L’impronta ecologica della pesca, a rischio l’ecosistema marino

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Ogni anno nel mondo, mediante diverse tecniche di pesca, si prelevano oltre 90 milioni di tonnellate di cibo dal mare e il nostro insaziabile appetito potrebbe presto portare al totale collasso di una parte dell’ecosistema marino (quella edibile), sopratutto per il fatto che l’uomo, spesso inconsapevolmente, dei prodotti del mare privilegia  i livelli superiori della catena trofica marina: i superpredatori.

Considerare, però, l’impatto delle attività di pesca esclusivamente in termini di tonnellaggio di pescato potrebbe produrre un’immagine distorta del reale danno ambientale. Dobbiamo infatti considerare che i diversi chilogrammi, che costituiscono i milioni di tonnellate del pescato mondiale, non sono tutti uguali e il costo ecologico del loro prelievo (impronta ecologica) è diverso in base alla posizione nella catena trofica degli organismi che li producono. L’impronta ecologica di un chilo di tonno, ad esempio, è circa 100 volte superiore a quella di un chilo di acciughe.

Il tonno è un superpredatore e per sopravvivere, un esemplare di grandi dimensioni deve ingurgitare l’equivalente del suo peso corporeo ogni 10 giorni. In generale i superpredatori, o predatori dominanti, si collocano al vertice della catena alimentare consumando enormi quantità di pesce, compresi i predatori di livello intermedio come gli sgombri, che a loro volta si nutrono di pesci come le acciughe, le quali predano microscopici organismi (zooplancton) che si nutrono, filtrandole, delle microscopiche alghe marine che costituiscono le praterie del mare (fitoplancton)…….. la vera e propria base di tutta la catena trofica marina (la produzione primaria).

Il risultato è che un superpredatore da 500 chilogrammi può aver bisogno di mangiare ben 20 mila pesci più piccoli nell’arco di un anno. Tutti gli ecosistemi marini del mondo hanno catene alimentari simili a questa, ciascuna con il suo predatore dominante che dipende da vari livelli di una catena alimentare.

I ricercatori, misurando la quantità di “produzione primaria” degli oceani (l’insieme dei microscopici organismi alla base della rete alimentare marina) necessaria per produrre un chilogrammo di un determinato tipo di pesce, hanno scoperto che, per esempio, un chilo di superpredatore può richiedere anche più di 1.000 chili di produzione primaria come costo ecologico (impronta ecologica). Appare quindi chiaro come il “cosa” sia decisamente più importante del “quanto” se si considera l’impronta ecologica della pesca.

Ovviamente la nostra specie è il “superpredatore” del pianeta e per catturare le sue prede mette in campo oltre 4,3 milioni di pescherecci che tutti giorni solcano gli oceani alla forsennata ricerca dei quantitativi di pesce che il mercato mondiale della pesca richiede. Le nazioni più ricche tendono a comprare molto pesce, spesso superpredatori come il tonno.  La classifica dei paesi che hanno l’impronta ecologica peggiore, considerando il consumo di produzione primaria, vede al terzo posto gli Stati Uniti che, con una popolazione numerosa la tendenza a consumare pesci al vertice delle catene alimentari, consumano circa  350 milioni di tonnellate di produzione primaria. Il Giappone, che pesca meno di cinque milioni di tonnellate di pesce ogni anno ma ne consuma nove milioni, che sono equivalenti, in termini di produzione primaria, a circa 580 milioni di tonnellate, si piazza con autorevolezza al secondo posto. Ma con circa 700 milioni di tonnellate di produzione primaria è la Cina la nazione che detiene il primato della peggiore impronta ecologica della pesca al mondo.

L’Europa, consapevole degli ultimi dati sullo stato di salute degli stock ittici europei che rivelano come l’88% degli stock ittici comunitari sia sottoposto a una pressione di pesca che supera il livello di Rendimento Massimo Sostenibile (MSY) e come il 40 % sia al di sotto dei limiti biologici di sicurezza, all’inizio dell’anno ha approvato un’ambiziosa riforma (Politica Comune della Pesca) che entrerà in vigore nel 2014 per fermare la pesca intensiva considerata il più grande fallimento dell’attuale PCP, che risale al 2002.

