Lance Armstrong il Superman della provetta

Lance Armstrong radiato dall’Unione ciclistica internazionale. Il superman dello sport mondiale come ha detto il presidente dell’Uci, Pat McQuaid, “non ha più posto nel ciclismo”. La radiazione della Usada comporta la revoca dei titoli conquistati. Tutti i risultati competitivi conseguiti da Armstrong nel ciclismo dal 1 agosto 1998 fino al 2011, ultimo anno di attività di Lance, sono stati revocati, tra questi, ovviamente, le sette vittorie al Tour de France. Cancellato. Da icona dello sport a Superman della provetta. Dalle stelle alle stalle. Provocatoriamente ci si chiede, visto che non si riesce a combattere il doping, non conviene legalizzarlo? Claudio Colombo e Danilo Taino sulle pagine dell’inserto del Corriere, La lettura, analizzano sapientemente questa provocazione.

Ciclico come un raffreddore invernale, il refrain sul doping (combatterlo o liberalizzarlo?) spunta implacabile quando un «caso» più o meno eclatante accende l’interesse degli addetti ai lavori e dell’opinione pubblica. La storia di Lance Armstrong è tra questi: devastante come lo fu quello di Ben Johnson nel 1988, scontato nelle sue ripercussioni dialettiche. Che fare, dunque? Ci sono più motivi per sostenere che il doping vada combattuto, arginato e se possibile estirpato, pur nella premessa doverosa che le forze contrarie hanno avuto finora partita vinta e, essendosi fatte sistema, riescono sempre a conservare un sensibile vantaggio su chi si sta impegnando per contrastare questa piaga. Non si tratta di dividere il mondo tra buoni o cattivi, ma di considerare, oggettivamente, le conseguenze negative di queste pratiche a livello personale e sociale. È fuori strada, per esempio, chi sottolinea le contraddizioni della letteratura medica sui danni prodotti dal doping sulla salute degli atleti. Ci sono numerosi studi, a cominciare da quelli avviati nei primi anni ottanta alla Ucla-Los Angeles dal professor Don Catlin, che testimoniano gli effetti collaterali all’utilizzo di steroidi anabolizzanti, sostanze usate nelle discipline di forza (anche esplosiva, come nel caso degli sprint nell’atletica leggera), e particolarmente diffuse a partire dagli anni Settanta. Troppo facile ricordare le impressionanti trasformazioni fisiche subite da atleti e atlete dell’Est europeo bombardati da prodotti proibiti. Più suggestivo invitare alla lettura delle analisi di Catlin sulla roid-rage, la rabbia da steroidi, un mutamento netto della personalità registrato, per esempio, in centinaia di casi di giocatori di football americano. E se passiamo al doping ematico (evoluzione dell’emotrasfusione praticata negli anni 80), le conseguenze sono ancor più sconvolgenti, come suggeriscono i numerosi protocolli che, cominciati una decina di anni fa, stanno per essere completati e indicano un aumento del rischio di infarto e ictus in coloro che ne hanno fatto uso massiccio. Non c’è ragione per liberalizzare il doping. E non è vero che lo sport-spettacolo di oggi, condizionato da tv e sponsor, non possa farne a meno, come si sostiene da più parti. È davvero importante che una gara ciclistica si corra sul filo dei cinquanta all’ora di media? È davvero indispensabile che Usain Bolt batta il record dei 100 metri ogni volta che corre? Crediamo, al contrario, che proprio la folle escalation del doping abbia contribuito a imbarbarire la cultura dello sport, a trasformare l’idea primigenia di confronto tra uomini in una sfida sempre più esasperata ai limiti umani, pessimo messaggio per le giovani generazioni che si avvicinano alle competizioni. Non desta stupore, quindi, che il 35% degli atleti italiani tra i 14 e i 17 anni dichiari di essere disponibile a ricorrere a un «aiutino», se avesse la certezza del risultato. È la cultura del doping, agghiacciante e pericolosa: se così fan tutti, perché io no? Ed è terribile pensare che questa cultura permei anche il mondo paralimpico con la deriva del boosting, l’autoproduzione di microfratture e tagli che, aumentando la pressione sanguigna in soggetti para e tetraplegici, portano a un maggior afflusso di ossigeno ai tessuti, migliorando la performance sportiva. È questo ciò che vogliamo regolamentare o, peggio, liberalizzare? Non secondario è anche l’aspetto economico: doparsi significa spendere molto denaro. I prodotti sono sempre più costosi (è un mercato parallelo con regole e tariffe proprie), così come costa molto dotarsi di strutture mediche deviate, che studiano come doparsi e come sfuggire ai controlli. Lance Armstrong pagò più di un milione di dollari al suo medico-stregone (un buon «investimento»: ne guadagnava 12 a stagione), ma il fenomeno ha proporzioni ben più vaste. Solo in Italia, per esempio, il giro d’affari — al quale non è estranea la criminalità organizzata — ammonterebbe a 800 milioni di euro l’anno. Il doping non è soltanto dannoso per la salute, ma anche discriminatorio e antidemocratico: favorisce un’élite e fa a pezzi il principio di uguaglianza che vorrebbe tutti gli atleti sullo stesso piano. Questo principio va ristabilito. Soltanto un’utopia? No, se accanto a forme di controllo e politiche repressive ci sarà la consapevolezza culturale di un nuovo progetto di crescita sportiva. Il superuomo, in questo mondo, non esiste. E, se esiste, è soltanto una persona malata.

