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La truffa dell’acqua in bottiglia. Paghiamo la plastica non l’acqua

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L’acqua in bottiglia non conosce crisi. Dal 1980 il consumo pro-capite è andato crescendo, insieme al circuito dell’import/export nel mercato italiano. Nel 2012 i consumi sono addirittura cresciuti rispetto all’anno precedente, passando a 192 litri d’acqua minerale per abitante. Più di una bottiglietta da mezzo litro al giorno a testa, nell’80% dei casi di plastica, che conferma il primato europeo del nostro Paese: 12,4 miliardi di litri imbottigliati,  per un giro d’affari da 2,3 miliardi di euro in mano a 156 società e 296 diversi marchi. Un litro d’acqua imbottigliato nel nord Italia percorre oltre mille chilometri prima di arrivare sulle tavole dei cittadini pugliesi e viceversa. È questo il quadro che emerge da “Regioni Imbottigliate”, l’indagine annuale di Legambiente e Altreconomia sui canoni di imbottigliamento dell’acqua.

In Italia, secondo l’ultimo annuario Bevitalia/Beverfood, sono 156 gli stabilimenti che imbottigliano acqua minerale per 296 marche totali. Sono l’estremo nord e l’estremo sud della penisola a contendersi il maggior numero di stabilimenti che imbottigliano e di marche. La regione Lombardia, sul podio al primo posto insieme a Piemonte e Sicilia, hanno rispettivamente 18, 13 e 10 stabilimenti imbottigliatori d’acqua, con numeri di marche molto elevati, rispettivamente 37, 35 e 23. Fanalino di coda la Puglia e la Valle d’Aosta, con rispettivamente 3 e 1 stabilimenti imbottigliatori per 4 e 1 marca di acqua minerale prodotta.

Questi grandi volumi di acqua imbottigliata causano l’utilizzo di elevatissime quantità di plastica, oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica da 1,5 litri, per un totale di più di 450 mila tonnellate di petrolio utilizzate e oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2 emesse.

In media, le aziende imbottigliatrici pagano 1 euro ogni 1.000 litri, ovvero, appena 1 millesimo di euro per litro imbottigliato. Infatti, i canoni di concessione per le acque minerali stabiliti dalle Regioni sono estremamente bassi, perfino in aree dove vi sono difficoltà di approvvigionamento idrico, e in alcuni casi vengono stabiliti senza nemmeno prendere in considerazione i volumi emunti o imbottigliati, ma solo in funzione degli ettari dati in concessione. Proprio per mettere fine a questo paradosso e creare criteri uniformi su tutto il territorio nazionale, nel 2006, la stessa Conferenza Stato-Regioni aveva provato a mettere ordine in questo settore con un documento di indirizzo che proponeva canoni uniformi con l’obbligo di pagare sia in funzione degli ettari dati in concessione che per i volumi emunti o imbottigliati, indicando come cifre di riferimento almeno 30 euro per ettaro e un importo tra 1 e 2,5 euro per m3 imbottigliato. Ancora oggi però siamo ben lontani da un adeguamento a queste indicazioni. Una vera e propria regalia di un bene pubblico che appartiene a tutti i cittadini.

Tra le Regioni bocciate il Molise, la cui regolamentazione fa ancora riferimento ad un Regio Decreto del 1927, la Provincia autonoma di Bolzano, la Puglia, l’Emilia-Romagna e la Sardegna.

Le Regioni promosse con riserva, invece, sono quelle cioè che applicano un doppio canone con importi uguali o superiori ad 1€/m3: l’Abruzzo, la Calabria, il Friuli Venezia Giulia, il Piemonte, le Marche, l’Umbria, la Valle d’Aosta, la Provincia autonoma di Trento, la Lombardia e il Veneto. Quattro di queste regioni, Piemonte, Abruzzo, Calabria e Veneto, prevedono forti sconti sui canoni delle concessioni per i volumi imbottigliati se le aziende sottoscrivono con la Regione un protocollo di intesa recanti patti per la difesa dei livelli occupazionali.

