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Chi è Francesco Becchetti e la sua Agon(ia) Channel

Francesco Becchetti-Agon Channel

Francesco Becchetti, l’editore di Agon Channel Italia (canale 33 del digitale terrestre), ha 48 anni ed è nipote di Manlio Cerroni, il plurinquisito re delle discariche romane.

La sua attività principale è quella di amministratore delegato di Becchetti Energy Group (Beg). Il gruppo nato nel 1994 è attivo lungo tutta la filiera dell’energia. Il core business è la progettazione, realizzazione e gestione di impianti idroelettrici e di centri integrati per il trattamento e la valorizzazione dei rifiuti solidi urbani, sia in Italia che all’estero.

Il canale televisivo, made in Albania, fondato da Becchetti segna il ritorno in scena di alcune glorie della tv nostrana: Simona Ventura, Massimo Ghini, Sabrina Ferilli, Pupo, Maddalena Corvaglia, Fulvio Collovati, Luisella Costamagna, Lory Del Santo, Giancarlo Padovan e Antonio Caprarica (già in fuga). Un progetto televisivo ambizioso.

Ma la reputazione di Becchetti in Albania è controversa, molti lo dipingono come una sorta di “padrino”, non perché lo sia ma per l’atteggiamento che ha quando lo incontri. “Sigaro in bocca, gorilla armati sempre intorno, l’aria di chi comanda”, raccontano i giornalisti albanesi intervistati da Il Giornale, “è l’unico italiano ad aver richiesto il permesso per un’auto blindata”. E viaggia con il suo aereo, privato naturalmente, gongolandosi quando racconta di aver acquistato la squadra di calcio inglese Leyton Orient (che milita però nella terza serie).

Becchetti sbarca in Albania negli anni Novanta con grandi progetti. Il più importante è quello della costruzione di una centrale idroelettrica a Kalivac, nel sud del Paese. Ottenuta una concessione trentennale e forte degli incentivi garantiti dal governo di Tirana per attirare imprese straniere, nel 2000 la Beg convince Enelpower (società del gruppo Enel) a costruire e a gestire in società un impianto da 100 megawatt. L’investimento previsto è 160 milioni di dollari. Che naturalmente non è lui a sborsare. Ma dopo qualche mese l’alleanza tra il colosso dell’energia italiana e Beg si rompe e Becchetti cita in giudizio Enelpower. Il motivo? Non ha mantenuto gli impegni finanziari alle scadenze previste. I tribunali italiani però danno torto alla società di Becchetti e respingono la richiesta di risarcimento di 120 milioni. La Beg non ha più partner quando dovrebbero partire i lavori agli inizi del 2002, ma il governo albanese gli concede una proroga. Nel 2007 la società riesce a coinvolgere nel progetto di Kalivac la Deutsche Bank, ma anche l’accordo con i tedeschi salta. E La Beg cita in giudizio pure l’istituto di credito. Perché tutti scappano da Becchetti? Che cosa ha spinto due colossi come Enel e Deutsche Bank a fare i bagagli?

I suoi affari quindi, non sembrano andare a gonfie vele, stando almeno ai bilanci delle sue aziende. Nel 2013 il valore di produzione della Beg è sceso da 3,1 milioni a 825mila euro, con un utile di 464mila euro. Il tutto a fronte di debiti per 6,9 milioni. Le altre società non vantano certo numeri migliori. Neppure la tanto decantata tv Agon Channel, che nel 2013 ha registrato ricavi per circa 35mila euro e perdite per quasi 4 milioni, mettendo però sul piatto circa 8 milioni di investimenti.

Da dove arrivano quindi i soldi? La causa alla Deutsche Bank, per la centrale di Kalivac, dopo la rottura della partnership, porta a Becchetti un tesoretto di oltre 20 milioni. I giudici albanesi danno ragione alla Beg. Inoltre, il ras dei rifiuti, dopo il ko nei tribunali italiani, chiede giustizia a quelli di Tirana e porta sul banco degli imputati Enelpower. L’Albania è tristemente nota per la corruzione. Corruzione che colpisce anche gli ambienti giudiziari. Questo non significa che i processi nei tre gradi di giudizio contro Enel siano stati viziati, ma qualche perplessità sorge spontanea. Soprattutto nello scoprire che uno dei giudici di Cassazione, che hanno emesso la sentenza contro Enelpower, era il legale della società di Becchetti. Alla fine l’Enel è stata condannata a pagare 440 milioni.

Una vera Agon(ia) quella di Becchetti: dai rifiuti alla prima tv italiana delocalizzata passando per i tribunali albanesi.


