La pena di morte nel mondo, nel 2012 eseguite 682 condanne

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ESECUZIONI DI CONDANNE A MORTE - anno 2012

Tabella 1: ESECUZIONI DI CONDANNE A MORTE – anno 2012

Il 10 aprile 2013 Amnesty International ha reso noto il suo rapporto annuale “Condanne a morte ed esecuzioni” nel 2012.

Il report è incentrato sull’uso giudiziario a livello mondiale della pena di morte riferito al periodo gennaio-dicembre 2012. Il quadro della situazione presentato nel rapporto si basa, come precisato nella premessa, su dati ufficiali quando disponibili, sulle informazioni provenienti dagli stessi condannati a morte, dai loro familiari e dai rappresentanti legali, sui rapporti di altre organizzazioni della società civile nonché sulle informazioni riportate dai media.
L’indisponibilità di informazioni adeguate alla ricostruzione di un quadro credibile con riferimento alla Cina, Paese nel quale i dati relativi all’uso della pena capitale sono considerati segreto di Stato (e lo stesso accade in Bielorussia, Mongolia e Vietnam), ha indotto gli estensori del rapporto, analogamente a quanto fatto in edizioni precedenti, a non considerare le esecuzioni di condanne capitali effettuate in Cina. Tuttavia, sulla base delle informazioni comunque reperibili Amnesty ipotizza che in Cina avvengano “più esecuzioni che nel resto del mondo messo insieme”.
La difficoltà nel reperimento di informazioni riscontrabile in molti paesi (quali Belize, Corea del Nord, Egitto, Eritrea, Libia, Malesia, Suriname e Siria) rende necessario un approccio prudenziale nell’esposizione dei dati relativi alla pena di morte. Pertanto, il numero delle esecuzioni e quello delle nuove sentenze di condanna alla pena capitale “è probabilmente molto più alto di quello riportato” – si legge nel report – così come superiore potrebbe essere anche il numero dei paesi che emettono o eseguono condanne a morte.

Nel corso del 2012 sono state eseguite nel mondo almeno 682 condanne a morte, al netto delle “migliaia di condanne a morte che si ritiene siano state eseguite in Cina” . I 21 paesi “interessati” corrispondono numericamente al dato registrato nel 2011, mentre le esecuzioni sono aumentate di due unità.

Nella tabella 1 vengono riportati i 21 paesi dove sono state eseguite condanne e il numero delle esecuzioni effettuate in ciascuno di essi. Il segno “+” accanto al numero indica che Amnesty International lo considera valore minimo; la presenza del solo segno “+” (nella tabella presente solo con riferimento alla Cina) ai fini del calcolo complessivo considerato pari a 2, segnala la certezza di avvenute esecuzioni capitali, in ordine alle quali, come accennato, non è stato possibile ottenere un dato affidabile. Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Stati Uniti e Yemen risultano essere, nell’ordine, i paesi ai primi posti per numero di esecuzioni capitali. Nel rapporto, peraltro, si segnala che il dato relativo all’Iran (314+) andrebbe presumibilmente più che raddoppiato.

CONDANNE A MORTE INFLITTE - anno 2012

Tabella 2: CONDANNE A MORTE INFLITTE – anno 2012

 

Nella tabella 2, costruita coi medesimi criteri della precedente, sono riportate le condanne alla pena capitale inflitte nel mondo nell’anno 2012. Il numero complessivo delle condanne è di almeno 1.722 ed i paesi interessati sono 58. Tali dati testimoniano una significativa diminuzione dell’irrogazione della pena capitale rispetto al 2011, quando Amnesty riportò almeno 1.923 condanne a morte inflitte in 63 paesi; in particolare, il decremento percentuale è dell’11,7% del numero delle condanne e dell’8,6% dei paesi interessati.

Alla luce di tali dati il rapporto sottolinea la coesistenza da un lato della prosecuzione di una tendenza globale verso l’abolizione della pena di morte e, dall’altro, il fatto che la sua applicazione avviene anche a sanzione di reati non violenti legati alla droga, a reati di natura economica, ma anche in casi di apostasia, blasfemia e adulterio.

Il report di Amnesty offre, altresì, una ricognizione delle panoramiche regionali dalla quale emerge un quadro di notevole disomogeneità tra aree geografiche.

