Rifiuti in Campania, ecco la relazione del gruppo di lavoro del Ministero

Rifiuti-in-Campania

Il Ministro Balduzzi ha presentato ad Aversa la Relazione finale del gruppo di lavoro sulla “Situazione epidemiologica della regione Campania e in particolare delle province di Caserta e Napoli (città esclusa), con riferimento all’incidenza della mortalità per malattie oncologiche”. Il gruppo è stato costituito nel luglio scorso dal Ministro per verificare la connessione tra l’incidenza della mortalità per tumore nell’area in questione e fattori ambientali, in particolare quelli relativi alla gestione dei rifiuti. Al gruppo hanno preso parte esperti del Ministero della salute, dell’Istituto superiore di sanità e dei Carabinieri del NAS. La Relazione parte analizzando la situazione epidemiologica della popolazione campana oggi, circa l’attesa di vita, i tassi di mortalità, l’incidenza delle patologie tumorali e i relativi indici di sopravvivenza e mortalità, e sugli stili di vita e i fattori di rischio comportamentali. Successivamente, il documento si sofferma sulle problematiche connesse allo smaltimento dei rifiuti (legale o illecito) in Campania e sulle correlazioni tra specifiche patologie e l’esposizione ai processi di smaltimento, concludendo che non c’è un nesso causale accertato, ma che potenziali implicazioni sulla salute non possono essere escluse. Il gruppo di lavoro, inoltre, riconosce il deficit di offerta di smaltimento sia di rifiuti urbani che speciali, l’assenza nell’intera Regione di un impianto per lo smaltimento di rifiuti pericolosi, e la pericolosità di abbandoni incontrollati di rifiuti e del ricorso a pratiche di incendio dei rifiuti stessi con un alta probabilità di emettere direttamente nell’ambiente sostanze tossiche. La relazione afferma infine che non si può ignorare l’alta percezione del rischio che la popolazione residente presso siti di smaltimento rifiuti avverte, e quindi raccomanda una risposta di sanità pubblica proporzionata al contesto e propone una serie di interventi specifici.

Il problema della contaminazione da diossine in regione Campania è emerso, per la prima volta nel 2001, nel corso dell’attuazione del Piano Nazionale Residui (PNR), allorquando sono stati riscontrati in due campioni irregolari di latte ovi-caprino, livelli di diossine superiori ai limiti massimi consentiti dalla normativa comunitaria.

Successivamente, si sono registrate ulteriori emergenze legate alla contaminazione da diossine delle matrici alimentari, in particolare latte e prodotti derivati.

Di seguito, si riportano i risultati delle analisi effettuate su matrici biologiche, distinti nei vari piani di monitoraggio messi in essere dalla Regione, anche in collaborazione con questo Ministero. Vengono riportati esclusivamente i dati relativi alle ricerche per diossine e PCB diossina-simili.

PIANO NAZIONALE RESIDUI

Il Piano Nazionale Residui (PNR) è un piano di sorveglianza per la ricerca di residui di sostanze chimiche nel processo di allevamento degli animali e di prima trasformazione dei prodotti di origine animale.

  •  Dal 2006 al 2011, sono stati effettuati n. 199 campioni, sia di latte che di altri alimenti di origine animale (quali carne di bovini, suini, ovini e pollame, uova e acquacoltura), assegnati da questo Ministero alla Regione Campania, conformemente alle disposizioni comunitarie, sulla base delle produzioni regionali. I campioni sono stati prelevati in fase di produzione primaria degli alimenti di origine animale presso aziende scelte in modo casuale per garantire la rappresentatività statistica del campione. Un’unica non conformità è stata riscontrata nel 2009, in latte bufalino prelevato nella provincia di Caserta.
  • Dal 2008, inoltre, la regione Campania predispone un’intensificazione dei controlli (Extrapiano) per la ricerca di tale contaminante, per un totale di n. 107 controlli in matrice latte con un unico esito irregolare in campione di latte bufalino prelevato nel territorio della provincia di Caserta.

PIANO DI INTERVENTO PER FRONTEGGIARE L’EMERGENZA DIOSSINE (ANNO 2002-2004)

Allo scopo di valutare l’estensione del problema, tra l’aprile del 2002 e il settembre 2004, nell’ambito dei Piani di intervento per emergenza diossine disposti dalla regione Campania e dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di S. Maria Capua Vetere, sono stati prelevati campioni di latte di diverse specie (bovino, ovicaprino e bufalino) e campioni di mangimi zootecnici provenienti dalle stesse aree. L’area di campionamento, inizialmente limitata alle province di Napoli e Caserta, è stata progressivamente estesa ad altre zone del territorio regionale.