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In Italia 3.764.236 extracomunitari nel 2013, +127mila in un anno

extracomunitari-in-Italia

Al 1° gennaio 2013 sono regolarmente presenti in Italia 3.764.236 cittadini non comunitari. Tra il 2012 e il 2013 si è verificato un incremento di oltre 126 mila unità. I paesi di cittadinanza più rappresentati sono Marocco (513.374), Albania (497.761), Cina (304.768), Ucraina (224.588) e Filippine (158.308). La comunità cinese è quella che ha fatto registrare il maggiore incremento, sia in termini assoluti (oltre 27 mila unità) che relativi (quasi il 10% in più). La presenza di cittadini del Bangladesh e dell’Egitto si è accresciuta con variazioni superiori al 5% (aumentando di oltre 6 mila unità). Un deciso rallentamento si riscontra, invece, nel caso dell’Ucraina (+0,4%) e una diminuzione per la Tunisia (-0,9%).

Le donne rappresentano il 49,3% della presenza, ma la componente femminile è tradizionalmente molto variabile a seconda delle collettività considerate: prevalente per Ucraina (79,8%) e Moldova (66,9%), in netta minoranza per Egitto, Bangladesh, Tunisia e India.

Continua a salire la quota di minori non comunitari presenti in Italia, che ora è pari al 24,1%, mentre nel 2012 era al 23,9%. Come per la distribuzione di genere, anche nel caso di quella per età si mettono in luce sostanziali differenze tra le varie cittadinanze. La quota di minori sul totale delle presenze varia infatti sensibilmente a seconda delle collettività considerate: si colloca oltre il 30% per le collettività del Nord-Africa, mentre rappresenta poco più del 9% per l’Ucraina.

È in costante crescita anche il numero dei soggiornanti di lungo periodo, di persone cioè con un permesso a tempo indeterminato. Nel 2012 erano 1.896.223, nel 2013 sono 2.045.662 rappresentando il 54,3% della presenza regolare. Tra le prime dieci cittadinanze, la quota di soggiornanti di lungo periodo è particolarmente rilevante per Albania, Tunisia, Marocco ed Egitto (dal 66% al 58,2%) e più contenuta per Cina e Moldova, entrambe al di sotto del 40%.

La distribuzione territoriale degli stranieri da sempre vede il Centro-Nord come area privilegiata di presenza: quasi il 37% dei cittadini non comunitari regolarmente presenti ha un permesso rilasciato/rinnovato nel Nord-ovest, il 28,2% nel Nord-est e il 23,1% al centro; meno del 12% ha un permesso rilasciato/rinnovato nel Mezzogiorno. La regione preferita dagli stranieri non comunitari è la Lombardia (26,5%), seguita da Emilia-Romagna (12,2%) e Veneto (11,6%). Le province nelle quali si concentra maggiormente la presenza straniera sono: Milano, Roma, Brescia, Torino, Bergamo e Firenze. Nelle province di Milano (11,6%) e Roma (8,4%) vive un quinto degli stranieri non comunitari, ma accanto alle grandi città si collocano anche centri di minore ampiezza demografica: nella provincia di Brescia, ad esempio, vivono più stranieri non comunitari di quanti ne vivano nell’intera Campania. La regione preferita dalle prime dieci collettività è la Lombardia. Anche in questo caso, tuttavia, emergono specificità per le varie collettività: per i moldavi, ad esempio, la regione in cui si registra il maggior numero di presenze è il Veneto, per i tunisini è l’Emilia-Romagna, mentre per i cittadini del Bangladesh è il Lazio.

L’incidenza dei soggiornanti non comunitari sul totale della popolazione residente è pari al 6,3% e tocca il suo massimo in Emilia-Romagna (10,5%) e Lombardia (10,2%). La situazione, però, risulta fortemente diversificata a livello territoriale: per 12 province, tutte nell’area del Centro- Nord, il rapporto si colloca oltre il 10%. Quelle per le quali si registra l’incidenza più elevata sono: Prato, Reggio nell’Emilia, Brescia, Modena e Mantova, per le quali il rapporto va dal 12% al 20%.

Le regioni che registrano le incidenze più elevate di soggiornanti di lungo periodo sono, nell’ordine: Trentino-Alto Adige, Veneto e Marche che si collocano tutte oltre il 60%. Non sono le grandi province a registrare le quote più elevate, ma province come Bolzano, Pistoia, Biella, Brescia e Sondrio, dove la quota di soggiornanti di lungo periodo supera il 67%. Nelle province di Firenze (48,1%), Roma (43%) e Napoli (35,7%) tale incidenza è molto contenuta rispetto alla media. Anche Milano con il 50,9% si colloca sotto la media nazionale (54,3%).

