Muri e barriere non risolvono il problema

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Uno degli aspetti più visibili e simbolicamente significativi dell’irrigidimento delle politiche nei confronti di migranti e rifugiati è la costruzione di muri e barriere fra uno stato e l’altro, che la storia ci dice essere iniqui e comunque non risolutivi.  Oppure c’è ’idea di “delocalizzare” la difesa dei confini affidando a governi che non rispettano i diritti umani il compito di arginare le partenze dei loro cittadini e di accettare i rimpatri. Esistono alternative che non richiedono la rinuncia a valori e principi sui quali, ancora, si fonda la nostra convivenza civile.   

Il Center for Global Development (CDG) pubblica ogni anno un Indice di Impegno per lo Sviluppo (Commitment to Development Index – CDI -) che valuta le politiche dei 27 paesi più ricchi del mondo in sette aree importanti per la promozione dello sviluppo a livello globale. Una di queste è quella delle politiche per l’immigrazione. In questa area, nel CDI del 2016, l’Australia è al quinto posto dopo Norvegia, Svezia, Canada e Nuova Zelanda[1]. Questo risultato è dovuto a due ragioni. La prima è che i rifugiati accolti in territorio Australiano vengono, in effetti, aiutati molto, e bene, ad integrarsi[2]. La seconda è, a nostro parere, che l’Indice viene calcolato in modo lacunoso: dovrebbe essere perfezionato e includere il modo in cui vengono trattati i “potenziali” rifugiati che tentano di raggiungere l’Australia, cosa che, attualmente, non avviene. Un altro esempio di come il tentativo di riportare tutto a numeri e percentuali possa essere fuorviante.

L’altra faccia delle politiche Australiane: respingimenti e deportazioni 

La nostra politica per la protezione dei confini è la migliore del mondo”. Così si è espresso il Primo Ministro Australiano Malcolm Turnbull il 19 settembre scorso, all’apertura della sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riunita per discutere di migranti e rifugiati. La Commissione Australiana per i Diritti Umani ha recentemente pubblicato un utile, e critico, rapporto in proposito[3]. Quella che il Governo Australiano chiama “The Pacific Solution” è stata introdotta per la prima volta nel 2001, sospesa nel 2008 e reintrodotta nel 2011. L’Australia respinge le navi cariche di migranti che riesce ad intercettare e deporta nelle isole di Nauru (parte di Papua Nuova Guinea) e Manus chi riesce a sbarcare. Il 10 agosto scorso il Guardian ha pubblicato i Nauru files, una raccolta di circa 2.000 testimonianze sulle condizioni di vita dei deportati sull’isola, sugli innumerevoli abusi su adulti e bambini, sulle violenze sessuali[4]. Documenti fatti uscire clandestinamente dal momento che i giornalisti non sono ammessi sull’isola. La domanda per un visto-stampa (la domanda, non il visto stesso) costa 8.000 US$ e rimane senza risposta[5]. Al 31 luglio 2016, i detenuti erano 833 a Manus Island e 411 a Nauru[6]. Dopo gli accertamenti, 9 su 10 dei detenuti nelle due isole vengono, solitamente, riconosciuti come legittimi rifugiati. Vengono loro offerti 10.000 US$ se accettano di tornare da dove sono partiti e viene loro prospettato un futuro incerto se rifiutano[7]. Ma non vengono trasferiti in Australia. Vengono “sistemati” in Papua Nuova Guinea, a Nauru, dietro compensi finanziari. Recentemente, la Corte Suprema della Papua Nuova Guinea ha dichiarato illegale il campo di Nauru. Di conseguenza, verrà chiuso. E’ probabile che i suoi ospiti vengano trasferiti a Christmas Island, isoletta che fa parte del territorio Australiano. 