Non bocciate, ma rimandate, sono le Regioni che, pur applicando un doppio canone, impongono importi inferiori ad 1€/m3, diversamente da quanto indicato dalle linee guida nazionali. Per il 2014 queste sono, di nuovo, la Basilicata, la Campania e la Toscana.

Sono presenti anche esempi positivi: il primato per i canoni più alti spetta al Lazio, che applica una quota per gli ettari, una per i volumi emunti ed una per i volumi imbottigliati, rispettivamente di 65,21-130,42€/ha, 1,09€m3 e 2,17€/m3. A cui si aggiunge anche la Sicilia, che in seguito alla norma del maggio 2013 ha applicato un canone più alto alle concessioni, chiedendo alle ditte imbottigliatrici, da 60 a 120€/ha a fronte dei 10,12€ dello scorso anno, e seguendo l’esempio virtuoso del Lazio ha adottato, da quest’anno, il triplo canone (1 €/m3per i volumi emunti e 2 per quelli imbottigliati €/m3).

Più volte Legambiente ha proposto anche in Italia, le indicazioni europee richiedendo una maggiore tassazione per l’utilizzo e il consumo di beni ambientali e per lo svolgimento di attività inquinanti che danneggiano l’ambiente. Un tema che riguarda da vicino anche il settore delle acque in bottiglia. Hanno inoltre calcolato che l’acqua in bottiglia viene mediamente venduta a un prezzo di 0,26€ al litro, mentre alle Regioni le aziende imbottigliatrici pagano in media 1€ ogni 1000 litri, ovvero un millesimo di euro per litro imbottigliato, con ampi margini di guadagno. Quello che gli italiani vanno a pagare, infatti, è rappresentato per più del 90% dai costi della bottiglia, dei trasporti e della pubblicità, unito ovviamente all’enorme guadagno dell’azienda in questione, e solo per l’1% dall’effettivo costo dell’acqua.

La proposta di Legambiente è “di istituire un canone minimo nazionale per le concessioni di acque minerali pari ad almeno 20 euro al m3 (ossia 0,02 euro al litro imbottigliato)”. Ai tassi attuali di prelievo si “ricaverebbero circa 250 milioni di euro che potrebbero essere destinati alle politiche di tutela e gestione della risorsa idrica”.


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Vita, morte e inquinamento delle bottiglie di plastica

bottiglia di plastica

L’Italia è la nazione europea che consuma più acqua in bottiglia (la terza nel mondo) con una media di quasi 190 litri a testa, il 65% dei quali venduti in bottiglie di plastica: circa 9 miliardi di bottiglie che richiedono petrolio per essere prodotte, trasportate ed eliminate (o riciclate), contribuendo fortemente allo sperpero di risorse non rinnovabili e al riscaldamento globale del nostro pianeta.

Da un’inchiesta del 2002 risultava che in Italia l’acqua viene imbottigliata da circa 160 imprese che utilizzano 700 sorgenti e vantano oltre 260 etichette. 6 gruppi controllano il 70% del mercato di consumo, con un giro d’affari enorme.

Nascita. La plastica si ottiene dal petrolio o da combustibili fossili come il gas naturale. Qui, per semplicità, supporremo che le plastiche siano figlie del petrolio. Queste sorelle, tanto diffuse e comode ma anche tanto “ingombranti” non sono tutte uguali, come dimostrano le sigle riportate sulle bottiglie e sui contenitori in plastica: PVC, PE, PP, PET, PS. Queste sigle indicano una specifica composizioni dei polimeri. Quelle che seguono sono le più diffuse nei nostri supermercati e nella nostra pattumiera:

· P.V.C. Cloruro di polivinile. È il tipo di plastica più pericoloso. È un polimero con buona permeabilità all’acqua e ai gas, per questo è il più diffuso nelle applicazioni biomediche (fiale, sacche per drenaggi, cateteri, ecc.) e nell’edilizia. Viene utilizzato anche per le bottiglie, flaconi di detersivo, shampoo, cosmetici, sacchetti della spesa, confezioni delle uova e dei cioccolatini, ma da tempo se ne chiede la messa al bando.