Sempre meno arrivi per lavoro. Tra il 2011 e il 2012 prosegue la diminuzione dei flussi di nuovi ingressi verso il nostro Paese. Durante il 2012 sono stati rilasciati quasi 264 mila nuovi permessi, il 27% in meno rispetto all’anno precedente in cui si registravano 361.690 nuovi ingressi. La diminuzione ha interessato più gli uomini (-33%) delle donne (-19,5%), per le quali invece tra il 2010 e il 2011 si era registrato un calo più rilevante. Il rapporto tra i sessi nei nuovi flussi risulta più equilibrato nell’ultimo anno: le donne passano a rappresentare, dal 44,1% del 2011, il 48,7% degli ingressi nel 2012. Sono ancora i nuovi permessi per lavoro a ridursi in maniera più evidente: il 43,1% in meno rispetto al 2011. Quelli per famiglia sono scesi invece del 17% e quelli per altri motivi del 21%. All’interno di quest’ultima categoria sono diminuiti soprattutto i permessi per motivi umanitari e asilo per i quali durante il 2011 si era registrato un picco “storico”; i permessi per studio sono invece rimasti sostanzialmente stabili.

Se osservati in un periodo più lungo di cinque anni i cambiamenti riguardanti i flussi migratori in ingresso sono ancora più evidenti. Nel 2007 gli arrivi per lavoro erano nettamente prevalenti e molto più consistenti in valore assoluto: 150.098 rispetto ai 70.892 di oggi. Dal 2007 al 2012 sono invece notevolmente cresciuti i permessi per famiglia (da 86.468 a 116.891), diventando la modalità prevalente di accesso al territorio Italia; anche i permessi per studio e per asilo e motivi umanitari sono cresciuti tra il 2007 e il 2012.

Nei cinque anni considerati non solo sono cambiati i motivi per i quali si entra in Italia, ma è anche cambiata la struttura per sesso ed età dei nuovi ingressi, con un peso sempre maggiore dei minorenni. Per gli uomini si evidenzia una minore rilevanza di giovani tra i 20 e i 30 anni. Per le donne si registra invece un peso maggiore – nel 2012 rispetto al 2007 – per la classe di età tra i 20 e i 25 anni e una minore importanza relativa delle donne oltre i 30 anni e soprattutto sopra i 40 e 50.

Durante il 2012 sono scaduti oltre 180 mila permessi che non sono stati rinnovati. Nella maggior parte dei casi (46,5%) si è trattato di permessi per lavoro, per il 27% di permessi per famiglia, nel 12% di permessi per studio. Sono stati quasi 84 mila i permessi per lavoro scaduti e non rinnovati, l’8,4% di quelli validi per lo stesso motivo alla fine dell’anno precedente. Si deve anche sottolineare il consistente numero di permessi per asilo e motivi umanitari scaduti e non rinnovati: circa il 28%.

Molti nuovi italiani tra i cittadini non comunitari. Sono sempre di più i cittadini dei paesi non comunitari che acquisiscono la cittadinanza italiana, ulteriore sintomo di stabilizzazione di questo tipo di presenza sul nostro territorio. Durante il 2011 si sono registrate 56.148 acquisizioni di cittadinanza. Di queste 49.836 (l’88,8%) hanno riguardato persone che avevano in precedenza la cittadinanza di un paese terzo. Sono stati soprattutto marocchini (10.732) ed albanesi (8.101) ad accedere alla cittadinanza italiana; seguono, ad una certa distanza le persone provenienti da Egitto, Tunisia, Brasile e Perù. In generale le donne rappresentano il 50,4% del totale delle acquisizioni da parte di cittadini non comunitari. Per alcune collettività la componente femminile è nettamente prevalente: Brasile (65,6%), Perù (71,1%), Ucraina (88,9%) e Filippine (57,9%).

Da qualche anno anche in Italia, come in molti paesi europei, il numero di acquisizioni per residenza ha superato quello di persone che diventano italiane a seguito di matrimonio. Durante il 2012 le acquisizioni di cittadinanza per residenza da parte di persone originarie di paesi terzi sono state 25.079 quelle per matrimonio 14.744.

Per le donne il matrimonio resta però la modalità largamente prevalente per l’accesso alla cittadinanza. Le acquisizioni per questa motivazione rappresentano oltre il 48% del totale per la popolazione femminile, mentre per gli uomini soltanto il 10,4%. Le acquisizioni per motivi diversi dalla residenza o dal matrimonio riguardano soprattutto minori che diventano italiani per trasmissione del diritto dai genitori e persone che, nate in Italia, al raggiungimento della maggiore età hanno i requisiti e richiedono la cittadinanza italiana. Nell’ultimo anno sono state 10.013 le acquisizioni che hanno riguardato queste categorie. Circa 8.000 hanno riguardato minori.