Legalizzare il doping

Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, lo sport moderno era — o si pretendeva che fosse — inteso come affare di gentlemen. Così, in fondo, l’intendevano gli aristocratici inglesi che lo inventarono: vinca il migliore e festeggiamo insieme quando ha tagliato il traguardo. Non che modi per migliorare le performance non ci fossero: dalla coca degli Inca ai funghi dei guerrieri nordici, gli uomini hanno sempre cercato di incrementare le proprie prestazioni fisiche con le sostanze più diverse. Il problema si pose una cinquantina d’anni fa, quando lo sport iniziò a diventare un’attività di rilievo sempre crescente e quando si capì che l’uso della chimica stava diffondendosi nelle competizioni. Nel 1959 scoppiò una grande polemica, che pose il tema all’attenzione del mondo quando due scienziati dell’Università di Harvard dimostrarono che l’uso di anfetamine migliorava i risultati dei nuotatori sulle brevi distanze: non di moltissimo, ma quanto bastava a fare la differenza tra il vincere e il perdere. Così, nel 1964, il Comitato olimpico internazionale mise al bando l’uso di farmaci e iniziò a effettuare controlli sugli atleti. È a quel punto che inizia la battaglia tra un pezzo di scienza al servizio degli atleti che intendono violare le regole e un altro pezzo di scienza al servizio delle autorità che cercano di scoprirli e di prevenirli. Da allora le cose sono andate così: prima l’etanolo che abbassa la frequenza delle pulsazioni cardiache, scoperto in poco tempo; poi le anfetamine: rintracciate con i test; gli steroidi che hanno l’effetto del testosterone e di altri ormoni: individuati; il testosterone naturale, non più chimico: scoperto l’imbroglio, dopo anni, nel 1984; i diuretici: trovati e banditi; l’ormai mitica Epo degli anni Novanta e nuove forme successive di Epo per produrre più globuli rossi: rintracciate; le trasfusioni di sangue e poi di sangue proprio (congelato in precedenza) per non essere scoperti: smascherate anche queste; infine (ma non finirà mai) la manipolazione genetica attraverso virus. Tutto questo per dire che nello sport di oggi la ricerca della performance con ogni mezzo non si ferma e non si fermerà. Combatterla è legittimo, ma soprattutto per salvarsi la coscienza: il doping nello sport non verrà eliminato, come non lo è stato finora, dalle campagne moralizzatrici e nemmeno dai test scientifici più avanzati. «Ultimamente tutti i ciclisti che ho interrogato hanno detto che tutti si dopano», disse nel 2010 il capo della Procura antidoping del Coni, Ettore Torri, mentre sosteneva che il fenomeno non verrà «estirpato» e proponeva la sua legalizzazione. In effetti, l’uso di farmaci che migliorano le prestazioni atletiche andrebbe consentito. Chi lo rifiuta, di solito lo fa sulla base di tre argomentazioni: fa male agli atleti; dà un vantaggio illegittimo a chi lo usa rispetto a chi non lo tocca; rovina il valore sociale dello sport. La prima critica è poco consistente: è evidente che, se fosse legittimata, la scienza sarebbe in grado di produrre sostanze ancora migliori e meno dannose per l’organismo di quelle che produce oggi nella clandestinità. Si tratterebbe di vietare i farmaci che fanno indiscutibilmente male, missione certo più facile per chi controlla, ma non certo per esempio l’Epo, non più pericolosa di un intervento a gamba tesa in una gara di calcio. E semmai stabilire un limite di età rigido per l’uso di qualsiasi farmaco. Di certo, sarebbe molto più facile e sicuro effettuare trattamenti e dosaggi corretti in un ambiente aperto che non nei bagni di un albergo. Secondo, sostenere che il doping falsifichi la lealtà della competizione è vero, ma è vero proprio nella situazione attuale di divieto, dove chi ha più mezzi, più denaro, ha accesso ai farmaci migliori, meno pericolosi e meno rintracciabili ai controlli. I più poveri guardano. È il divieto a creare la disparità. Un mercato aperto e livellato, invece, offrirebbe opportunità simili a tutti. E probabilmente creerebbe concorrenza nella ricerca farmaceutica, con costi più bassi e vantaggi per la qualità. Infine, sport e società. Ma è proprio perché lo sport è il riflesso della società in cui si svolge — come quello dei gentlemen lo era all’apice dell’impero britannico — che non ci si può illudere di isolarlo dalle scoperte scientifiche e — piaccia o no — dalla domanda di spettacolo. La perfezione forse sarebbe tutti a bistecca e pastasciutta. Ma sappiamo che non sarà mai più così. Meglio cercare il second best.


Frode sportiva e doping.Lo sport è vita, cultura, passione. È spettacolo, puro divertimento, ma anche business. Viene dunque da chiedersi: com’è mai possibile che proprio lo sport, che per sua natura dovrebbe rappresentare un momento di esaltazione di valori etici e di serena aggregazione sociale, sia invece diventato un fattore criminogeno? La ragione di questa contaminazione è fin troppo evidente e va ricercata negli ormai enormi interessi economici che connotano il mondo dello sport..


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+