su 32 marche di uova voleva verificarne freschezza, integrità, igiene e l’eventuale presenza di coloranti e residui di farmaci. Il risultato fu tristemente sorprendente: c’erano residui di antibiotici in 9 campioni del nostro test, cioè in oltre un quarto delle uova analizzate. Qualche tempo dopo, in un test su 19 marche di miele 6 prodotti risultarono positivi alla presenza di antibiotici vietati per legge. Un’altra analisi svolta sulla pappa reale aveva dato un riscontro altrettanto preoccupante. In alcune confezioni avevamo infatti trovato residui di un altro antibiotico non autorizzato. Si trattava del cloramfenicolo, pericoloso in quanto tossico anche se assunto in piccole dosi. Per la sua pericolosità in Europa è vietato impiegare questo farmaco su animali destinati alle produzioni alimentari. Dopo ogni “scoperta” come quelle de- scritte, Altroconsumo invia un esposto alla procura competente che poi dispone i controlli necessari e, se è il caso, anche i sequestri dei prodotti incriminati.

Itx, dalla confezione al latte. Un fotoiniziatore usato per fissare l’inchiostro da stampa sulle confezioni di cartone poliaccoppiato (come il Tetra Pak), un brutto giorno finisce in un latte per l’infanzia della Nestlé. È l’Itx (iso-propiltioxantone), che nel 2005 sale alla ribalta delle cronache come simbolo di quello che può andare molto storto nella produzione degli alimenti. Ma un test svolto da Altroconsumo dimostrò che il problema non riguardava solo i latti per l’infanzia, ma anche altri prodotti con lo stesso confezionamento, soprattutto tra i succhi di frutta. Emerse allora il colpevole silenzio delle autorità italiane e delle aziende coinvolte: se non fosse scattata la denuncia di Altroconsumo, il caso sarebbe rimasto circoscritto ai latti per l’infanzia e i consumatori sarebbero ri- masti all’oscuro del fatto che il rischio di contaminazione era assai più ampio.

Polli poco puliti. Si presentano sempre più spesso con descrizioni bucoliche che fanno pensare a graziose fattorie in cui gli animali sono allevati all’aria aperta. Insomma il pollo sembra la cosa più sana che si possa mangiare, soprattutto visti i frequenti e corretti richiami dei nutrizionisti a privilegiare il consumo di carne bianca rispetto a quella rossa. Una recente inchiesta svolta da Altroconsumo su 59 campioni di pollo acquistati a Milano e Roma, però, ha evidenziato una situazione assai meno idilliaca. La maggior parte dei tagli analizzati presentava un’elevata carica batterica, indice di una non corretta conservazione della carne. Molti campioni, poi, sono risultati contaminati da microrganismi potenzialmente pericolosi per la salute dei consumatori. La buona notizia è che cuocendo bene la carne questi microrganismi vengono eliminati. Resta però un giudizio negativo sull’incuria dimostrata lungo tutta la filiera, dall’allevamento al punto vendita, che certo non può passare sotto silenzio. Alla fine delle prove solo 7 prodotti su 59 raggiungevano la sufficienza, segno della necessità di controlli più rigorosi.

Ma chi controlla quello che arriva sulle nostre tavole?

Esistono diversi livelli di controllo per garantire la sicurezza alimentare nel nostro paese, anche se manca un osservatorio centralizzato. La prima forma di controllo è l’autocontrollo richiesto ai produttori stessi, che devono vigilare sull’intera catena produttiva, dalla materia prima alla distribuzione del prodotto finito. Se il produttore in uno dei controlli sulla filiera ravvisa un possibile rischio per la salute dei consumatori, deve ritirare il prodotto dal commercio e darne comunicazione alle autorità competenti. Infine in Italia vengono svolti moltissimi controlli pubblici per mezzo di ispezioni negli stabilimenti di produzione, ciascuno dei quali viene controllato in media 60 volte l’anno. Sono coinvolti in queste operazioni una decina di enti, con una netta prevalenza delle Asl. I casi di cronaca fanno però emergere tutti i punti deboli della catena dei controlli, primo fra tutti una sostanziale mancanza di coordinamento, con sovrapposizione di ruoli, copertura del territorio a macchia di leopardo e tutti i rischi che ne derivano.

Il paradosso dell’Italia consiste nel fatto che pur ospitando l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che ha sede a Parma, l’agenzia nazionale, che ha sede a Foggia, non è mai stata operativa, tanto meno nel coordinare i controlli, quindi di fatto è come se non ci fosse.

(Fonte Altroconsumo – Guida alla sicurezza alimentare)


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Il caro-pane e il ritorno al razionamento alimentare

 

“Nel settembre 1941 viene approvato un progetto di razionamento che comprende anche il pane, alimento popolare per eccellenza. Il razionamento individuale si basa sulla tessera annonaria. La carta mensile del pane è divisa in 30 o 31 bollini datati che non hanno validità retroattiva: non si può avere domani razione doppia se si digiuna oggi. La vita della popolazione viene scandita dalle code quotidiane per acquistare i generi razionati, di qualità sempre inferiore. A Roma, come nelle altre città laziali, si verificano saccheggi e assalti ai magazzini granari dell’ammasso e ai treni merci, ai negozi di generi alimentari, alle panetterie”.

Questo accadeva 70 anni fa per beni primari come il pane, e oggi? Arriveremo a questo?

Un inchiesta di Altroconsumo sul prezzo del pane, realizzata in dieci città italiane, rileva che l’alimento base di ogni pasto, il 90% degli italiani lo consuma tutti i giorni, sta diventando sempre più caro. Oggi in Italia si pagano in media da 2,70 euro a 4,70 euro al chilo a seconda del pane scelto.

Il prezzo del pane e’ un importante indicatore dell’equilibrio economico di un Paese. In Italia secondo la Federazione Italiana panificatori, si producono circa 3,2 milioni di tonnellate di pane ogni anno. Ogni famiglia ne acquistano circa 2,6 milioni di tonnellate l’anno, 160 grammi di consumo pro capite giornaliero. Un italiano in media spende 68 centesimi al giorno per questo alimento, ma secondo Altroconsumo questo dato sul prezzo non rispecchia la realtà, il costo dipende molto dal tipo di pane scelto economico o più costoso, ed e’ piuttosto variabile da regione a regione.

Si oscilla dai 4 euro al chilo di Milano ai 1 euro e 70 centesimi di Napoli. Se scegliamo di comprare il pane all’ipermercato o al super, possiamo spendere circa la meta. Troviamo differenze anche nel comprare in panetterie del centro città o in periferia con le prime decisamente più care.

Secondo i più recenti dati Istat, negli ultimi anni il prezzo della pagnotta si e’ stabilizzato, ovvero e’ cresciuto meno dell’inflazione, ma risente ancora del caro-michetta degli anni 2007/08 dovuti alla forte speculazione innescata dall’aumento del prezzo dei cereali. In quegli anni i rincari in panetteria raggiunsero punte del 13%.

Da ricordare che il costo della materia prima (nel caso specifico il grano) incide solo relativamente sul prezzo finale di un prodotto. La verità e’ che si tratta, come al solito, di meccanismi distorti di un mercato distorto! Puntualmente se il costo della materia prima sale i prezzi schizzano velocemente alle stelle, quando questa scende i prezzi miracolosamente invece di diminuire rimango stabili, vedi petrolio/benzina. Misteri dell’economia in tempo di crisi!

A sto punto ridateci “la carta mensile del pane”.

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