Dal punto di vista territoriale le acquisizioni di cittadinanza interessano soprattutto le province del Nord-est e del Nord-ovest, mentre il numero di acquisizioni risulta molto più contenuto nel Mezzogiorno. Le province che registrano il maggior numero di acquisizioni sono: Milano, Roma, Torino, Brescia e Treviso. Al Sud e nelle Isole hanno inoltre un peso relativo più consistente le acquisizioni di cittadinanza per matrimonio. Dal punto di vista relativo, tuttavia, anche alcune province del Mezzogiorno fanno registrare, a fronte di una popolazione straniera residente non particolarmente numerosa, un’incidenza elevata di stranieri non comunitari che acquisiscono la cittadinanza italiana.

*Dati Istat 

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Tonnellate di rifiuti tossici importate in Albania dall’Italia

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Tonnellate di rifiuti tossici – tra cui batterie al piombo (usate da gran parte dei veicoli), medicine scadute e residui di olio – sono importate in Albania dall’Italia nonostante i divieti e l’arretratezza dell’industria locale del riciclaggio dei rifiuti. Un’inchiesta sul mondo dell’esportazione dei rifiuti rivela inoltre che imprenditori italiani sospettati di legami con la criminalità organizzata, gestori del gioco d’azzardo e altri soggetti con precedenti penali per reati economici sono coinvolti nel mercato albanese dei rifiuti. Mentre i tentativi delle Nazioni Unite per evitare che i paesi poveri diventino discariche vengono in gran parte elusi o ignorati.

Nel 2003 l’Albania ha vietato l’importazione di qualsiasi tipo di rifiuti, salvo autorizzazione specifica del consiglio dei ministri. Nel 2004, però, un accordo tra l’imprenditore italiano Manlio Cerroni e il governo di Tirana ha segnato l’inizio di una nuova epoca per il commercio dei rifiuti in Albania. Tramite una società che fa parte dell’Albaniabeg ambient, di sua proprietà, Cerroni voleva costruire un inceneritore sull’altra sponda dell’Adriatico per smaltire i rifiuti prodotti in Italia. L’accordo è saltato nel 2005 per la forte opposizione incontrata dall’allora primo ministro Sali Berisha.

Qualche anno dopo, però, lo stesso Berisha ha contattato diverse importanti imprese italiane per costruire in Albania impianti a biomassa, centrali eoliche e permettere altri investimenti su vasta scala. Nel novembre del 2011, sostenendo che la nascente industria albanese del riciclaggio dei rifiuti non poteva sopravvivere solo con gli incassi garantiti dalla spazzatura nazionale, il governo Berisha ha approvato una legge che autorizza l’importazione dei rifiuti inseriti in una cosiddetta “lista verde” di 56 materiali. Dopo le proteste di alcune organizzazioni di cittadini, il ministro dell’ambiente Fatmir Mediu si è impegnato a ridurre a 25 l’elenco dei materiali.

Attività di copertura

In Albania lavorano legalmente già decine di imprese italiane che si occupano dello smaltimento dei rifiuti, come conferma il registro ufficiale delle imprese. Secondo gli esperti del settore, però, spesso le attività legali sono coperture per affari illeciti. Lorenzo Diana, ex senatore DS, oggi nell’Italia dei valori, esperto di mafia, spiega che la criminalità organizzata italiana è entrata nel giro d’affari dell’esportazione dei rifiuti in Albania dopo che le forze dell’ordine hanno contrastato duramente altre attività illecite.

Anche l’Europol ha chiesto una maggiore attenzione alle attività illecite legate allo smaltimento dei rifiuti. “L’Europol ha riscontrato un aumento nei volumi delle spedizioni illegali di rifiuti oltre confine”, ha aggiunto il portavoce, spiegando che spesso le attività legali vengono usate come copertura per le discariche abusive. “La società A fa un accordo con la società B per smaltire legalmente i rifiuti”, spiega il portavoce. “Poi però si scopre che accanto a questi accordi si svolgono anche operazioni illecite di traffico e smaltimento”. Secondo l’Europol, Albania, Romania e Ungheria sono le principali destinazioni dei rifiuti tossici provenienti dall’Europa meridionale e in particolare dall’Italia.

