L’agroecologia salverà il pianeta dalla catastrofe

agroecologia

La società umana può ancora modificare i suoi stili di vita e i paradigmi economici dominanti orientando il suo destino verso l’edificazione di un mondo migliore? Può ancora dare il diritto a ogni individuo di nutrirsi, vestirsi, curarsi, avere una dignitosa dimora e un’istruzione? Può cambiare rotta recuperando il suo atavico equilibrio con la natura, rispettando i delicati ecosistemi?

A queste e ad altre domande Pierre Rabhi ha trovato una risposta partendo dalla sua diretta esperienza di vita, come ex operaio, avvicinatosi alla terra per sentirsi libero, indipendente dalle regole del mercato, e recuperando valori imperituri, come la protezione e la valorizzazione dell’ambiente. Per trovare una soluzione ai problemi non solo ecologici del nostro pianeta, ogni individuo – nella visione di Rabhi – non dovrebbe attendere l’intervento degli stati che spesso prendono decisioni politiche contraddittorie e inefficaci, ma deve attivarsi in prima persona, attraverso piccoli e grandi gesti in grado di modificare «il sistema». L’idea dell’importanza dell’attivismo individuale, poi traslato in una rete più ampia di gruppi interdipendenti è sorta in Pierre Rabhi leggendo una favola di un popolo amerindo che racconta la storia di un piccolo, ma coraggioso colibrì:

«Un giorno – narra la leggenda – ci fu un immenso incendio nella foresta. Tutti gli animali, terrorizzati e costernati, osservavano impotenti il disastro. Solo il piccolo colibrì si impegnò, andando a cercare qualche goccia d’acqua per gettarla sul fuoco attraverso il suo becco. L’armadillo, irritato dai suoi movimenti, gli disse: colibrì, ma sei folle? Credi davvero che con poche gocce d’acqua spegnerai l’incendio? Lo so, rispose il colibrì, ma io faccio la mia parte».

Ecco la risposta alle nostre domande iniziali: «Io faccio la mia parte». Leggendo questo mito amerindo Pierre Rabhi ha trovato il suo cammino di vita attivandosi in prima persona per cambiare quelle regole del sistema deleterie per la sopravvivenza non solo del pianeta, ma anche della stessa specie umana.