In totale sono stati analizzati 595 campioni di latte e 434 campioni di alimenti zootecnici.

  • dei 595 campioni di latte, 162 (27%) hanno superato il livello massimo di 3 pg WHO-TEQ/g grasso;
  • dei 434 campioni di alimenti zootecnici, 267 (61,5%) hanno superato i livelli massimi pari a 0,75 ng WHO-TEQ/kg.

I controlli sono stati effettuati in modo mirato per individuare le aree geografiche puntiformi in cui erano presenti gli allevamenti riscontrati positivi, allo scopo di delimitarle e di adottare misure restrittive rispetto alla commercializzazione degli alimenti ivi prodotti. Il controllo degli allevamenti è stato, poi, esteso a tutte le aziende situate nel raggio di 1 km.

Al fine di verificare la permanenza della contaminazione da diossine nel latte, le aziende riscontrate positive sono state ricontrollate dopo 90 giorni trascorsi dal momento in cui è stata interrotta l’alimentazione dell’animale con il mangime contaminato. In caso di persistente positività è stato disposto l’abbattimento degli animali. Al fine di salvaguardare il patrimonio zootecnico campano inoltre, sono stati adottati provvedimenti quali il divieto di pascolo in determinate aree e il cambio dell’alimentazione degli animali. Nei casi positivi sia negli alimenti che nei mangimi si è disposto il blocco delle produzioni degli allevamenti riscontrati irregolari e la distruzione degli alimenti e dei mangimi risultati positivi.

CONTROLLI 2007-2008: LEGGE REGIONALE N.3/2005

Tale legge prevede l’attuazione di controlli morfologici, chimico-fisici (tra cui la ricerca di diossine e PCB–DL) e microbiologici sui prodotti derivati dal latte di bufala ai fini della tutela del patrimonio zootecnico della bufala mediterranea italiana. Tra il mese di ottobre 2007 e febbraio 2008, sono stati effettuati controlli mirati in aree geografiche maggiormente esposte al rischio diossine e sono stati prelevati, per la ricerca di diossine e di composti diossina-simili, campioni di latte e prodotti lattiero- caseari in 130 stabilimenti.

  • Circa il 20% di tali campioni (26, di cui 4 di latte e 22 di mozzarella) è risultato non conforme per diossine.

Il sistema di rintracciabilità, verificato dai Servizi Veterinari delle ASL, ha consentito di risalire agli 83 allevamenti bufalini correlati a tali non conformità, per i quali è stato disposto il sequestro cautelativo, con divieto di conferimento del latte fino al completamento delle analisi per l’individuazione dei singoli allevamenti da considerare positivi. A tal fine sono stati prelevati campioni di latte ed alimento zootecnico negli 83 allevamenti sospetti.

PIANO UE (ANNO 2008)

I risultati fin qui riscontrati, associati alla contemporanea emergenza rifiuti a Napoli e Provincia hanno suscitato un allarme nei consumatori italiani e stranieri, tale da spingere la Commissione europea a chiedere all’Italia un programma straordinario di controllo ufficiale del latte bufalino, pena l’applicazione di una clausola di salvaguardia nei confronti dei prodotti lattiero- caseari italiani.

Il Piano, predisposto da questo Ministero, in collaborazione con la regione Campania e approvato dalla Commissione europea ha avuto inizio il 4 aprile 2008 e ha consentito di controllare, in un arco di tempo limitato (15 giorni), tutti i caseifici della regione Campania, in possesso di riconoscimento CE, che trasformavano latte bufalino, campionando latte di massa proveniente da massimo 4 allevamenti. Come limite normativo di riferimento è stato individuato il limite cautelativo pari a 2 picogrammi/grammi di materia grassa per diossine e composti diossina-simili.

Il piano si è articolato in 3 fasi:

– Fase I: campioni di latte bufalino prelevati presso caseifici situati nelle province di Avellino, Caserta e Napoli;

– Fase II: campioni di latte bufalino prelevati presso caseifici situati nelle province di Salerno e Benevento;

– Fase III: campioni prelevati presso allevamenti individuati sulla base dei riscontri analitici relativi alle Fasi I e II e negli allevamenti bufalini, bovini e ovi-caprini insistenti all’interno di un buffer con raggio pari a 3 km.