A causa delle sue attività antimafia Lorenzo Diana vive sotto scorta dal 1994. E’ stato componente di varie commissioni parlamentari sulla criminalità e nel 2006 era stato nominato responsabile nazionale dei Democratici di sinistra per la lotta alle mafie. “I trafficanti di sigarette che prima facevano la spola tra l’Albania e la Puglia a un certo punto hanno detto: ‘Non possiamo più contrabbandare sigarette, dobbiamo cominciare a contrabbandare esseri umani, droga e armi’. Una volta stabiliti i contatti in Albania, hanno cominciato a usare le rotte del contrabbando e del traffico d’armi anche per i rifiuti”, spiega Diana.

Secondo l’ambientalista albanese Lavdosh Ferruni, “le autorità di Tirana non si sono mai seriamente interessate al tema dello smaltimento e il paese è invaso dai rifiuti urbani. Se a questo aggiungiamo quelli provenienti dagli altri paesi, l’inquinamento sarà irreversibile”.

L’Italia è parzialmente riuscita a fermare l’esportazione illegale di rifiuti in Albania, ma alcuni dati confermano che il trasferimento di materiali tossici da un paese all’altro sta proseguendo.

Strutture inadeguate

Il 13 ottobre 2010 gli agenti della dogana italiana sono saliti a bordo di una nave nel porto di Bari e hanno sequestrato 32 lavatrici e 68 frigoriferi per un valore dichiarato di 1.440 euro. I documenti di trasporto erano incompleti. Dopo un’ispezione è intervenuto il Noe (il nucleo operativo ecologico dei carabinieri) ed è stata avviata un’indagine per stabilire se si trattava di un tentativo di portare illegalmente rifiuti elettronici in Albania o, come dichiarato, di un trasporto di beni di seconda mano. L’indagine è in corso e intanto i beni sono stati distrutti.

A luglio dell’anno scorso è stata aperta un’altra indagine sull’esportazione illegale di rifiuti dall’Italia all’Albania dopo che la dogana italiana ha fermato nel porto di Bari un veicolo con 56 balle di vestiti sporchi. Questi casi, tuttavia, sono un’eccezione alla regola. Abbiamo le prove che negli ultimi anni decine di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sono transitate dall’Italia all’Albania senza che le autorità di Tirana ne sapessero nulla. Questo lusso dei rifiuti è andato avanti nonostante un sostanziale divieto da parte della legge albanese e le restrizioni internazionali sulle esportazioni di rifiuti dai paesi sviluppati agli stati poveri vicini. Gran parte del materiale pericoloso probabilmente è stato esportato in base a una convenzione poco conosciuta e chiamata Marpol, che permette alle navi di scaricare i rifiuti prodotti durante la navigazione.

Secondo gli esperti, anche se le importazioni fossero tecnicamente legali, l’Albania non disporrebbe di strutture adeguate alla lavorazione dei rifiuti pericolosi. Le importazioni in Albania riguardano anche materiali non pericolosi, che però non sono mai stati smaltiti dal governo di Tirana. Il timore è che le quantità di rifiuti scaricati in Albania superino i limiti stabiliti dalla convenzione Marpol. Non c’è un solo documento del consiglio dei ministri e del ministero dell’ambiente che attesti l’approvazione di queste esportazioni: è probabile, dunque, che per la legge albanese si tratti di trasporto illegale.

I dati raccolti in Italia dall’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) rivelano che nel 2007 e nel 2008 sono stati smaltiti in Albania diversi carichi di rifiuti tossici e non tossici. L’Ispra non ha voluto divulgare i dati relativi al 2009, nonostante li abbia raccolti. Secondo i dati, nel 2007 quasi 2.500 tonnellate di olio di sentina sono passate dall’Italia all’Albania. L’olio di sentina è il liquido che si raccoglie sul fondo delle navi, solitamente composto di acqua di mare, olio e altri fluidi. E’ classificato come pericoloso, e a Durazzo c’è una struttura per il suo trattamento. Nel 2008 le imprese italiane hanno smaltito in Albania migliaia di tonnellate di olio di sentina, rifiuti di fuochi d’artificio e mezza tonnellata di batterie al piombo, tutti materiali classificati come pericolosi. Tra i rifiuti smaltiti ci sono anche materiali considerati non pericolosi come medicine scadute, cavi, ferro e metallo.

Dalla regione Lazio sono stati esportati in Albania rifiuti edili, biodegradabili e alimentari. Nel 2009 dalla Campania sono state smaltite in Albania due tonnellate di scarti di vernici e smalti contenenti solventi organici o altre sostanze pericolose, 200 chilogrammi di apparecchiature elettroniche pericolose, mezza tonnellata di batterie tossiche al piombo, 50 chilogrammi di “tubi fluorescenti e altri rifiuti contenenti mercurio”, e 1.500 tonnellate di olio di sentina. Circa 760 chili di olio e grasso commestibile sono stati esportati sotto la classificazione di rifiuti non pericolosi.