· P.E. Polietilene. I principali manufatti in polietilene sono: sacchetti per la spesa e per la spazzatura, flaconi di shampoo, detersivo, ecc., teloni agricoli, taniche, tappi per spray, secchi per vernici e per la spazzatura.

· P.P. Polipropilene. É impiegato nel settore medico (siringhe monouso), in quello degli elettrodomestici e per la fabbricazione di stoviglie e secchi per vernici e spazzatura. I principali tipi di manufatti in P.P. sono: bicchieri di plastica, yogurt, nastri adesivi, bottiglie, ecc. Insieme al P.E. costituisce il 60% della plastica contenuta nella spazzatura.

· P.S. Polistirene. Nella sua forma espansa è impiegato nell’edilizia per il suo potere isolante. I principali manufatti in P.S. sono: astucci, scatole, sottotorte, contenitori per formaggi, vaschette per frigoriferi, giocattoli, pettini, articoli musicali, ecc.

· P.E.T. Polietilene tereftalato. Il P.E.T. è la tipica plastica delle bottiglie d’acqua e di altre bevande gassate. Viene inoltre utilizzato per: film per alimenti, palloni sonda, tessuti, bicchieri. Una bottiglia di PET da 1,5 l pesa 35 g, quindi con un kg di PET si fabbricano 30 bottiglie. La produzione di un chilogrammo di PET anche richiede 17,5 chilogrammi di acqua; così, paradossalmente per trasportare 45 litri d’acqua se ne consuma quasi la metà.

L’acqua in bottiglie di plastica costa da 2 a 4,5 euro alla confezione (6 bottiglie da 1,5 l). In realtà il costo effettivo dell’acqua contenuta nelle bottiglie è solo l’1% del costo di produzione totale, mentre l’imballaggio ne assorbe il 60%.

Ma quanto costa produrre una bottiglia? Per produrre una tonnellata di plastica occorrono almeno 1,5 tonnellate di petrolio. Ai prezzi attuali (43 $ a barile mediamente il 4 marzo 2009), una tonnellata di petrolio (un barile ne contiene circa 159 litri ovvero 135 kg) costa circa 320 euro. Una tonnellata di plastica, insomma, costa circa 480 euro soltanto in materie prime. A questa cifra va aggiunto il costo di 17,5 tonnellate di acqua necessarie per la produzione.

Una tonnellata di PET è sufficiente a produrre 30.000 bottiglie da 1,5 l. Inutile dire che anche la traformazione del PET in bottiglie costa, ad esempio in termini di energia: circa 3 Mwh (circa 300 euro), di solito ottenuta consumando petrolio…

Vita. Una volta “nate”, le bottiglie sono consegnate a ditte imbottigliatrici talvolta anche piuttosto lontane dalla fabbrica; le bottiglie piene d’acqua giungono a ipermercati e negozi attraversando la nostra penisola a bordo di camion che consumano derivati del petrolio. E inquinano. E finalmente entriamo in scena noi, che dopo aver acquistato bottiglie singole o confezioni da 6 ce le portiamo a casa, di solito in auto. Consumando carburante. E inquinando…

Le bottiglie vuote, infine, non spariscono per incanto: siamo noi a determinare il loro destino, gettandole sconsideratamente nel cassonetto comune o avviandole alla raccolta differenziata, In ogni caso vengono trasportate alla loro ultima dimora in camion. Che inquinano…

Ma quanto inquinano? Difficile fare un calcolo. Limitiamoci a considerare il trasporto delle bottiglie piene d’acqua dalla ditta imbottigliatrice al supermercato:

per trasportarne 15 tonnellate, che corrispondono a 10.000 bottiglie da 1,5 litri piene d’acqua, un camion consuma 1 litro di gasolio ogni 4 km (25 litri ogni 100 km). Calcolando una percorrenza media di 1.000 km, tra andata e ritorno (ma l’acqua “altissima e purissima” che va dall’Alto Adige alla Sicilia ne percorre molti di più), il consumo di gasolio ammonta a 250 litri, ovvero 250.000 cm3 che, divisi per 10.000 bottiglie corrispondono a 25 cm3 di gasolio per bottiglia.