L’area Asia-Pacifico è caratterizzata dalla drammatica ma non comprovabile situazione cinese dove le esecuzioni, come accennato, sono stimate nell’ordine delle migliaia e dalla ripresa delle esecuzioni in India, Giappone e Pakistan; sul fronte delle positività il rapporto sottolinea la non esecuzione di condanne in Vietnam, l’applicazione di una moratoria a Singapore nonché i progressi in ambito legislativo compiuti dalla Mongolia, che ha ratificato il Secondo Protocollo Opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici (adottato a New York il 15 dicembre 1989 ed in vigore dall’11 luglio 1991). Il secondo Protocollo opzionale in questione chiede ai paesi aderenti di abolire la pena di morte permettendo, tuttavia, il mantenimento della pena capitale in tempo di guerra agli stati che abbiano posto una riserva specifica al momento della ratifica. Più in dettaglio, nell’area Asia-Pacifico sono state registrate almeno 38 esecuzioni (pari al 5.6% delle esecuzioni totali nel mondo) – al netto, tuttavia, delle migliaia di esecuzioni che si stima abbiano avuto luogo in Cina – da parte di 8 paesi (Afghanistan, Bangladesh, Cina, Corea del Nord, Giappone, India, Pakistan e Taiwan), uno in più rispetto al 2011, che complessivamente rappresentano il 38% dei paesi dove sono state eseguite sentenze capitali. Le nuove sentenze capitali ammontano ad almeno 679 da parte di 19 paesi. Nella regione fa eccezione l’area dell’Oceano Pacifico, che continua ad essere una zona virtualmente libera dalla pena di morte.

Nel quadrante di Medio Oriente e Africa del Nord, il “preoccupante” ricorso alla pena capitale, si legge nel rapporto, ha visto nel 2012 l’effettuazione di 557 esecuzioni capitali (81.7%) in 6 paesi (29%): Arabia Saudita, Autorità Palestinese (Hamas, amministrazione de facto a Gaza) Emirati Arabi Uniti, Iraq, Iran e Yemen. Nel 2011 le esecuzioni erano state 558 in 8 paesi. Quanto alla emissione di sentenze capitali, a fronte della consistente diminuzione dalle 750 del 2011 alle 505 del 2012, è aumentato di una unità il numero dei paesi che le hanno emesse, passato da 15 a 16. Arabia Saudita, Iran, Iraq e Yemen sono stati teatro nel 2012 della quasi totalità delle esecuzioni capitali nella regione. Particolarmente allarmante il quadro delle esecuzioni in Iraq dove sono state messe a morte almeno 129 persone, quasi il doppio (+47,3%) rispetto alle 68 del 2011. Quanto all’Iran, le autorità hanno reso ufficialmente note 314 esecuzioni, ma “il numero reale è di certo molto più alto” si legge nel report che, ancora una volta, considera il paese secondo solo alla Cina per numero esecuzioni. Il rapporto afferma l’impossibilità di confermare l’esecuzione di sentenze capitali in Egitto e in Siria.

Nelle Continente americano gli Stati Uniti sono rimasti l’unico paese a compiere esecuzioni: le 43 esecuzioni registrate nel 2012 (6.3%) ripropongono lo stesso dato rilevato nel 2011 ma risultano concentrate in soli 9 stati degli Usa (erano 13 nel 2011). Ad aprile 2012 il Connecticut è divenuto il 17° stato abolizionista (si rammenta in proposito che nel maggio 2013 la pena di morte è stata abolita anche nel Maryland, con provvedimento destinato ad entrare in vigore il 1° ottobre 2013) mentre a novembre 2012 con un referendum l’elettorato della California ha respinto tale ipotesi. Le 77 sentenze capitali emesse nel 2012 da 18 stati rappresenta uno dei numeri più bassi da quando la Corte Suprema americana ha reintrodotto la pena di morte nel 1976.
Nel resto del Continente americano sono state emesse 13 condanne a morte da parte di 3 paesi: Barbados, Guyana e Trinidad e Tobago. Il report sottolinea, infine, che in Guatemala, dopo la revisione dei casi di tutti i condannati a morte da parte della divisione penale della Corte suprema di giustizia, 53 sentenze capitali sono state commutate.
Nell’Africa subsahariana i recenti sviluppi in diversi paesi indicano il sussistere di un forte trend abolizionista. Sotto il profilo dei quadri giuridici di alcuni paesi viene in evidenza la ratifica (5 luglio 2012) da parte del Benin del Secondo Protocollo opzionale al patto sui diritti civili e politici del 1989 (cui si è fatto cenno a proposito della Mongolia) che abolisce la pena di morte, Protocollo firmato, il 24 settembre 2012, ma non ancora ratificato dal Madagascar ha firmato, ma non ancora ratificato, il Protocollo il 24 settembre 2012); risalta, altresì, la decisione della Commissione per la revisione costituzionale del Ghana di accogliere la raccomandazione di abolire la pena di morte dalla nuova Costituzione. In Sierra Leone, infine, al termine del 2012 non vi erano detenuti nel braccio della morte.
Nell’area sono state accertate nel 2012 40 esecuzioni capitali (5.9%), concentrate in 5 paesi (Somalia, Sud Sudan, Sudan, Botswana e Gambia) pari al 24% dei paesi che hanno eseguito pene capitali.
Il numero delle condanne a morte registrate nel 2012, pari a 449, rappresenta un incremento notevolissimo, +254 (+56,6%) rispetto al 2011, in gran parte dovuto all’impennata delle sentenze capitali in Sudan (almeno 199). Il numero dei paesi che hanno emesso sentenze capitali è invece diminuito rispetto al 2011, passando da 25 a 19. Il rapporto segnala la difficoltà di ottenere informazioni esaurienti in alcuni paesi, senza indicare quali, nonché la frequenza della condanna a morte in contumacia nella Repubblica democratica del Congo.