Nella I e II fase, sono stati controllati 240 caseifici, per un totale di 387 campioni di latte proveniente da 959 allevamenti bufalini.

  •  39 campioni hanno fornito esito irregolare (pari al 10,1%), permettendo di individuare 102 allevamenti potenzialmente contaminanti che sono stati sottoposti a controllo nella Fase III. Estendendo il monitoraggio anche alle aziende ricadenti nei buffer, sono state analizzati 660 campioni di latte e di alimenti zootecnici. Le aziende zootecniche risultate non conformi, nell’intero periodo di attuazione del piano UE sono tate 87.

In linea generale, nel corso del Piano UE, alla data del 31 dicembre 2008 sono state controllate 1.111 aziende bufaline, 22 aziende bovine e 4 aziende ovi-caprine. Considerando che al 17 dicembre 2008, in Campania, erano presenti 1.545 allevamenti bufalini, il piano UE ha portato al campionamento del 71,9% della realtà zootecnica bufalina.

PIANO DI SORVEGLIANZA SULLA CONTAMINAZIONE DA DIOSSINE IN CAMPANIA (ANNO 2008-2010)

Il piano, approvato con delibera regionale del 21.12.2007, di durata triennale, mirava a verificare il livello di contaminazione da diossine e PCB diossina-simili negli allevamenti a vocazione lattifera mediante una distribuzione diffusa, uniforme e random dei campioni di latte, foraggio e matrici ambientali.

La Tabella 1 mostra la distribuzione dei campioni nel triennio 2008-2010.

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PIANO DI SORVEGLIANZA CONTAMINAZIONE DIOSSINE IN CAMPANIA

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Anno

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Latte

Alim zootecnico

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Altro

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Tot/Anno

2008

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112

4

0

116

2009

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85

61

5

151

2010

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58

53

0

111

Tot/Matrice

255

118

5

378

Tabella 1 – Distribuzione dei campioni nel triennio 2008-2010

In generale, sono stati riscontrati 5 campioni irregolari (1 nel 2008 e 4 nel 2009).

PIANO REGIONALE INTEGRATO (ANNO 2011-2014)

Il piano è motivato dall’analisi del rischio scaturita dalle attività degli anni precedenti, che hanno fornito le seguenti informazioni:

– la concentrazione delle maggior parte delle non conformità si colloca nella zona del basso casertano ed in particolare nell’area compresa tra la sponda sinistra del Volturno e la sponda destra dei Regi Lagni (hinterland napoletano);

– l’analisi della distribuzione dei congeneri ha evidenziato come il profilo delle diossine casertane si discosti da qualunque fonte di origine industriale ma sia imputabile piuttosto ad un incenerimento selvaggio ed incontrollato di rifiuti plastici abbandonati. L’abbandono incontrollato dei rifiuti è una delle numerose emergenze ambientali del territorio del basso casertano e non a caso parte di quella zona lambisce l’area tristemente nota come Terra dei fuochi.

Il programma prevede il campionamento di latte di massa e di alimenti zootecnici presso aziende zootecniche (bovine, ovi-caprine e bufaline) in aree definibili a rischio, in base alla valutazione del rischio eseguita a partire dai dati sanitari ed ambientali ottenuti dalle pregresse attività di monitoraggio. Saranno prelevati 200 campioni/anno (100 di latte di massa e 100 di alimenti zootecnici) presso 50 aziende. Pertanto, ogni azienda sarà campionata per ben due volte a distanza di sei mesi, al fine di valute presso la stessa azienda l’andamento dei livelli di contaminanti nel corso dell’anno.

PIANO SIN

La DGISAN, nel febbraio 2011, ha emanato un Piano nazionale di monitoraggio dei contaminanti ambientali in alimenti di origine animale prodotti nei Siti di Interesse Nazionale o in prossimità degli stess (Piano SIN). In attuazione di tale piano, è stata avviata un’attività di monitoraggio, mediante l’utilizzo di bioindicatori, quali animali della specie ovi-caprina (latte), vongole o in alternativa galline ovaiole (uova)/mitili, al fine di raccogliere tutti dati necessari per una corretta definizione dei livelli di rischio per i principali contaminanti negli alimenti di origine animale.

Il piano, di durata triennale, si prefigge lo scopo di monitorare tutti i SIN di interesse per la sicurezza alimentare.

Per la regione Campania, sono stati già valutati il Sin Sarno e il SIN Agro aversano e litorale domitio flegreo. Il primo ha visto coinvolte le province di Avellino e Salerno, mentre per il secondo, che interessa le province di Caserta e Napoli, si è ancora in attesa degli esiti delle analisi.

