Ora è il turno della Spagna, la prossima chi sarà?

 

Quattro spagnoli su dieci sono disoccupati. Metà dei giovani e’ senza lavoro. Tre milioni di case restano invendute, ci sono 159 sfratti al giorno. E adesso le banche. Hanno accumulato debiti che sono diventati buchi e poi voragini. Il sogno si e’ infranto. La bolla immobiliare e’ esplosa.

Gli istituti di credito sono saltati uno dietro l’altro. L’ultimo la Bankia, la più popolare, specializzata nel “ladrillo”, il vecchio sano mattone dove era più sicuro investire. Dieci milioni di clienti, 400mila azionisti. In sette mesi ha perso il 58 per cento del suo valore. La gente ha avuto paura, si e’ fatta prendere dal panico. Se falliscono le banche e’ la fine: rischiano anche i poveri risparmiatori di una vita. Allora, via, tutti in fila davanti agli sportelli, a ritirare quello che si può. Lo fanno anche adesso. nei bancomat che pullulano ad ogni angolo, che con le loro luci intermittenti erano un invito a prendere e a spendere. Ma che ora ti consentono solo piccoli prelievi con tetti di 200 euro. Carte di credito che sono solo tesserini magnetici. Solo nel mese di maggio sono stati ritirati 66 miliardi di euro: 22 da singoli cittadini. Altri 220 miliardi sono finiti all’estero.

Molti li hanno nascosti in casa, nei posti più impensabili. Persino sotterrati. Sembra che sia aumentata la richiesta di casseforti, e di inferriate alle finestre. Cresce un sentimento di paura. Ci sono voluti tre mesi per chiedere un aiuto. Il premier Rajoy insiste nel definirlo un’offerta. “Riguarda solo le banche”, ribadisce per l’ennesima volta. “Non avrà alcuna conseguenza sulla macroeconomia. E un passo nella giusta direzione”. La gente, raccolta nei bar, nei ristoranti, lungo le strade e le piazze di Madrid, ascolta e scuote la testa. “Ci avete mentito sempre, mentite ancora adesso”, e’ il grido delle persone. Tutti sanno che i 100 miliardi concessi mettono in mora l’intero sistema finanziario spagnolo. Il risultato sarà: nuove tasse, salari tagliati, licenziamenti e pensioni decurtate.

Dalla Grecia si e’ passati all’Irlanda, al Portogallo e ora alla Spagna. Non si può escludere che i problemi del sistema bancario spagnolo possano estendersi in Italia e in altri Paesi dell’eurozona.

Ed ecco pronto l’ennesimo piano “per salvare l’euro”. Secondo il settimanale tedesco Spiegel ci starebbero lavorando, in vista del Consiglio europeo di fine mese, il presidente della Commissione Barroso, quello del Consiglio Van Rompuy, quello dell’Eurogruppo Juncker e il capo della Bce Draghi. Si tratterebbe, in sostanza, di un progetto che prevede il trasferimento delle competenze di bilancio dagli Stati nazionali, accompagnato però da una condivisione del debito. In realtà, da quanto è dato capire, non si tratterebbe di un piano completamente nuovo, e neppure molto “segreto”.
Ma delle linee di fondo del documento che Van Rompuy era stato incaricato di preparare nel vertice informale del 23 maggio scorso perché potesse essere oggetto di una prima discussione nel Consiglio europeo formale del 28 e 29 giugno. Secondo il settimanale tedesco, il piano prevedrebbe “una vera unione fiscale con un rigido controllo finanziario” che impedirebbe agli Stati membri di assumere autonomamente nuovi debiti. I governi nazionali avrebbero a loro completa disposizione soltanto i mezzi finanziari che sono coperti dalle loro entrate.
Chi avesse bisogno di più denaro dovrebbe chiedere il permesso al Gremium (organismo, in tedesco) dei ministri finanziari. Sarebbero questi a decidere quali richieste di finanziamento sarebbero autorizzabili e in quale misura. Per finanziare questi debiti “autorizzati”, l’organo dei ministri dovrebbe emettere (attenzione) degli “euro-titoli” comuni. Si tratta, come è evidente, dei famosi eurobond, richiesti dalla Commissione Ue e da molti governi, ma finora sempre respinti da Berlino.
Il Gremium dei ministri finanziari verrebbe diretto da un presidente che, in prospettiva, potrebbe diventare un vero e proprio ministro europeo delle Finanze. Il controllo sull’operato dal gruppo dei ministri verrebbe esercitato da un altro organismo, composto da rappresentanti dei parlamenti nazionali.
Fin qui il piano “rivelato” dallo Spiegel. Il fatto che contenga, fra le altre cose, i cosiddetti euro-titoli significa forse che il governo Merkel ha ritirato il veto sugli eurobond ed è disposto ad accettare una almeno relativa comunitarizzazione del debito? Calma. Se la struttura del piano corrisponde allo schema al quale sta lavorando Van Rompuy, va detto che questo documento prevede, sì, forme di condivisione del debito e che, d’altra parte, la creazione di eurobond è stata più volte sollecitata dalla Commissione Ue ed è quindi, in qualche modo, la linea ufficiale dell’Unione.
Ma si tratterebbe di uno sviluppo su tempi lunghi, da perseguire al termine del complicato processo che porterebbe a cessioni di sovranità nazionali al Gremium, alla realizzazione, su questa base, di una unione bancaria e alla prescrizione agli stati membri di riforme strutturali decise da Bruxelles.
Il problema dei tempi. Si tratterà di un piano sdraiato su tempi necessariamente lunghi, mentre la crisi dell’euro rischia di avere tempi molto brevi. E sul fronte dell’emergenza lo stallo è evidente. Berlino continua a puntare tutto sull’entrata in vigore del Fiscal compact che obbligando a una ferrea disciplina di bilancio rimetterebbe da solo su due piedi l’economia continentale. Almeno nella visione di Frau Merkel, la quale si sta impegnando al massimo perché il patto venga ratificato entro la fine del mese dal Bundestag e il 9 luglio nell’ultima seduta del Bundesrat, la Camera dei Länder che deve anch’essa, come il Bundestag, votare con una maggioranza dei due terzi, quota che il centrodestra, fino a questo momento, non ha. Le trattative sono senza sosta: mercoledì la cancelliera incontrerà i vertici di Spd e Verdi. L’opposizione, incassato l’assenso alla creazione della tassa europea sulle transazioni anche senza la partecipazione britannica, chiedono “ulteriori impulsi alla crescita”. Il governo promette future, vaghe “iniziative” in sede europea, ma continua ad opporsi strenuamente a “misure congiunturali”.
Viene rifiutata persino la proposta di un fondo di compensazione per i debiti pregressi, che il centrodestra considera un subdolo espediente per comunitarizzare le perdite. La cancelliera ha ancora pochi giorni per chiudere il negoziato. E ancor più complicato potrebbe essere quello che comincerà giovedì al Bundesrat: tutti i governi regionali chiedono compensazioni per i tagli che dovranno operare per il Fiscal compact.

(Fonte Repubblica-L’Unità)


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About Claudio Rossi

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