La progressiva erosione del dovere di proteggere

Sembra che l’Australia sia diventata un modello da imitare. Ma solo per le ragioni sbagliate. Sono sempre più numerosi i paesi che adottano politiche restrittive nei confronti di migranti e rifugiati. La Danimarca ha deciso di confiscare i loro beni così che contribuiscano alle spese del loro mantenimento nei campi di detenzione e identificazione. Sempre in Danimarca, il Partito Popolare Danese, di estrema destra, ha suggerito che i richiedenti asilo vengano spediti in Groenlandia o in Tanzania[8]. Il 18 marzo l’Unione Europea ha sottoscritto un accordo con la Turchia che, oltre ad essere costoso, è un inno all’ipocrisia ed è stato definito controverso[9] o palesemente illegale[10]. Secondo l’accordo, i profughi arrivati in Grecia via mare saranno riportati in Turchia. In cambio, alla Turchia sono stati promessi sei miliardi di Euro, la liberalizzazione dei visti e la ripresa dei negoziati per l’ammissione della Turchia stessa nella UE. A parte ogni altra considerazione, visti gli sviluppi in Turchia dopo il fallito golpe del 15 luglio, e non solo, l’accordo, molto probabilmente, collasserà sotto il peso dei suoi difetti.

Il Migration Compact

Lo scorso aprile il Governo Italiano ha presentato all’Unione Europea il suo “Migration Compact”[11].  L’idea è quella di “delocalizzare” la difesa dei confini esterni Europei affidandola a paesi quali Etiopia, Mali, Nigeria, Niger, Sudan. Saranno i governi di questi ed altri paesi a fermare i migranti diretti verso l’Europa e i fondi necessari a finanziare questo tipo di attività verranno dai cosiddetti “aiuti allo sviluppo”. È una idea malsana. Non solo la difesa dei confini Europei ma, anche, il rispetto dei diritti umani viene affidato, a pagamento, a governi che tali diritti, notoriamente, non rispettano.  Si legano aiuti allo sviluppo alla capacità e volontà dei paesi riceventi di arginare le partenze dei loro cittadini o di quelli in transito da altri paesi, e di accettare i rimpatri.

Su questa falsariga, il 3 agosto scorso, il Governo Italiano ha firmato un accordo con quello Sudanese per il rimpatrio di “migranti irregolari”. Il testo di tale accordo non è stato reso pubblico. Sulla sua base, 48 persone provenienti dal Darfur sono state prelevate a Ventimiglia e rispedite a Khartoum. Sei sono rimaste in Italia perché non c’era più posto sull’aereo. Qualcuno, finalmente, ha spiegato loro che avevano il diritto di inoltrare domanda di asilo. Ed è quello che hanno fatto[12].

Muri e barriere

Uno degli aspetti più visibili e simbolicamente significativi dell’irrigidimento delle politiche nei confronti di migranti e rifugiati è la costruzione di muri e barriere fra uno stato e l’altro. Una docente di geografia internazionale della Università del Quebec, nel suo ultimo libro, scrive che, nel mondo, ci sono 65 fra muri o barriere di filo spinato, elettrificate o meno, costruite o progettate per impedire il passaggio di persone da uno stato all’altro[13]. Questo calcolo non è più accurato. Il libro è stato pubblicato nell’aprile di quest’anno e non include, per esempio, il muro in costruzione a Calais, progettato e realizzato da due delle più antiche democrazie del mondo, né la barriera che l’Austria intende erigere al confine con l’Italia[14]. Muri e barriere hanno alti costi di costruzione e manutenzione, per la redditizia gioia di varie imprese specializzate in questo ramo[15].

I corridoi umanitari

La storia, anche recente, suggerisce che muri e barriere non risolvono il problema. Esistono alternative che non richiedono la rinuncia a valori e principi sui quali, ancora, si fonda la nostra convivenza civile, quei principi che ci permettono di “restare umani”.  Una è costituita dai “corridoi umanitari” frutto di un accordo fra Governo Italiano (Ministeri degli Esteri e degli Interni), Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Tavola Valdese e Comunità di Sant’Egidio. Consistono nella possibilità che richiedenti asilo siano identificati in Etiopia, Libano e Marocco con la collaborazione di ONG locali e possano entrare legalmente in Italia e iniziare le pratiche per ottenere lo status di rifugiati, grazie ad un visto umanitario (il cosiddetto Limited Territorial Validity Visa –LTV- previsto dal regolamento Shengen[16]). Le spese sono a carico delle Organizzazioni di cui sopra ed includono identificazione, viaggio, vitto, alloggio, assistenza legale e percorsi formativi[17]. In due anni, sono circa un migliaio i rifugiati arrivati in Italia grazie a questa iniziativa. I numeri sono infinitamente piccoli ma l’esperienza è preziosa. Sarebbe opportuno valorizzarla più di quanto gli organi di informazione non stiano facendo. E sarebbe ancor più opportuno che venisse presa in più seria considerazione dai politici.