Tanto per farci un’idea se ognuno di noi consumasse 1 l/dì di acqua imbottigliata (240 bottiglie in un anno) consumerebbe solo in trasporto almeno 6 litri di gasolio l’anno. Poco dite? Provate a moltiplicare questo valore per qualche miliardo di persone (gli altri, purtroppo, vivono in emergenza acqua e certo non loa risolvono con l’acqua minerale…). Ogni bottiglia ha una vita molto lunga: da 100 a 1000 anni. Una vita pericolosa. Soprattutto per il Pianeta.

Morte. In Italia la plastica rappresenta il 16% di Rifiuti Solidi Urbani. Liberarcene senza inquinare troppo e senza sprecare risorse ambientali ancora utilizzabili non è facile:

– se la plastica viene bruciata nell’inceneritore c’è il pericolo che si liberino nell’atmosfera sostanze dannose per la nostra salute, come la diossina;

– in discarica potrebbe durare fino a mille anni;

– l’interramento può liberare sostanze nocive come Cl2 e metalli pesanti, già presenti nel composto o contenute nei pigmenti usati per colorare e stampare l’oggetto.

Anche nella “morte” e nel riciclo la plastica non è tutta uguale: sono diversi i gradi di pericolosità e di riciclabilità: il P.V.C., ad esempio, è difficilmente riutilizzabile. Uno smaltimento non corretto può essere molto pericoloso: la combustione del PVC libera composti cancerogeni a base di cloro (diossine e furani) e genera acido muriatico in forma gassosa, uno dei responsabili delle piogge acide. Da diverso tempo si chiede che non ne venga consentito l’uso per gli alimenti. Il P.E., invece, è un materiale straordinariamente riciclabile grazie alla facilità di riutilizzo degli scarti di produzione e alla sua scarsa degradabilità.

Torniamo alla nostra bottiglia. Ci sono quattro possibilità per eliminarla:

– buttarla in discarica.

– bruciarla,

– riutilizzarla,

– riciclarla,

Buttare la bottiglia in discarica costa poco, soltanto le spese di trasporto ma…

Sotterrata, la bottiglia sopravviverà anche per mille anni. Inoltre, le bottiglie buttate dovranno essere sostituite da altre, nuove. Naturalmente, bruciare i gas prodotti dal materiale stipato nella discarica rende, ma il recupero energetico è piccolo, per i nostri conti possiamo trascurarlo.

Bruciare bottiglia (e tappo). In un inceneritore con recupero energetico, possiamo ottenere energia elettrica con una resa di circa il 15%. Questo vuol dire che da una tonnellata di plastica possiamo ottenere circa 1.5 MWh, (150 euro ai prezzi di mercato). Ma, anche in questo caso, occorrerà sintetizzare un’altra bottiglia con tappo! Insomma, bruciando una tonnellata di plastica e producendone altrettanta, soltanto di energia spenderemmo 1.5 Mwh!

E poi: bruciare 1 Kg di PET (dopo averlo portato a destinazione) produce:

40 g di idrocarburi,

25 g di ossidi di zolfo,

18 g di monossido di carbonio

2,3 kg di anidride carbonica

Riutilizzare la bottiglia e il tappo, ovvero lavarli e riempirla di nuovo. In alcuni Paesi, come la germania, si fa comunemente. Il costo apparente è soltanto quello del trasporto, ma almeno il 10% delle bottiglie non sarà più utilizzabile perché deformate o bucate. E qualcuno dovrà essere pagato per individuarle e toglierle dal mucchio. Quindi, calcolando sulla solita tonnellata, dovremo produrre 100 kg di PET per sostituire le bottiglie inutilizzabili.