La convenzione di Basilea sull’esportazione e lo smaltimento dei rifiuti pericolosi è entrata in vigore nel 1992 per cercare di mettere un freno al trasferimento di materiali pericolosi dai paesi avanzati a quelli in via di sviluppo.

L’Italia e l’Albania, firmatari dell’accordo, sono obbligati a informare ogni anno la segreteria della convenzione (che fa parte delle Nazioni Unite) dei movimenti di rifiuti tossici e di altro tipo tra una frontiera e l’altra. L’accordo è stato raggiunto dopo una serie di scandali che riguardano l’ambiente e che hanno fatto nascere l’espressione “colonialismo tossico”. Uno di questi risale al 1988: cinque navi partirono dall’Italia con un carico di ottomila barili di rifiuti pericolosi alla volta della cittadina di Koko, in Nigeria, dove un piccolo proprietario terriero si era impegnato a custodirli per un canone di cento dollari al mese.

La convenzione, tuttavia, è ancora largamente ignorata sia dai paesi industrializzati sia da quelli in via di sviluppo. La segreteria della convenzione è al corrente del problema ma sostiene di non avere i mezzi per sanzionare le violazioni: “Il nostro mandato consiste unicamente nel ricevere i rapporti degli stati firmatari. Non abbiamo gli strumenti per sapere se alcuni dati non sono comunicati”, ha dichiarato una portavoce. A novembre 2011 una conferenza delle Nazioni Unite sulla convenzione di Basilea ha osservato “che il livello e la qualità dei rapporti sembra in calo”. Un rapporto inviato alla conferenza dice che 65 dei 166 stati firmatari non hanno fornito informazioni per l’anno 2006, altri 70 paesi hanno prodotto “documentazioni tardive e incomplete” e solo cinque hanno fatto il loro dovere.

Secondo Roberto Ferrigno, uno dei fondatori di Greenpeace Italia, oggi consulente ambientale di alcune aziende in Italia e in Europa, la convenzione dovrebbe bloccare le esportazioni dai paesi ricchi a quelli in via di sviluppo. “Allo stato attuale, smaltire rifiuti pericolosi nei paesi in via di sviluppo è vietato. Questo significa che tutti i movimenti che in passato avvenivano più o meno alla luce del sole oggi avvengono nell’ombra”, spiega Ferrigno. Ma le autorità italiane, conclude, sembrano comportarsi come se la convenzione non esistesse. Per quanto riguarda l’olio di sentina esportato e trattato in Albania, secondo gli esperti le quantità scaricate a Durazzo da una particolare compagnia di navigazione superano i livelli consentiti. Secondo la lista ufficiale delle esportazioni delle autorità italiane, la principale fonte di rifiuti è la compagnia di traghetti Tirrenia, che per anni ha fatto servizio giornaliero sulla tratta Bari-Durazzo.

Secondo la convenzione di Basilea, lo smaltimento dei riifuti prodotti nelle “operazioni normali di una nave” è regolato dalla convenzione Marpol. La Marpol prevede che questi riiuti, anche se tossici, possano essere scaricati nei porti, evitando così lo smaltimento in mare aperto. Rimangono però molti dubbi sulla definizione di “operazioni normali di una nave”: alcuni giuristi sostengono che, nel momento in cui si scaricano i rifiuti, si applicala convenzione di Basilea. Queste raccomandazioni sono state presentate in un documento sottoposto all’attenzione della convenzione di Basilea nel 2011, insieme a una lista di proposte per armonizzare i due regolamenti. Buchi normativi a parte, un funzionario del Centro sulla prevenzione e la gestione dell’emergenza in caso di inquinamento marino (Rempec), l’ente che controlla la corretta applicazione della convenzione Marpol, sostiene che la quantità di olio di sentina che la Tirrenia esporta in Albania è “irragionevole” e non può essere stata prodotta esclusivamente dai traghetti che percorrono quella rotta. In due anni la società ha esportato in Albania più di cinquemila tonnellate di olio di sentina. “Ne ho discusso con un mio collega e anche lui pensa che non sia una cifra ragionevole”, ha detto un funzionario del Rempec.

Un particolare significativo: nessun altro traghetto che fa servizio tra l’Italia e l’Albania ha mai ufficialmente esportato olio di sentina.