Si è arrivati a questa situazione globale in quanto il volume della pesca mondiale è quadruplicato negli ultimi sessant’anni. Negli anni Cinquanta pescavamo in zone molto più limitate ma l’incremento esponenziale della richiesta di superpredatori ha fatto sì che le nazioni ricche superassero le capacità di produzione primaria delle loro aree economiche esclusive con il risultato che, per mantenere l’offerta costante o incrementarla, la pesca si è estesa anche alle acque extraterritoriali, vaste distese marine che appartengono a tutti e quindi tecnicamente a nessuno.

Oggi il pescato delle acque extraterritoriali è quasi decuplicato rispetto al 1950, passando da 1,6 milioni di tonnellate a circa 13 milioni. E gran parte di questo pescato consiste in superpredatori ai vertici della catena alimentare, di grande valore economico e con un’enorme impronta ecologica.

La situazione ora rischia il collasso, la crescente domanda di prodotti ittici ha spinto flottiglie di pescherecci in ogni area vergine della Terra, col risultato che non ne esiste più alcuna nuova da sfruttare. In una recente relazione la FAO ha stabilito che i mari non hanno quasi più pesce a sufficienza per sostenere l’assalto e se anche le imbarcazioni, gli ami e le reti venissero immediatamente dimezzati, pescheremmo comunque troppo.

Qualcuno intanto, spesso senza una vera consapevolezza ecologica, suggerisce come soluzione al sovrasfruttamento delle risorse ittiche l’aumento esponenziale dell’acquacoltura. Idealmente la possibilità di poter allevare la fonte delle proteine di cui abbiamo bisogno dovrebbe essere ecologicamente più accettabile del diretto prelievo in natura ma per quanto riguarda il cibo di origine marina, per ora, si tratta di una vera e propria illusione.

Sulla terraferma noi alleviamo e ci nutriamo di erbivori ma in mare noi alleviamo quasi esclusivamente carnivori (spesso anche superpredatori) e questo approccio ha un grosso difetto: quasi tutti i pesci allevati consumano infatti farine e oli ricavati da pesci più piccoli, spesso altri predatori carnivori. Questo, se pensiamo a quanta energia e materia serve per ogni passaggio tra i livelli di una catena trofica, diventa ecologicamente inaccettabile: è come se sulla terraferma ci nutrissimo di leoni cacciando le gazzelle come cibo per allevarli.

Forse cominciare a quantificare il valore ecologico del pesce selvatico impiegato come mangime negli allevamenti ittici potrebbe mostrare il vero impatto dell’acquacoltura e suggerire nuovi approcci anche in questo settore che dovrebbe puntare, in futuro, soprattutto su allevamenti intensivi di specie onnivore o erbivore.

Le attuali pratiche di pesca e allevamento non sono più sostenibili e le diverse lobby che sostengono il mantenimento dello stato attuale delle cose non prendono in considerazione le implicazioni ecologiche ed economiche.

Abituarsi a considerare e calcolare l’impronta ecologica nello sfruttamento delle risorse marine potrebbe rendere possibile la ricostruzione del patrimonio degli oceani cominciando a promuovere i cambiamenti a cui l’industria ittica ha sempre tentato di sbarrare la strada: tagliare il 50 per cento delle flotte di pescherecci, istituire vaste aree di divieto di pesca e limitare l’uso di pesce selvatico come alimento negli allevamenti.

Solo muovendoci in questa direzione, in un futuro non troppo lontano la nostra specie potrebbe avere la possibilità di condividere equamente un oceano davvero ricco e resuscitato, piuttosto che contendersi avidamente le briciole dopo il suo collasso ecologico.

(Fonte blog.rinnovabili – Marco Faimali)


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+