Riciclare la bottiglia e il tappo. Occorrerà separarli, sminuzzarli, e rifonderli per ottenere nuovo PET e nuovo polietilene. Le ditte che fanno manufatti di plastica sono affamate di plastica di recupero e non sempre ne trovano a sufficienza sul mercato. Quanto costa, in totale il riciclaggio:

i costi di trasporto sono i soliti, quelli del processo completo di lavorazione sono difficili da trovare, comunque: fondere una tonnellata di polietilene richiede circa 50 kWh, aggiungendo i costi di sminuzzamento ecc. e il fatto che la resa del processo non è mai il 100%. potremmo considerare un valore di (0.2 MWh) per tonnellata. Insomma, anche se riciclare costa, ma rimane un affarone.

Ricicliamo. Il riciclaggio dei contenitori di plastica per liquidi, può essere effettuato in diversi modi. Per ottenere oggetti in plastica omogenea si devono separare i contenitori in base al polimero con cui sono stati realizzati (P.E.T., P.E., P.V.C.). Se non viene fatto un processo di selezione si produrranno oggetti in plastica riciclata eterogenea. In entrambe i casi, i contenitori raccolti subiscono un primo processo di trattamento per l’estrazione di eventuali rifiuti di altro tipo, il lavaggio, la macinazione e la loro successiva lavorazione.

Per ottenere la plastica omogenea è necessario un procedimento di selezione delle varie famiglie polimeriche, oggi sempre più affidato a sistemi automatici. Da questo procedimento è possibile ottenere 4 frazioni diverse, avviate in modo separato al riciclaggio: P.E.T. colorato e trasparente, P.V.C. e P.E.

Il P.E. riciclato viene utilizzato per la realizzazione di contenitori per detergenti con uno strato di materiale riciclato pari al 25% della bottiglia. Altri utilizzi riguardano tappi e pellicole per sacchi della spazzatura.

Il P.E.T. riciclato viene utilizzato (mischiato con il polimero vergine) per la produzione di nuovi contenitori trasparenti per detergenti. Altri possibili campi di applicazione sono quelli della fibre per realizzare, ad esempio, imbottiture, maglioni, pile, interni per auto.

Il P.V.C. riciclato viene impiegato prevalentemente nel settore edile per la produzione di piastrelle, tubi, raccordi, ecc.

La plastica riciclata eterogenea, invece, viene impiegata di solito per la produzione di elementi di arredo urbano (panchine, recinzioni), giochi per bambini, cartellonistica stradale.

La strada del recupero energetico è di pari interesse rispetto a quella del riciclaggio fisico. Dai contenitori per liquidi, previa selezione, si possono ottenere prodotti che sono combustibili molto puri ad alto potere calorifico, perché fanno parte a tutti gli effetti della categoria degli idrocarburi.

In altri casi i rifiuti di plastica, opportunamente trattati, possono essere utilizzati come additivo per il bitume stradale.

Anche se il recupero della plastica ha notevoli vantaggi dal punto di vista ecologico, riciclare le bottiglie di plastica è molto costoso in quanto le campane per la plastica sono piene al 97% di aria.

Il riciclaggio energetico. Un’altra strada è rappresentata dal recupero energetico; i contenitori in plastica possono essere usati come combustibile alternativo in centrali termoelettriche. Ma allora, perchè non riciclare tutto? Purtroppo, in Italia mediamente solo il 30% circa di quello che si potrebbe riciclare viene avviato alla raccolta differenziata. Differenziare nelle nostre case è scomodo, occorre un po’ di organizzazione. Poi bisogna trovare il tempo di scaricare i rifiuti nelle varie campane e cassonetti…

È importante convolgere la gente, spiegare che non sciupare le risorse e non inquinare è una rsponsibilità collettiva, cioè di ognuno di noi (e non di nessuno).

Altri modi per incoraggiare la raccolta differenziata, utilizzati ad esempio in paesi come la Germania, sono incentivi monetari ai cittadini (più differenzi meno paghi di tassa rifiuti,) oppure offrire un compenso a giovani o cittadini in difficoltà economiche per recuperare i rifiuti preziosi come la plastica.

