L’economia mondiale è in mano alle donne, tranne che in Italia

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L’Italia ha bisogno di migliorare le politiche per la famiglia e di una maggiore partecipazione degli uomini al lavoro domestico. Lo sottolinea l’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel rapporto intitolato “Closing the gender gap” che colloca l’Italia al terzultimo posto tra i 34 Paesi aderenti all’Organizzazione che raccoglie le principali economie industrializzate del pianeta.

Come nella maggior parte dei paesi OCSE, in Italia nelle ultime generazioni le donne hanno risultati migliori degli uomini negli studi. Nel 2010, il 59% dei laureati erano donne, ma la percentuale scende al 15% tra i laureati in scienze informatiche e al 33% tra i laureati in ingegneria. Sebbene si tratti di specializzazioni che offrono buone opportunità nel mondo del lavoro, i dati mostrano che meno del 5% delle ragazze di 15 anni (ma più del 20% dei ragazzi) aspira a queste professioni. Occore fare di più, a scuola e a casa, per incoraggiare l’interesse delle ragazze nelle materie scientifiche e dei l’interesse ragazzi in materie quali scienze della formazione e salute e assistenza.

L’Italia e’ il terz’ultimo paese OCSE, davanti a Turchia e Messico, per livello di partecipazione femminile nel mercato del lavoro: 51% contro una media OCSE del 65%. Meno del 30% dei bambini al di sotto dei tre anni usufruisce dei servizi all’infanzia e il 33% circa delle donne Italiane lavora part-time per conciliare lavoro e responsabilità familiari (la media OCSE è 24%). Le donne sono spesso percepite come le prime responsabili per la cura della famiglia e della casa. Il tempo dedicato dalle donne italiane al lavoro domestico e di cura, in media 3,6 ore al giorno in più rispetto agli uomini, limita la loro partecipazione al lavoro retribuito.

Una maggiore partecipazione femminile al lavoro non solo aiuta a sostenere il reddito familiare, elemento essenziale in periodi di forte disoccupazione, ma contribuisce anche a mitigare la pressione che deriva dall’invecchiamento della popolazione. Le proiezioni OCSE mostrano che, a parità di altre condizioni, se nel 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il PIL pro-capite crescerebbe di 1 punto percentuale l’anno.

Le differenze di genere nei salari, nel settore di impiego e nella progressione professionale sono meno pronunciate in Italia che in altri paesi OCSE perché, più che altrove, le donne con salari più bassi hanno una maggiore probabilità di lasciare il mercato del lavoro. Nel 2010 le donne erano un terzo dei manager e, nel 2009, il 7% dei membri dei consigli di amministrazione delle aziende quotate, poco meno della media OCSE (10%). Nel 2011 è stata introdotta una quota di genere del 30% nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali delle aziende quotate e delle aziende pubbliche; nel 2012 la stessa quota è stata introdotta per le liste elettorali delle elezioni parlamentari.

Le donne continuano ad essere una minoranza tra gli imprenditori e si concentrano in imprese di piccole e medie dimensioni. Nel 2010 le donne erano il 22% delle imprenditrici con lavoratori dipendenti, ma il loro reddito era solo la metà di quello degli uomini nella stessa categoria.

Le recenti riforme sulla composizione dei consigli di amministrazione promuovono una maggiore uguaglianza di genere, alla quale potrebbe contribuire anche l’introduzione del congedo di paternità retribuito e obbligatorio, per quanto limitato. L’introduzione dei voucher attribuiti alle madri lavoratrici che riprendono l’attività lavorativa, in alternativa al congedo parentale, oltre ad offrire ai genitori lavoratori più scelta per la cura dei figli, potrebbe portare ad una più equa distribuzione del lavoro retribuito e non retribuito tra uomini e donne. Tuttavia l’effetto complessivo della riforma deve essere valutato anche sulla base dei tagli ai fondi pubblici allocati per i servizi all’infanzia, che si aggiungono ad una probabile riduzione nella cura informale fornita dai nonni legata l’innalzamento dell’età di pensionamento. Il contributo che le donne potranno dare al mondo del lavoro, alla sicurezza economica delle famiglie e alla crescita dell’economia dipenderà però anche dalla misura in cui gli uomini in Italia saranno pronti a contribuire al lavoro domestico e alla cura della famiglia.

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Valorizzare le donne conviene. All’affermazione di principio per cui bisogna favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro per rispondere a principi di pari opportunità e di eguaglianza tra i generi, si aggiunge un’argomentazione ulteriore, decisiva, che potrebbe far convertire anche gli uomini alla causa della valorizzazione femminile: il lavoro delle donne fa crescere l’economia.


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+