OBBLIGO IN AUTOCONTROLLO

Dal 2006, d’intesa con la Regione Campania, è stato disposto da questo Ministero l’obbligo dell’inserimento del controllo del “rischio diossina” nei piani di autocontrollo degli operatori del settore lattiero-caseario (stabilimenti di trasformazione, centri di raccolta). In particolare, vige l’obbligo dell’effettuazione di un controllo analitico semestrale su latte di massa conferito. I servizi veterinari delle Aziende Sanitarie Locali verificano i piani di autocontrollo di tutte le aziende produttrici di alimenti di origine animale.

CONCLUSIONI

L’analisi di tutti i dati ottenuti, suggerisce la presenza di una sorgente di contaminazione di tipo termico, ma non di origine industriale, e la variabilità dei profili di contaminazione riscontrata evidenzia che l’origine della contaminazione non è riconducibile ad un’unica fonte ma piuttosto alla presenza di molteplici sorgenti diffuse nel territorio.

È importante segnalare che la regione Campania, ha fornito linee guida procedurali generali da applicare in tutti i casi di roghi ed incendi di materiali plastici e rifiuti, al fine di automatizzare e rendere più tempestivi gli interventi di prevenzione.

Inoltre, il Ministero della Salute ha sollecitato la Prefettura di Napoli al coinvolgimento dell’Assessorato alla Sanità della regione Campania e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno per gli aspetti analitici ed epidemiologici al Tavolo istituito con un Protocollo d’Intesa finalizzato all’accertamento dello stato dei luoghi e delle condizioni igienico-sanitarie nelle aree oggetto di deposito incontrollato di rifiuti o di combustione degli stessi.

LA SALUTE DELLA POPOLAZIONE IN CAMPANIA OGGI

  •  ATTESA DI VITA E TASSI DI MORTALITÀ

La descrizione del profilo di salute della popolazione campana indica, da tempo una situazione generalmente sfavorevole rispetto al resto di Italia, con una differenza di attesa di vita alla nascita inferiore di due anni rispetto alla regione Marche, che ha l’attesa di vita più elevata in Italia, senza peraltro identificare una singola patologia o un solo sottogruppo di popolazione, come ci si attenderebbe da esposizioni ambientali limitate geograficamente.
Comunque i tassi di mortalità, anche per cause specifiche, sono in diminuzione.
In Campania, come in generale in Italia, nel 2009 le malattie del sistema circolatorio rappresentano la quota maggiore di mortalità (40% circa); risultano inoltre elevati i tassi di mortalità per malattie dell’apparato respiratorio, dell’apparato digerente e per diabete mellito (per quest’ultimo la mortalità tra le donne è doppia rispetto al dato nazionale).

  • INCIDENZA DEI TUMORI, TASSI DI SOPRAVVIVENZA E MORTALITÀ

Per quanto riguarda i tumori maligni nel loro complesso, la mortalità in Campania tra gli uomini è superiore ai valori dell’intera Italia per il contributo delle province di Caserta (solo per gli uomini) e di Napoli (per entrambi i generi), con tassi particolarmente elevati per tumori di fegato, laringe, trachea-bronchi e polmone, prostata, vescica (nelle donne solo del fegato, della laringe e della vescica).
Nelle due province di Caserta e Napoli si osservano i tassi più alti per molte sedi tumorali.
Nella parte meridionale della Provincia di Napoli e nella parte settentrionale della Provincia di Caserta, precedenti studi hanno mostrato eccessi di mortalità per numerose cause, in particolare oncologiche, nonché eccessi di prevalenza alla nascita di malformazioni congenite. Tali fenomeni si presentano con significative aggregazioni spaziali (“clusters”); in ogni caso tra il 1988 e il 2008 si rilevano andamenti decrescenti.
Per l’incidenza dei tumori negli uomini si stimano in Campania livelli più elevati rispetto alla macro-area del Sud, ma generalmente in linea con il valore nazionale (tutti i tumori, stomaco) o inferiori (colon-retto, prostata), ad eccezione del tumore del polmone, la cui incidenza si va riducendo ma è significativamente più elevata della media nazionale.
Questi eccessi sono in buona parte riconducibili a fattori di rischio noti e maggiormente presenti nell’area considerata (prevalenza di infezioni da virus per l’epatite C e B, prevalenza dei fumatori). Nelle donne, la Campania presenta livelli più elevati rispetto alla macro-area Sud ma generalmente inferiori ai valori nazionali (tutti i tumori, mammella, colon-retto) o equivalenti (stomaco, polmone, cervice).
Gli andamenti della sopravvivenza per tumore a cinque anni dalla diagnosi hanno evidenziato in Italia negli ultimi vent’anni un generale miglioramento per tutte le sedi più frequenti, sia per gli uomini che per le donne, in tutte le aree. Tuttavia permangono le differenze geografiche con sopravvivenze più elevate nelle aree del Centro-Nord rispetto al Sud. La sopravvivenza nel Meridione è infatti inferiore di circa 3 punti percentuali rispetto alla media dei registri (57% vs 60% nelle donne e 49% vs 52% negli uomini).