Noi, comunque, abbiamo voluto esplorare un’altra possibilità: “non fare uso della bottiglia”.

Ma come?

· Usare soltanto prodotti “alla spina” ad esempio acqua dei boccioni che contengono decine di litri e da spillare a cura del compratore.

· Bere l’acqua dell’acquedotto.

Ma come fare a portarsi dietro l’acqua da bere? Scegliamo una bella bottiglia di plastica resistente tra quelle da mezzo litro che normalmente contengono bevande varie, ripuliamola dall’etichetta, decoriamola con qualche decalcomania o adesivo e adottiamola per le uscite.

Per acquistare acqua in bottiglia gli italiani spendono in un anno circa 1.5 miliardi di euro; per ogni famiglia la spesa è quasi pari a quella per la raccolta dei rifiuti. Su ogni euro speso per acquistare acqua in bottiglia solo l’1% è quello effettivo dell’acqua. Il prezzo di un “cesto” da 6 bottiglie in plastica da 1,5 litri, può variare da 1 € a oltre 4 € il valore dell’acqua contenuta varia da 0,02 € a 0,08 €. Mediamente 1 l di acqua in bottiglia costa 0,40 €, 1 l di acqua dell’acquedotto costa 0,001 €.

Facciamo due conti….

Una famiglia di Moncalieri formata da quattro persone che consumino ogni giorno 1 l di acqua in bottiglia a testa

  • spende ogni anno da 320 € a 720 € (a seconda della marca scelta),
  • sperperando combustibili fossili,
  • contribuendo all’emissione di gas serra (CO2) oppure, se il comune dove abita ricicla efficacemente i rifiuti,
  • provocando un aumento dei costi comunali (pagati da tutti i cittadini) per la raccolta differenziata.

Scegliendo acqua dell’acquedotto, invece,

  • Risparmierebbe
  • Eviterebbe di trascinare su e giù cesti di bottiglie e rifiuti di plastica
  • Farebbe risparmiare la collettività
  • si comporterebbe in maniera ecologicamente responsabile
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Il grande business dell’acqua in bottiglia

L’affare-delle-acque-in-bottiglia-in-Italia

In un periodo di crisi economica così prolungato in Italia sono in tanti a stringere la cinghia per sbarcare il lunario: numerosi cittadini, tante amministrazioni locali, diverse imprese solo per citarne alcuni. Ci sono pochi soggetti che invece continuano a operare come se la crisi non ci fosse: tra questi le società che imbottigliano le acque minerali che continuano a farla franca pagando canoni di concessione davvero ridicoli in diverse Regioni italiane a fronti di un business miliardario. E come ogni anno Legambiente e Altreconomia tornano a denunciare questo scandalo tutto italiano con un nuovo dossier sul business delle acque in bottiglia.

Nel 2011 i consumi di acqua sono addirittura aumentati rispetto all’anno precedente, passando a 188 litri per abitante, numeri che confermano il primato europeo del nostro paese per i consumi di acque minerali: dei 12,3 miliardi di litri imbottigliati nel solo 2011, oltre 11,3 miliardi sono stati consumati dentro i confini nazionali (di cui l’80% in bottiglie di plastica). Un giro d’affari che riguarda 168 società per 304 marche diverse di acqua in bottiglia e un bilancio complessivo di 2,25 miliardi di euro. Un’attività che comporta un elevato impatto ambientale. Per soddisfare l’incomprensibile sete di acqua minerale dei cittadini italiani vengono infatti utilizzate oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica da 1,5 litri, per un totale di 456mila tonnellate di petrolio utilizzato e oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2 emesse per produrle. A questi numeri si deve aggiungere il fatto che ancora oggi solo un terzo delle bottiglie viene avviato a riciclo, mentre i restanti due terzi continuano a finire in discarica, in un inceneritore o dispersa nell’ambiente e per l’85% dei carichi si continua a preferire il trasporto su gomma. Questo vuol dire che una bottiglia d’acqua che proviene dalle Alpi per esempio, percorre oltre 1000 km per arrivare sulle tavole pugliesi, con consumi di carburante e emissioni di sostanze inquinanti conseguenti. Impatti importanti che garantiscono elevatissimi profitti per le società che gestiscono questo business. I canoni richiesti dalle Regioni per le concessioni infatti hanno spesso importi addirittura ridicoli, come nel caso della Liguria che chiede solo 5 euro per ciascun ettaro dato in concessione, senza prendere in considerazione i volumi emunti o imbottigliati.

