Povera Italia: Rischio idrogeologico, consumo del suolo, cementificazione selvaggia e scarsa manutenzione

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L’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, fedele ad un impegno istituzionale di offrire contributi di conoscenza e di proposte per la difesa idraulica del territorio del nostro Paese, ha provveduto ad aggiornare al 2013 la proposta per un piano di interventi per la riduzione del rischio idrogeologico. Tra le priorità strategiche per l’economia del Paese non è stato finora considerato il problema della diffusa fragilità del territorio con il riconoscimento della conseguente imprescindibile esigenza di azioni mirate a metterlo in sicurezza attraverso una costante azione di manutenzione che garantisca, con la riduzione del rischio idrogeologico, quelle condizioni di conservazione del suolo indispensabili alla vita civile ed alle attività produttive. Deve essere in sostanza realizzata una politica di messa in sicurezza del territorio attraverso la manutenzione che garantisca quelle condizioni di conservazione del suolo indispensabili alla vita civile e alle attività produttive anche attraverso regole comportamentali sull’uso del suolo. Manutenzione ed usi del territorio sono un binomio inscindibile cui è subordinata in gran parte la sicurezza territoriale del Paese.

Il dissesto idrogeologico in Italia risulta diffuso, interessa, secondo i dati ufficiali, l’82% dei Comuni. Nei rapporti ufficiali vengono raccolti dati che destano vivissima preoccupazione se si considera che la elevata criticità idrogeologica del territorio italiano determina che 6 milioni di persone abitano in un territorio ad alto rischio idrogeologico e 22 milioni in zone a rischio medio. Si calcola che 1 milione 260 mila edifici sono a rischio di frane ed alluvioni e, di questi, oltre 6 mila sono scuole mentre gli ospedali sono 531.

Una analisi compiuta dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, sugli eventi di frane ed inondazioni con vittime, rivela che tra il 1950 e 2012 si sono registrati 1.061 eventi di frana e 672 eventi di inondazione. Le vittime sono state oltre 9.000 e gli sfollati e senza tetto oltre 700.000. Tali eventi hanno avuto impatto sui beni privati e collettivi, sull’industria, sull’agricoltura, sul paesaggio e sul patrimonio artistico e culturale. Secondo i dati ANCE-CRESME del 2012 tra il 1944 e il 2011 il danno economico prodotto in Italia dalle calamità naturali supera 240 miliardi di euro, con una media di circa 3,5 miliardi di euro all’anno. Le calamità idrogeologiche hanno contribuito per circa il 25% al danno complessivo. Le cause sono molteplici e concorrenti; alla variabilità climatica con il conseguente regime di piogge intense e concentrate nello spazio e nel tempo, si uniscono l’impetuosa urbanizzazione ed il disordine nell’uso del suolo, la mancata cura del territorio attraverso una costante manutenzione. In generale molte delle calamità sono generate da eventi idrologici eccezionali (con ritorni di 30 anni e più) contro i quali non risulta possibile la prevenzione non solo tecnicamente ma anche economicamente attesi i costi enormi per realizzare opere idrauliche in grado di contenere fenomeni con ritorni 50 o 100 anni. E’ però possibile ridurre l’impatto degli eventi eccezionali attraverso azioni volte a rinforzare i territori fragili, a provvedere alle manutenzioni finalizzate a consentire lo scolo e garantire la regolazione idraulica, ad assicurare il funzionamento degli impianti idrovori ed il consolidamento degli argini. Si tratta in sostanza di provvedere alle necessarie e costanti azioni di manutenzione straordinaria del sistema idraulico. D’altra parte va ricordato che lo stabilirsi, nel territorio rurale, di impianti industriali, il diffondersi di insediamenti civili, lo svilupparsi di reti stradali e ferroviarie hanno accresciuto le esigenze di difesa idraulica del territorio, anche per effetto dell’impermeabilizzazione del suolo che ha modificato il regime delle acque superficiali, non più trattenute dal terreno agrario. La fragilità del territorio risulta certamente aggravata dalla intensa urbanizzazione. Si stima che il consumo del suolo nel periodo 1990-2005 sia stato di oltre 244.000 ettari all’anno (circa due volte la superficie del Comune di Roma), in pratica oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio). La Commissione Europea, al riguardo, ha pubblicato uno studio sul tema “orientamenti in materia di buone pratiche per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo”, cui tra gli altri ha contribuito anche l’ANBI.

L’impermeabilizzazione, considerata uno dei maggiori processi di degrado del suolo, è infatti un problema esistente in tutto il territorio europeo, uno dei continenti più urbanizzati al mondo. Si calcola che tra il 1990 e il 2006 in Europa si sia avuto un aumento delle aree di insediamento del 9% in media. Diventa quindi una priorità europea limitare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo, impedendo la occupazione di altre aree verdi (riutilizzo siti dismessi, incentivi all’affitto di case non occupate, ecc.). Va ricordata la forte pressione dell’impermeabilizzazione sulle risorse idriche. Un suolo può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro, o circa 400 mm di precipitazioni. L’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia nel suolo, in casi estremi impedendolo completamente. Viceversa l’infiltrazione di acqua piovana nei terreni talvolta fa si che essa impieghi più tempo per raggiungere i fiumi, riducendo la portata e quindi il rischio di inondazioni (mitigazione naturale delle alluvioni da parte del territorio).

Al fine di risolvere il problema del consumo del suolo, incidente molto negativamente sulla sicurezza idraulica, il Ministro delle Politiche Agricole Prof. Mario Catania ha presentato nel 2012 un disegno di legge con il quale sarebbe possibile contrastare il problema e ridurne in tempi brevi gli effetti. Negli ultimi 40 anni la superficie coltivata si è ridotta di circa il 28% arrivando a meno di 13 milioni di ettari. I fenomeni da contrastare sono la cementificazione selvaggia (principalmente nelle aree più fertili) e l’abbandono delle terre marginali da parte degli agricoltori. L’obiettivo che si vuole raggiungere è quello di fissare l’estensione massima di superficie edificabile sul territorio italiano. Viene introdotto il divieto per coloro che hanno ricevuto aiuti di Stato o comunitari di cambiare la destinazione agricola per almeno 5 anni dall’ultima erogazione pena una contravvenzione e la demolizione delle opere eventualmente costruite. Si attribuisce priorità alla concessione di finanziamenti mirati al recupero dei nuclei abitati privati, per la ristrutturazione e restauro degli edifici esistenti e la conservazione ambientale del territorio. Tali azioni consentirebbero il vantaggio di limitare la perdita di terreni agricoli, aumentando le produzioni agricole e l’approvvigionamento alimentare, ridurrebbe l’alterazione del paesaggio incentivando la riqualificazione dei piccoli borghi rurali, assicurerebbe la tutela dell’ecosistema, aumentando da un lato la capacità del suolo di assorbire CO2, e limitando dall’altro le alterazioni dell’assetto idraulico ed idrogeologico del territorio Si auspica che il nuovo Parlamento possa valutare positivamente tale disegno di legge. In una situazione territoriale come quella fin qui descritta è di fondamentale importanza ridurre i fenomeni di dissesto, contenere i versanti franosi, sistemare le pendici, regolare i torrenti ed i piccoli corsi d’acqua, provvedere finalmente a realizzare gli adeguamenti di quelle opere di bonifica idraulica destinate alla difesa del suolo (canali, scolmatori, argini, manufatti idraulici, colatori, impianti idrovori, etc.) che, alle condizioni attuali di un territorio profondamente modificato, non garantiscono la necessaria riduzione del rischio idraulico.


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+