Nell’ambito del meridione, poi, il Registro tumori di Napoli si distingue per livelli di sopravvivenza marcatamente inferiori (parte di queste differenze si spiega con la differente composizione per sede tumorale nelle diverse aree, che rende non perfettamente confrontabili i risultati di sopravvivenza per l’aggregato di tutti i tumori).

I dati di sopravvivenza per i tumori per i quali la precocità della diagnosi è predittiva di esito trovano riscontro con scarsa adesione ai programmi di screening, che per la Regione Campania è molto lontana dal dato medio nazionale e dalla copertura desiderabile.
Pesano notevolmente anche le difficoltà di accesso alle strutture sanitarie di diagnosi e cura da parte delle fasce di popolazioni più deboli e a rischio e l’enorme frazionamento dei percorsi sanitari (migrazione, notevole presenza di strutture sanitarie private convenzionate), in assenza di uno standard di qualità di riferimento sia di tipo diagnostico che terapeutico.

  • STILI DI VITA E FATTORI DI RISCHIO COMPORTAMENTALI

Stili di vita e fattori di rischio comportamentali connessi all’insorgenza della malattie croniche, quali sedentarietà, eccesso ponderale e fumo sono significativamente più frequenti nella popolazione campana che nel resto del Paese, con tendenza all’aumento. In particolare, sono da segnalare – per la province di Napoli e Caserta – alte prevalenze di sedentari, fumatori e scarsa adesione ai programmi di screening oncologici.
Particolarmente allarmante in Campania è il problema dell’obesità/sovrappeso nei bambini. La sorveglianza “OKkio alla Salute”, promossa dal Ministero della Salute e condotta dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con le Regioni su un campione rappresentativo di bambini della classe terza primaria (circa 8 anni di età), nel 2010, ha evidenziato che in Campania il 28% dei bambini è in sovrappeso e il 21% in condizione di obesità, con una correlazione con l’indice di massa corporea dei genitori ed, inversamente, con il livello di istruzione.
Lo Studio HBSC (Health Behaviour in School-aged Children) su stili di vita e salute dei dagli alunni di 11, 13 e 15 anni, confermano la Regione Campania come quella con la più elevata prevalenza di sovrappeso e obesità dell’intero Paese. In particolare, questo primato riguarda per la maggior parte il sesso maschile e tutti e tre i gruppi di età. Riguardo i comportamenti a rischio, come l’abitudine al fumo e il consumo di alcol, i dati emersi indicano rispettivamente prevalenze molto inferiori rispetto alla media nazionale e di poco inferiori alla media nazionale.
Per quanto riguarda gli adulti tra i 18 e i 69 anni, il Sistema di sorveglianza PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la salute in Italia), affidato dal Ministero della Salute all’Istituto superiore di sanità (CNESPS), ha fornito altre importanti informazioni sulla popolazione Campania. Dai dati 2010, su un campione di oltre duemila persone, è emerso che il 36% del campione campano è in sovrappeso, mentre gli obesi sono il 13%.
Il consumo di frutta e verdura risulta diffuso, anche se solo l’8% aderisce alle raccomandazioni internazionali, consumandone cinque volte al giorno.
E’ completamente sedentario il 37% del campione.
Si stima, inoltre, che quasi la metà della popolazione tra 18 e 69 anni consumi bevande alcoliche ed il 9% abbia abitudini di consumo considerate a rischio, mentre il 31% si dichiara fumatore. In proposito va comunque segnalato che il consumo alcolico a rischio fa registrare prevalenze minori in Campania rispetto alle altre regioni, tuttavia con tendenza all’aumento.
Anche per altri fattori di rischio cardiovascolare, come il diabete, si registra un eccesso in Campania, mentre la prevenzione operata attraverso il controllo della pressione arteriosa è meno frequente, che nel resto del Paese. Solo il 9% degli ultraquarantenni intervistati riferisce che gli è stato valutato il rischio cardiovascolare dal proprio medico.
Gli svantaggi in termini di fattori di rischio comportamentali connessi alla salute si mantengono anche “correggendo” le stime per le disuguaglianze socio-economiche.