Diversificare

Anche il comandante Rodolfo Giovannini della Guardia costiera italiana, che per quanto riguarda la protezione dell’ambiente marino dipende dal ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, ritiene eccessive le quantità dichiarate dalla Tirrenia: “Sarebbero compatibili con l’olio scaricato in un anno da tutte le navi che attraccano in un porto come quello di Durazzo”, dice, e non certo dai due traghetti che servivano la tratta Durazzo-Bari. Fonti interne alla Tirrenia, che è stata privatizzata e ha cambiato nome in Compagnia Italiana di Navigazione, sostengono però che non ci sia nulla di strano: “Sembrerà troppo, ma per me 2.500 tonnellate all’anno è addirittura troppo poco”, afferma un funzionario dalla compagnia.

Angelo Abrusci è conosciuto in Italia soprattutto per le sue sale bingo. Ma Abrusci è anche un importante operatore della raccolta dei rifiuti in Albania, oltre che il proprietario di un casinò in Romania. Nel 2002 il quotidiano la Repubblica lo ha descritto come il “rampollo di una famiglia di costruttori che ha sfornato i primi miliardari pugliesi”. Nello stesso articolo si legge che Abrusci stava diversificando le sue attività per investire nello smaltimento dei rifiuti in Albania.

L’articolo di Repubblica non fa il nome di nessuna azienda, ma la Ecoaqua, una società registrata in Italia e in Albania a marzo del 2000, ha vinto almeno due appalti per la raccolta dei rifiuti nel comune di Tirana ed ha partecipato a gare in altre città. L’azienda è partecipata dalla Finanziaria Immobiliare Partecipazioni, che a sua volta appartiene ad Abrusci e ad altri soci. L’amministratore delegato della Ecoaqua è Antonio Abrusci, comproprietario di diverse aziende insieme al fratello Angelo. La proprietaria della Ecoaqua albanese, vincitrice degli appalti a Tirana, è l’omonima società italiana. A gennaio del 2011, durante una conferenza italo-albanese a Tirana, la società di Abrusci ha annunciato la prossima costruzione di una discarica in Albania. Non è chiaro come sia andato avanti il progetto né quali appalti pubblici l’azienda si sia aggiudicata. Nei primi anni 2000 Angelo Abrusci era stato interdetto dal partecipare a una serie di gare per l’assegnazione di licenze per il bingo in Italia a causa di precedenti condanne per reati fiscali.

Abrusci ha fatto ricorso in appello dopo che l’Italia ha depenalizzato i reati per cui era stato condannato nel 2000. Nel 2002 il tribunale di Bari ha revocato la condanna perché il reato era stato depenalizzato. Angelo Abrusci è noto anche in Romania, dove è coinvolto in attività legate al gioco d’azzardo e ai rifiuti. Antonio Abrusci ha detto che la sua azienda si occupa di trasporto di rifiuti a Tirana. Lui e il fratello, ha spiegato, hanno deciso di investire nel gioco d’azzardo e nei rifiuti perché la loro attività, l’edilizia, era diventata più difficile dopo l’inchiesta giudiziaria Mani pulite.

Uno dei primi imprenditori italiani a valutare l’opportunità di esportare rifiuti in Albania è stato Manlio Cerroni, soprannominato il “re della monnezza” per la sua rete internazionale di aziende legate al business della spazzatura. Anche se il suo progetto di far bruciare i rifiuti di Roma in un inceneritore in Albania è tramontato, la società fondata per sfruttare il giro d’affari dei rifiuti è ancora in attività, e alcune ditte a essa collegate si sono aggiudicate degli appalti in Albania.

Secondo il libro Roma come Napoli, scritto dai giornalisti Manuele Bonaccorsi, Ylenia Sina e Nello Trocchia, l’Albania è emersa come potenziale destinazione dei rifiuti italiani nel “momento di massima emergenza rifiuti nel Lazio”. L’accordo con l’Albania prevedeva la costruzione di un inceneritore a Kashar, tra Durazzo e Tirana, per bruciare “combustibile derivato dai rifiuti” (componenti combustibili di rifiuti urbani come plastiche e materiali biodegradabili). La società costituita per svolgere l’attività era l’AlbaniaBeg, dall’unione di Albania e Beg, (BecchettiEnergyGroup). La Beg è di proprietà di Francesco Becchetti, nipote di Cerroni, il cui nome figura tra i membri del “team” societario. L’AlbaniaBeg appartiene a tre società: la Colari (Consorzio Laziale Rifiuti), azienda di Cerroni con sede nel Lazio, la Energji Shpk, il cui azionista di maggioranza è Mauro De Renzis della Beg, e la Vitre, con sede a Tirana, che a sua volta ha un azionista di maggioranza italiano, Angelo Novelli.