Ma chi è Pierre Rabhi? È un uomo che ha seguito l’amore per la natura rivoluzionando non soltanto la sua esistenza. Dall’Algeria, dove nel 1938 è nato e cresciuto immerso in un habitat straordinario caratterizzato dalle oasi del Sahara, si è trasferito in Francia a soli 12 anni, in seguito alla morte prematura della madre. Il padre, fabbro, musicista e poeta, con l’arrivo della «modernità» e dei colonizzatori francesi è stato obbligato ad abbandonare il suo tradizionale lavoro per scendere nel cuore del sottosuolo, in una miniera di carbone. Un drastico cambiamento che ha segnato anche l’esistenza di Pierre Rabhi. Su decisione del padre è stato educato in una famiglia di formazione europea. In seguito, durante gli anni trascorsi a Parigi, lavorando in fabbrica come operaio specializzato, si è reso conto delle profonde ingiustizie del sistema industriale capitalistico, tanto da sentire la necessità di abbandonare tutto per scegliere un’altra vita, in simbiosi con la terra. Una decisione che lo ha condotto a sviluppare in modo pionieristico l’agroecologia, come lui stesso ci ha raccontato: «Sono nato nel Sahara, in un’oasi del Sud dell’Algeria, ma sono cresciuto con una famiglia francese. Questa doppia cultura non è stata facile da gestire, ma al di là di alcune contraddizioni, la civiltà algerina e quella francese si tengono per mano. Sono riuscito a trovare un equilibrio. Da oltre quarant’anni vivo con la mia famiglia nelle Cévennes, dove mia moglie Michèle e io abbiamo creato una fattoria gestita e coltivata secondo principi ecologici. Il che significa vivere in armonia con la natura». Prima di dedicarsi alla terra e di vivere a stretto contatto con un ambiente straordinario dal punto di vista naturalistico, Rabhi ha lavorato in fabbrica come operaio specializzato. Allora era solo ventenne. Era l’epoca a cavallo tra il 1950 e gli anni Sessanta, quando sembrava che l’industria potesse rivoluzionare tutto, portando benessere a ogni latitudine del globo. Così non è stato. «Solo pochi hanno beneficiato del cosiddetto progresso. La stragrande maggioranza dell’umanità incontra enormi problemi a nutrirsi, istruirsi, a vivere dignitosamente. Il mondo della fabbrica mi ha aperto gli occhi. Anche dopo, quando decisi di andare a vivere in campagna, lavorando in numerose fattorie come operaio agricolo sentivo che mancava qualcosa: mancavano buone regole nel sistema di coltivazione e di distribuzione delle risorse della terra. Ero molto combattuto se continuare ad accettare l’uso di pesticidi e di altri prodotti chimici. Non condividevo gli strumenti agricoli utilizzati, perché altamente deleteri per il suolo. Grazie ad alcune letture, tra cui La Fertilità della Terra di Ehrenfried Pfeiffer e i libri di Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia, mi sono avvicinato all’agricoltura biodinamica. Così, leggendo, sperimentando e coltivando la terra, ho capito che l’agroecologia è la via – o comunque una delle vie ecologiste – che può salvare il pianeta dalla catastrofe sia ambientale, sia sociale. L’agricoltura industriale praticata nel Nord del mondo inquina l’acqua e l’aria, distrugge il naturale humus fertile del suolo, elimina la biodiversità mettendo brevetti alle sementi. L’agroecologia rispetta la natura e al contempo la dignità umana».

Pierre Rabhi è uno degli antesignani in Europa dell’agroecologia, che poi si è diffusa in altre zone del globo, in particolare in Africa, attraverso efficaci progetti da lui stesso coordinati. Il suo lavoro è apparentemente semplice, perché non ha fatto altro che ritornare all’agricoltura, la più antica attività dell’uomo, fonte di cibo. Pierre Rabhi è però ritornato alla terra eliminando prodotti chimici, pesticidi, sementi brevettate, fertilizzando il terreno con i vecchi metodi usati ancora dai nostri nonni come i concimi naturali e i rifiuti organici. Agroecologia significa rispettare gli equilibri della terra. L’uomo nella visione di Rabhi non è il dominatore, né lo sfruttatore della natura per ottenere profitto, piuttosto è compartecipe dei cicli naturali: semina utilizzando le stesse sementi provenienti dal suo raccolto, aiuta a creare quell’humus indispensabile a far germogliare i frutti, partecipa al mantenimento della salute della terra, nutrendola, rispettandola.

Pierre Rabhi, in Francia, richiama sempre centinaia di persone ai suoi incontri sui temi dell’ecologia, della biodiversità e della decrescita. I suoi libri sono letti da adolescenti, uomini e donne di mezza età, anziani. Egli è una calamita per quanti ricercano uno stile di vita diverso dalle logiche del profitto fine a se stesso. Con il suo modo di parlare così pacato e gentile racconta alla gente che si può scegliere di vivere diversamente, senza subire i diktat dell’industria agroalimentare, divenendo autonomi attraverso la creazione di un proprio orto. Per Pierre Rabhi, l’agroecologia è indissolubilmente intrecciata alla sobrietà felice, in totale antitesi con chi crede ancora nel paradigma economico della crescita. Pensare di produrre ancora di più, pensare di sfruttare le risorse del pianeta ancora di più, pensare a un «di più» illimitato (e incerto) conduce l’umanità su una strada pericolosa, poiché disumanizza l’uomo e lo allontana dalla natura, sua vera nutrice.