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NESSO TRA SALUTE E RIFIUTI IN CAMPANIA

Quando si affronta questo tema è d’uopo innanzitutto differenziare i rifiuti urbani di origine domestica dai rifiuti speciali di origine industriale, pericolosi e non, gli impianti a norma dagli impianti non a norma e dagli abbandoni di rifiuti, gli impianti di incenerimento di nuova generazione a basso impatto ambientale da quelli di vecchia generazione a più alto impatto ambientale, in quanto l’intensità e modalità dell’esposizione può essere sostanzialmente differente.

La maggior parte degli studi, i cui risultati sono oggi disponibili sul possibile impatto dei siti di smaltimento dei rifiuti, riportano quasi tutti effetti a lunga latenza e per esposizioni a lungo termine, e quindi riguardano impianti di vecchia generazione, discariche non costruite e gestite secondo gli standard europei, inceneritori con tecnologie di abbattimento degli inquinanti emessi nell’ambiente oramai obsolete rispetto a quelle previste dalla attuali e più recenti normative comunitarie e nazionali e non quindi predittivi degli effetti di recenti o future installazioni. Pochi lavori, invece, si sono occupati di pratiche illecite di smaltimento dei rifiuti, urbani e/o speciali, quali l’abbandono e la combustione incontrollata.

Nello specifico contesto delle due Province in studio, ma anche dell’intera Regione Campana, purtroppo si deve rilevare un dato specifico: rispetto alla produzione di rifiuti urbani (di origine domestica) e speciali (di origine industriale) vi è un deficit di offerta di smaltimento; inoltre nell’intera Regione non vi è alcun impianto per lo smaltimento di rifiuti pericolosi, ivi compreso per lo smaltimento di amianto e di cemento amianto (eternit). Ciò ingenera il rischio di abbandoni incontrollati di rifiuti, sia non pericolosi che pericolosi, e di ricorso a pratiche di incendio dei rifiuti stessi con un alta probabilità di emettere direttamente nell’ambiente sostanze tossiche quali gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), Diossine e Furani, Metalli pesanti e COV (Carbonio Organico Volatile) in generale.

Per tutte le ragioni su esposte e per il fatto che l’esposizione della popolazione ai rifiuti è in generale di tipo indiretto, attraverso matrici ambientali contaminate per fenomeni di rilascio di sostanze pericolose dai rifiuti che le possono contenere, è estremamente complesso valutare il ruolo che i rifiuti svolgono nel carico complessivo di inquinanti che può arrivare all’uomo dalle varie forzanti/pressioni ambientali presenti sul territorio, quindi in alcuni casi sarebbe molto utile ricorrere anche a studi di biomonitoraggio umano, in particolar modo quando si ha il fondato sospetto di una esposizione a rischio. Nel caso specifico recentemente si è condotto uno studio di biomonitoraggio umano, denominato SEBIOREC, arruolando la popolazione delle aree ritenute a maggior rischio (l’area compresa tra la Provincia di Napoli e la Provincia di Caserta), i cui esiti hanno dimostrato che le sostanze riscontrate nei fluidi biologici analizzati rientravano nei valori oggi ritenibili “normali”. Nell’interpretazione dei risultati di questi studi si deve tener conto del possibile ruolo di altri fattori di rischio (ad esempio esposizioni legate a stili di vita o occupazione o altre pressioni ambientali), del loro possibile effetto sinergico con le esposizioni ambientali in generale e con quelle determinate dai siti di smaltimento dei rifiuti, queste ultime particolarmente complesse da valutare, soprattutto nel caso delle pratiche illegali.

In accordo con i più recenti documenti di istituzioni internazionali (come l’Organizzazione Mondiale della Sanità) e articoli scientifici pubblicati, si può affermare che non c’è nesso causale accertato tra l’esposizione a siti di smaltimento di rifiuti e specifiche patologie, ma potenziali implicazioni sulla salute non possono essere escluse.

Non si può inoltre ignorare l’alta percezione del rischio che la popolazione residente presso siti di smaltimento rifiuti avverte e quindi una risposta di sanità pubblica proporzionata al contesto è opportuna.


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+