L’Italia maltrattata cerca sponsor

 

Su 890 luoghi siti patrimonio dell’umanità, l’Italia ne detiene 44 cioè 1 su 20. E con le candidature avanzate per ottenere altri riconoscimenti si sfiora il raddoppio. Questa e’ l’Italia dalle ricchezze infinite: 4.739 musei pubblici e privati, 62.128 archivi pubblici e privati, 59.910 beni archeologici e architettonici, 1.144 aree naturali e protette. Ma l’Italia riesce a far male a se stessa, non proteggendo il proprio patrimonio come sarebbe normale.

Il Patrimonio italiano costa. Paolo Gasparoli architetto, docente al Politecnico di Milano, e’ uno dei principali esperti in Italia in materia di costi della manutenzione dei monumenti. La sua tesi sembra perfino banale ma intanto quasi nessuno in Italia la applica: “Costa molto meno fare una manutenzione ogni anno che intervenire quando il danno e’ ormai compiuto”. Gasparoli ha messo a punto anche una sorta di formula per provare quanto sia più economico prevenire: “L’attività di monitoraggio e di manutenzione preventiva costano l’anno dal 2 al 4% dell’intero restauro una volta che si sia verificato il danno”. Un esempio? Dopo anni di discussioni a Milano e’ partito il restauro delle Mura Spagnole: costo due milioni e 400 mila euro. “Ma il piano di manutenzione ha un costo pari a 1,8-2 per cento del restauro”, sottolinea. Ma la prevenzione non la fa nessuno, non abbiamo la cultura.

La caccia agli sponsor e’ aperta. Anche l’Italia comincia a capire che per salvare il proprio patrimonio artistico tornano utili le donazioni dei privati. Una presa di coscienza che arriva in ritardo rispetto a esperienze di altri Paesi a causa di una diffidenza storica. Cosa ci sarà dietro? Perché questo pazzo filantropo ha deciso di regalare i suoi quattrini? Cosa ci guadagna? Quale agenda politica nasconde? Tutte domande legittime, che però hanno paralizzato la nostra società, mentre altrove le donazioni dei privati arricchiscono tutti. E non solo sul piano economico.

Inevitabile il paragone con gli Stati Uniti. Facciamo qualche esempio. Alzi la mano chi non ama il movimento dei diritti umani, e non è felice che ci siano organizzazioni tipo Human Rights Watch che li difendono in tutto il mondo. Ma sapete da dove vengono i soldi? Soprattutto dalla Ford Foundation, creata dalla famiglia proprietaria della casa automobilistica, e dall’Open Society Institute di George Soros. Forse per questo vogliamo chiudere Human Rights Watch, e lasciare che i suoi uffici al Cairo vengano occupati dagli ultimi sgherri fedeli al regime di Mubarak? Michael Bloomberg sarà pure un sospettabile capitalista, eppure ha regalato 50 milioni di dollari al Sierra Club per impedire la costruzione di nuove centrali a carbone inquinanti: vogliamo rinunciare all’ambientalismo per questo? Una delle fondazioni americane più attive nel sostenere i diritti degli indiani è stata creata dalla figlia di un ricco petroliere texano: siccome puzzano di benzina, quei soldi investiti in borse di studio e sanità li buttiamo nella spazzatura? L’ospedale Sloan-Kettering, forse il migliore al mondo per la ricerca e la cura dei tumori, è nato con i soldi del miliardario John Astor sulla terra donata dal miliardario John Rockefeller: spiegate che lo volete chiudere al mezzo milione di pazienti che lo visitano ogni anno. E poi ci sono le cattedre universitarie, i milioni donati dal proprietario della Cnn Ted Turner all’Onu, i finanziamenti per l’arte e la cultura. Di recente James Bradburne, direttore di Palazzo Strozzi a Firenze, ci ha detto che solo gli Usa capiscono la filantropia: senza di loro, istituzioni come la sua chiuderebbero. Perché?

Di sicuro i ricchi americani ottengono vantaggi fiscali grazie alle loro donazioni, così come è chiaro il ritorno di immagine per chi apre una scuola o salva un monumento. Non c’è nulla di strano, e in Italia potremmo offrire le stesse condizioni. Questo però non basta a spiegare tutto. Bill Gates una volta ci disse: «Darò ai miei figli un po’ di soldi, ma per vivere dovranno lavorare. Il resto lo restituirò alla società, perché è grazie a questa società che sono diventato ricco». Fingeva? Imbrogliava? Di nuovo: chiedetelo alla gente che viene curata dalla sua fondazione.

I paperoni americani sentono la necessità di restituire: li seduce la targa all’ingresso di un ospedale, ma anche «l’egoismo civico» di aver fatto qualcosa di utile e duraturo per la propria comunità. Aver lasciato un segno, che magari ispirerà altri a fare altrettanto. Spesso, nel nome del bene comune, si creano anche alleanze tra il pubblico e il privato, attraverso i «matching funds»: i donatori mettono una certa cifra per sviluppare un progetto, e lo Stato ci aggiunge l’altra metà. Tutto questo naturalmente richiede regole, per evitare abusi o sfruttamenti illeciti della filantropia. Senza lasciare però che sospetto e diffidenza soffochino anche le migliori intenzioni.

(Fonte Paolo Mastrolilli – La Stampa)


Condividi:

Ti potrebbe anche interessare:

This entry was posted in Attualità and tagged , , , , , , , . Bookmark the permalink.

About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+