Queste idee Pierre Rabhi le ha trasposte nei suoi numerosi progetti di agroecologia avviati con successo in Francia. Diventato nel 1978 responsabile per la formazione in agroecologia del Centro di studi rurali applicati (che ha oggi sede a Lione), Pierre Rabhi ha trasmesso la sua esperienza al di fuori dei confini francesi ed europei. Nel 1981 si è recato in Burkina Faso, invitato dal governo per aiutare a risolvere la crisi ambientale ed economica del paese. «Il Burkina all’epoca stava vivendo importanti trasformazioni. C’era molta instabilità. Poi con l’arrivo di Thomas Sankara qualcosa iniziò a cambiare. Quando lo incontrai per descrivergli i miei progetti fu molto interessato all’agroecologia. Mi diede carta bianca per rivalorizzare l’agricoltura nella “terra degli uomini integri” (significato di Burkina Faso, ndr). C’era tanto da fare. Risolvere le continue carestie e trovare alternative all’uso di pesticidi e di semi industriali erano le priorità. Nel 1985, riuscii a creare a Gorom Gorom, nel Nord del paese, il primo Centro africano di formazione in agroecologia. Spiegai ai contadini burkinabè quanto è importante ritornare a usare concimi naturali e, tra l’altro, a basso costo: i fertilizzanti per il suolo li potevano produrre loro stessi grazie ai principi dell’agricoltura biodinamica. La prematura e tragica morte di Sankara è stata un duro colpo e ha costretto a ridimensionare il progetto in Burkina, ma non ad annullarlo. Avevamo formato 900 persone, tra contadini e agronomi, così che le pratiche legate all’agroecologia si sono potute diffondere anche in altre zone. In Burkina sono oltre 100mila i contadini che oggi impiegano concimi organici per fertilizzare il suolo». Grazie a questo e ad altri programmi in Marocco, Palestina, Algeria, Tunisia, Senegal, Togo, Benin, Mauritania, Pierre Rabhi, alla fine degli anni Ottanta, viene riconosciuto come esperto internazionale per la sicurezza alimentare e la lotta contro la desertificazione. Un fenomeno, quest’ultimo, che lo preoccupa molto, insieme ai cambiamenti climatici.

«A livello globale la siccità è un fenomeno in aumento. Nella regione del Sahel ci sono state carestie terribili che hanno abbattuto greggi, distrutto alberi, segnato la vita di famiglie e interi villaggi. La siccità collegata ai cambiamenti climatici e al riscaldamento globale è un problema che tocca la terra, le popolazioni, l’alimentazione. È necessario modificare il nostro stile di vita. Questo significa rivedere il paradigma economico basato sul capitalismo internazionale, che escogita sempre nuove forme di sfruttamento per ottenere profitto. Penso a quelle multinazionali che utilizzano le terre dei paesi del Sud del mondo, in particolare in Africa, per produrre nuove merci. Molte industrie agroalimentari sono alla continua ricerca di nuovi terreni da sfruttare e l’Africa è un continente con enormi risorse. Questo è il fenomeno del land grabbing (accaparramento di terra, ndr), che causa la distruzione delle foreste e facilita l’ingresso degli Ogm (organismi geneticamente modificati, ndr), che a mio avviso sono un crimine contro l’umanità. I popoli oggetto del land grabbing sono privati del loro diritto a vivere, a causa di un processo di spoliazione perpetrato da altri. Ciò viene aggravato da capi di stato corrotti. Se i politici al posto di essere disonesti proteggessero il loro popolo, la situazione cambierebbe enormemente. Thomas Sankara stava cercando di cambiare le cose, ma proprio a causa delle sue idee e per quello che stava realizzando venne assassinato. Sankara stava andando contro gli interessi delle multinazionali, come la Monsanto. Ogni volta che si afferma un essere umano con grandi qualità, gli si impedisce di vivere. Penso a Gandhi, a Martin Luther King.