Gli incontri di New York: troppo presto per giudicarne gli (eventuali) risultati

Il 19 settembre, alla sede delle Nazioni Unite in New York, si è tenuto un incontro dei paesi membri per discutere il problema dei migranti e dei rifugiati. Alla fine è stata diffuso un documento, la “Dichiarazione di New York”, che, oltre ad una sommaria descrizione della situazione attuale, contiene una serie di impegni e promesse per soluzioni coordinate e condivise[18]. Il paragrafo 19, di 18 righe, è un elenco di “agende”, “incontri di alto livello”, “impegni” stilate, tenuti e presi negli ultimi anni. Una involontariamente ironica lista di buone intenzioni solennemente dichiarate e nobili promesse puntualmente non mantenute. Nella seconda parte i capi di Stato e di Governo si impegnano, per lo più, a fare ciò che non stanno facendo e a non fare ciò che stanno facendo. Infine, si auspica che, entro il 2018, vengano elaborati nuovi “accordi globali” riguardanti migranti e rifugiati. Ragionevole vista la complessità dei problemi e lo sfavorevole clima politico globale. Troppo in là nel tempo per le decine di milioni di persone che vivono (e muoiono) in situazioni disumane. A margine dell’Assemblea Generale, il Presidente Obama ha organizzato un incontro dei capi di Stato e di Governo su migranti e rifugiati. Sono state fatte molte promesse riguardanti finanziamenti, ricollocamento e integrazione dei rifugiati[19,20].

Difficile prevedere quante di queste promesse verranno mantenute. E quando. A maggior ragione dopo l’elezione di Trump.

Bibliografia

  1. Center for Global Development (CGD): The Commitment to Development Index 2015
  2. Barder O. Does Australia really have good immigration policies for development? Center for Global Development, 30 settembre 2016.
  3. Australian Commission for Human Rights, 2016. Pathways to Pretection: a human rights based response to the flight of asylum seekers by sea.
  4.  The Nauru files, The Guardian, 10.08.2016.
  5. A short History of Nauru, Australia’s dumping ground for refugees. The Guardian, 09.08.2016.
  6. Lu J. Australia divided over offshore detention of refugees, but report is optimistic for reform. Humanosphere, 21.09.2016.
  7. Doherty B. No future for you here, Australia and PNG push to clear out Manus detainees. The Guardian, 27.09.2016.
  8. Farrel P. Danish MP confirms visit to Nauru camp at heart of offshore detention outcry. The Guardian, 23.08.2016.
  9. Why the EU-Turkey deal is controversial. The Economist, 11.04.2016.
  10. EU reckless refugee returns to Turkey illegal. Amnesty International, 03.06.2016.
  11. Migration Compact, Contribution to an EU external action to migration [PDF: 255 Kb]. Governo Italiano, aprile 2016.
  12. Chiarezza sull’accordo col Sudan, Il Manifesto, 28.09.2016.
  13. Vallet E. Borders, fences and walls: State of Insecurity? Routledge, 2016.
  14. Rivera A. Ci mancava il muro di Calais. Il Manifesto, 13.09.2016.
  15. Vallet E. Et la frontière devint un marché prospère et militarisé. Le Monde Diplomatique,  29 novembre 2013.
  16. Shengen Visa Types
  17. Partono i Corridoi Umanitari. Dall’Italia un segnale di speranza per l’Europa. Comunità di Sant’Egidio, 2014
  18. New York Declaration for Refugees and Migrants. United Nations General Assembly, 13.09.2016.
  19. Igoe M. A long road to shared responsibility for refugees and migrants. Devex.com, 21 settembre 2016.
  20. Press Release. Refugee crisis: European Commission takes decisive action. European Commission, 09.09.2015.

(Fonte saluteinternazionale)


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Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo
che governano con l’inganno.
Non si rendono conto
della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono,
gli inganni non funzionano più.”
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