Nel 2006 la stessa Conferenza Stato-Regioni aveva provato a mettere ordine in questo settore con un documento di indirizzo che proponeva canoni uniformi sul territorio nazionale e che prevedessero l’obbligo di pagare sia in funzione degli ettari dati in concessione che per i volumi emunti o imbottigliati, indicando come cifre di riferimento almeno 30 euro per ettaro e un importo tra 1 e 2,5 euro per m3 imbottigliato.

Per capire la situazione a sette anni dall’approvazione di questo documento Legambiente e Altreconomia hanno mandato un questionario a tutte le Regioni Italiane e il quadro che ne esce è estremamente eterogeneo con l’unico elemento comune che le condizioni sono sempre molto vantaggiose per le società che imbottigliano l’acqua e che gran parte delle Amministrazioni sono ancora inadempienti rispetto a quanto stabilito nel 2006.

Andando nel dettaglio:

l’unica Regione promossa nella classifica di Legambiente e Altrecomnomia è il Lazio che prevede un triplo canone, in funzione degli ettari dati in concessione (65 euro), dei volumi emunti (1 euro/m 3 ) e di quelli imbottigliati (2,17 euro a metro cubo).

10 Regioni sono state promosse con riserva perché prevedono il doppio canone (volume + superficie) secondo le linee guida nazionali, con canoni per i volumi imbottigliati o emunti tra 1 e 1,50 euro per metro cubo. La Calabria, il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia, le Marche, la Sicilia, la Toscana, la Provincia autonoma di Trento, l’Umbria, la Valle d’Aosta e il Veneto. In quest’ultimo caso, nonostante nel 2007 fosse stato stabilito un canone di 3 €/m3 , questo è stato poi ridotto incomprensibilmente a 1,00-1,50 €/m3 “a causa della crisi economica in atto e al fine di valorizzare la risorsa mineraria e garantire la difesa dei livelli occupazionali” come si legge sulla norma.

– Seguono poi 4 Regioni rimandate che, pur prevedendo un canone in funzione dei volumi imbottigliati, applicano ancora importi inferiori a 1 euro per metro cubo, in disaccordo con le linee guida nazionali. Sono la Basilicata, la Campania, il Piemonte e l’Abruzzo (quest’ultima è stata rimandata perché, nonostante a partire dal 2010 vi è stato un aumento della tariffa per unità di volume imbottigliato fino a 4 €/m3 , c’è la possibilità, di una riduzione a 0,30€ per ogni m3 o frazione di acqua imbottigliata per i concessionari che stipulano un protocollo d’intesa con la Regione per la difesa dei livelli occupazionali).

– Infine 6 sono le Regioni bocciate perché adottano incredibilmente i criteri solo in funzione degli ettari dati in concessione o delle portate derivate: la Provincia autonoma di Bolzano, l’Emilia Romagna, la Liguria, il Molise, la Puglia e la Sardegna.