La discarica di Roma

La Energji Shpk si è occupata della costruzione di impianti di energia idroelettrica in Albania dopo essersi aggiudicata una serie di appalti per vari progetti. Un rappresentante della Vitre spiega che l’azienda si occupa di riciclaggio dei rifiuti in Albania ma non ha voluto fornire altri dettagli. La Vitre, che cita i rifiuti tra i suoi principali interessi, è ancora in attività, anche se non siamo riusciti a capire di che cosa si occupi attualmente.

Dopo il fallimento dell’accordo con Tirana, l’autorizzazione per la discarica di Roma è stata prolungata ino al 2007, e da allora viene rinnovata di anno in anno. L’ultima proroga ha portato la scadenza alla fine del 2012. Il nome di Cerroni compare in un dettagliato rapporto sullo smaltimento dei rifiuti in Italia, prodotto dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e pubblicato nel 2000. Il rapporto si sofferma anche sul patrimonio delle aziende impegnate nel settore e afferma che i proprietari agiscono attraverso “un sistema di scatole cinesi in cui una società è controllata da una seconda, una seconda da una terza e così via”.

(Fonte Investigative Reporting Project Italy – Guia Baggi, Lawrence Marzouk, Marjola Rukaj, Lorelei Mihala e Remy Hersbach, Prishtina Insight)

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Mi faccio la laurea (falsa)



Comprare una laurea non e’ difficile: e’ solo questione di prezzo. E Renzo Bossi, nonostante la smentita, lo sa bene. La spesa e’ minima e anche il disturbo: 120 dollari per la laurea, 130 per la pergamena più raffinata, e nessun esame da frequentare. Si fa tutto online. Non si deve nemmeno aspettare, la consegna e’ garantita in cinque giorni. “Niente corsi, niente esami, niente studi” dice la pubblicità su internet della rete Instant degrees (laurea istantanea). Chi garantisca la laurea non e’ importante se serve soltanto avere un titolo da esibire. In questo caso basta un titolo autentico, ma di un’università non riconosciuta da nessuno. E’ stato così per il tesoriere leghista Francesco Belsito, laureato presso un’imprecisata Università John Kennedy a Milano e diplomato presso un istituto che all’epoca risulta fosse chiuso. E si sospetta sia così anche per Rosi Mauro (lei ha smentito) e il suo caposcorta Piero Moscagiuro, diplomati e forse laureati in Svizzera.

Per aumentare il prestigio, spesso si gioca sui nomi storpiati: c’è l’Università di Berkley, l’Università di Standford, la Sorbon. Bisogna fare attenzione anche alla geografia: la Cambridge International University, all’apparenza britannica ha sede in Sud Africa, mentre il Concordia College and University, invece di essere a New York, ha sede nella Repubblica Dominicana, ha un sito internet registrato in Pakistan e una casella postale negli Stati Uniti.

I costi restano abbordabili anche per un certificato di buona qualità: 395 dollari “tutto incluso” per la laurea di primo livello in legge, economia, teologia, scienze, pubblica amministrazione o sociologia. La Belford University (texana all’apparenza, in realtà degli Emirati Arabi) propone addirittura “pacchetti speciali”: se prendi laurea, master e dottorato di ricerca in un colpo solo, il costo scende da 3.200 a 2.700 dollari. Frequentare non serve. Basta superare un semplice test. Gli studenti a queste condizioni non mancano, secondo i ricercatori del Cimea, il più importante centro italiano per il riconoscimento di titoli, sono 2.615 e in un solo anno sono aumentate del 48%.

Ci sono situazioni, però, in cui non basta un titolo qualunque. E’ il caso della laurea albanese di Renzo Bossi: insieme al titolo di studio (in gestione commerciale) c’era tanto di certificato degli esami sostenuti, con date precise e con voti verosimili. Con un certificato del genere, Bossi avrebbe potuto esercitare tranquillamente anche in Italia, assicurano dal ministero dell’istruzione (Miur), perché l’Università Kristal di Tirana e’ riconosciuta dal governo albanese, quindi anche dal nostro. Se si vuole una laurea di questo tipo e’ meglio rivolgersi al paese che più di tutti vi ha costruito un mercato: la Russia. Il mercato delle lauree, in Russia, e’ così diffuso da non dover eccedere nella discrezione. I certificati sono stampati sulla carta originale della Goznak (poligrafico di Stato) e vidimati da timbri ufficiali. E come avere in portafoglio una banconota falsa, ma stampata con inchiostro e filigrana identici a quelli ufficiali: se si prova a spenderla, difficilmente si resterà delusi.

(Fonte Panorama)

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