Ritengo che solo eliminando la corruzione a livello politico sia possibile ostacolare e interrompere il fenomeno del land grabbing. Solo dicendo “No” alle multinazionali che danno soldi agli uomini di stato per corromperli è possibile migliorare la vita delle persone. Si può e si deve condurre una politica di resistenza alle pressioni e ai ricatti. Personalmente, spero si possa sviluppare una politica globale, intelligente e saggia per la gestione del bene comune, cioè per il bene del pianeta. Noi dobbiamo scegliere e accettare solo persone con un’alta levatura morale. Non possiamo più accettare rappresentanti istituzionali che tolgono all’umanità ciò che è dell’umanità, come le risorse naturali, la terra, l’acqua. Il denaro non dovrebbe permettere tutto, perfino confiscare alla specie umana i propri diritti. Abbiamo bisogno di una politica attenta all’essere umano, quindi è necessaria una politica fondata sull’umanesimo che permette di dire: “Il pianeta non appartiene a nessuno, ma appartiene alla vita, a ogni essere vivente, alle generazioni future, appartiene a tutti e non alle persone che hanno denaro!”. È la società civile che deve mobilitarsi, che deve agire in modo propositivo. La politica ovunque, in Francia, in Europa, in Africa è ormai arcaica. Occorre l’azione della società civile ed è ciò che stiamo cercando di fare».

Pierre Rabhi, coi suoi 76 anni di saggezza, continua a realizzare progetti di agroecologia un po’ in tutto il mondo. Per esempio, in Marocco è impegnato a dare vita a un centro nella zona di Marrakech simile a quello di Gorom Gorom, destinato a formare i contadini locali e a diffondere l’agricoltura ecologica. Importante è il lavoro effettuato anche in Medio Oriente. «In Palestina abbiamo lanciato tempo fa un programma di agroecologia per eliminare prodotti chimici e per valorizzare meglio le risorse della terra. Adesso non lo seguo più personalmente, dato che il programma viene perseguito in modo autonomo dalle comunità locali di Falamia, una regione desertica dove si trova anche la città di Tulkarem. A questo proposito vorrei sottolineare che la questione palestinese a mio avviso non è soltanto legata a dinamiche economiche o a questioni territoriali, ma è anche condizionata da motivazioni etiche, morali, umane, come avviene in altri teatri conflittuali. Abbiamo bisogno di “umanesimo”, di quello slancio etico e morale che ci spinge ad accorrere nel momento in cui altre persone hanno bisogno quando si trovano in difficoltà».

Proprio per diffondere i principi dell’agroecologia e della sobrietà felice, nel 2007 Pierre Rabhi ha fondato il movimento Colibris, per aiutare le persone – attraverso dibattiti, libri, documentari, incontri – a costruire nuovi modelli sociali fondati sull’autonomia, l’ecologia e l’umanesimo. Gandhi disse: «Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo». Pierre Rabhi ha voluto essere il cambiamento che vorrebbe vedere nella società nel suo complesso. Lui, la sua famiglia e tutta la rete del movimento Colibris stanno mettendo in atto una «rivoluzione silenziosa», sul piano della partecipazione democratica, dell’educazione, dell’agricoltura e dell’economia. Un esempio è il progetto chiamato Les Amanins, sito ecologico, nonché pedagogico, realizzato a La Roche-sur-Grâne, nella Drôme francese. Qui, oltre ad applicare l’agroecologia e a difendere la biodiversità, c’è una scuola molto speciale. I bambini, circa una trentina dai 5 ai 10 anni, imparano attraverso la cooperazione, la ricerca e la sperimentazione diretta, costruendo con le loro stesse mani i giochi e altri oggetti didattici, in un clima di collaborazione. Elemento importante nella pedagogia di questa scuola è l’educazione alla pace, attraverso l’ascolto attivo e la pratica della mediazione. Tutto questo avviene a stretto contatto con la natura. Perché questa Terra – come ricorda Pierre Rabhi – è l’unica nostra oasi che conosciamo in cui possiamo vivere.

(Fonte: Rivista Missioni Consolata)


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+