Questa grande confusione ha un unico vero vincitore, le Società che imbottigliano l’acqua che continuano ad avere elevati vantaggi economici a differenza di tanti altri settori che in questo momento di crisi sono chiamati a fare sacrifici. Attività che, a fronte di oltre 2,2 miliardi di euro di affari nel solo 2011, hanno prodotto un ritorno economico per Comuni, Province o Regioni assolutamente irrisorio, nonostante la risorsa su cui svolgono i propri profitti sia un bene comune che appartiene alla collettività. Se al contrario si applicasse un canone uniforme su tutto il territorio e soprattutto più elevato, ad esempio 10 €/m3, come abbiamo proposto in più occasione, si arriverebbe ad avere un introito di 123 milioni di euro all’anno per le Regioni italiane, risorse che potrebbero essere vincolate a investimenti sul territorio riguardanti la tutela degli ecosistemi acquatici. La situazione più eclatante è quella della Liguria dove attualmente la Regione incassa appena 3.300 euro all’anno per le 5 concessioni attive sul territorio, mentre adeguando i canoni a valori e criteri più adeguati, quali quelli citati, potrebbe arrivare a oltre 1,2 milioni di euro. La Basilicata passerebbe dagli attuali 323mila euro a 9,2 milioni di euro, la Sardegna dagli attuali 39mila salirebbe a 2,5 milioni di euro. Un adeguamento necessario, perché l’acqua bene comune, oggi viene svenduta alle società imbottigliatrici.

Il problema dei canoni di concessione delle acque minerali e il tema delle risorse idriche e della loro gestione, ritornano attuali oggi in occasione della giornata mondiale dell’acqua in cui con forza si ribadiscono alcuni presupposti condivisi e fondamentali per tutte le attività che riguardano le risorse idriche, nessuno esclusa:

l’acqua è risorsa limitata, ed è sempre più scarsa in natura acqua di buona qualità, per non parlare di quella eccellente, quale è quella che oggi viene prelevata e imbottigliata;

l’acqua è un bene comune, un principio affermato chiaramente dall’esito dei referendum del giugno 2011 da una grande maggioranza di cittadini italiani, che rende l’acqua un bene della collettività nel suo complesso e come tale indisponibile ad un uso esclusivo a scopo di profitto;

chi inquina paga, un principio generale, assunto dalla legislazione comunitaria come riferimento-guida con il duplice obiettivo di rendere non vantaggiosi gli inquinamenti evitabili, e di recuperare risorse per le azioni di risanamento.

Tre principi che devono essere poste al centro delle attività delle Regioni per attivare un lavoro di revisione dei canoni di concessione per l’imbottigliamento dell’acqua, prendendo in considerazione innanzitutto l’altissimo valore della risorsa idrica, a maggior ragione quella di sorgente e di ottima qualità, e l’impatto ambientale causato dai consumi da primato delle acque in bottiglia in Italia. Al tempo stesso occorre mettere in campo anche una forte azione per aumentare la fiducia degli italiani nell’acqua di rubinetto che, sebbene sia aumentata negli ultimi 10 anni (la sfiducia riguardava il 40% delle famiglie nel 2002 – dato a cui ha contributo le vicenda altrettanto italiana delle deroghe sulle acque potabili, oggi ampiamente rientrata con la sola eccezione di alcuni Comuni della Regione Lazio – , mentre oggi questo dato è sceso al 30%). Per questo è importante che le amministrazioni locali e gli altri soggetti competenti attivino azioni per la promozione e la diffusione dell’utilizzo dell’acqua di rubinetto, attraverso campagne di sensibilizzazione dei cittadini e nelle scuole e altri interventi come la distribuzione delle “etichette dell’acqua potabile” alla cittadinanza, l’utilizzo di acqua in brocca nelle mense scolastiche o con l’installazione di erogatori sui luoghi di lavoro, nelle strade cittadine. Legambiente e Altreconomia lo stanno già facendo da anni con la campagna Imbrocchiamola (imbrocchiamola.org), con l’obiettivo di promuovere sempre di più nei pubblici esercizi (ristoranti, pizzerie, bar, etc.) la fornitura di acqua di rubinetto piuttosto che quella minerale imbottigliata. È uno dei tanti modi anche per far capire agli italiani che per bere acqua in bottiglia spendono mediamente 200 volte il prezzo che pagherebbero utilizzando l’acqua di rubinetto.

Giornata-Mondiale-dell'acqua-2013

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