Nella regione Europa – Asia centrale il report segnala che la Bielorussia “ha continuato a essere l’unico paese a eseguire condanne a morte e lo ha fatto nella più rigorosa segretezza” mettendo a morte, nel 2012, almeno 3 persone (0.4%).
Sul versante degli sviluppi positivi va segnalato che la Lettonia, con l’entrata in vigore (1° maggio 2012) della ratifica del Protocollo n. 13 alla Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali relativo all’abolizione delle pena di morte in ogni circostanza del Consiglio d’Europa, è divenuto il 97° paese completamente abolizionista al mondo.

Si rammenta che La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali è stata ratificata dal nostro paese con legge 4 agosto 1955, n. 848, ed è in vigore per l’Italia dall’ottobre 1955. Il Protocollo n. 13 (adottato nel 2002), che ha esteso la portata del divieto della pena di morte a qualsiasi circostanza, incluse quelle del tempo di guerra o dell’imminenza di una minaccia bellica, è stato ratificato dall’Italia con la legge 179/2008 in vigore dall’11 novembre 2008.

Nella Federazione russa prosegue la moratoria sulle esecuzioni iniziata nel 1996 ed estesa dalla Corte costituzionale, nel 2009, a tempo indefinito. La moratoria prosegue dal 2004 anche in Tajikistan. Secondo i dati indicati nell’ultima parte del rapporto alla data del 31 dicembre 2012 la situazione riferita all’applicazione della pena di morte nel mondo era la seguente:

Paesi abolizionisti per tutti i reati 97
Paesi abolizionisti per reati comuni 8
Paesi abolizionisti de facto (no esecuzioni negli ultimi 10 anni o impegnati a non eseguire condanne a morte) 35
TOTALE paesi abolizionisti (a) 140
Paesi che mantengono in vigore la pena capitale (b) 58
TOTALE (a)+(b) 198

 

Come è noto, il 18 dicembre 2007 la 62a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato – con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti – la risoluzione 62/149 per la moratoria sulla pena di morte. Tra i contrari, con Cina Stati Uniti India Giappone Iran e Sudan oltre a numerosi Paesi arabi, caraibici e asiatici. Favorevoli numerosi Paesi latinoamericani, africani (tra cui il Ruanda), la Russia e le repubbliche centro-asiatiche Azerbaijan, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan

La risoluzione è l’esito di un percorso – che ha visto il nostro paese in attitudine proattiva – iniziato nel 1994 con una risoluzione di iniziativa italiana non accolta dalla III Commissione dell’Assemblea generale ONU, proseguito con il fallimento di un’iniziativa europea (1999) e giunto a maturazione grazie ad un’intensa attività diplomatica supportata anche da atti di indirizzo parlamentare. Il documento accoglie favorevolmente “le decisioni, adottate da un numero crescente di membri dell’ONU, di applicare una moratoria sulle esecuzioni, in molti casi seguita dall’abolizione della pena di morte”, e manifesta preoccupazione per il fatto che la pena capitale continui ad essere applicata in alcuni Paesi. La risoluzione invita i Paesi che prevedono la pena di morte ad assicurare gli standard minimi concordati a livello internazionale “sulle garanzie per i rischi di esecuzione” e a fornire al Segretario Generale delle Nazioni Unite le informazioni relative al  ricorso alla pena capitale e al rispetto delle regole. La risoluzione, infine, chiede ai Paesi di limitare progressivamente l’uso della pena di morte, anche riducendo il numero di reati per i quali può essere comminata e invita gli Stati che hanno abolito tale pratica a non reintrodurla.

Una seconda risoluzione (63/168) sulla moratoria sull’uso della pena di morte è stata approvata dall’Assemblea Generale il 18 dicembre 2008 con 106 voti favorevoli (due in più rispetto alla precedente risoluzione), 46 contrari (-8) e 34 astensioni (+5). La terza risoluzione Onu sulla moratoria della pena capitale (65/206) è stata adottata il 21 dicembre 2010 con 109 voti favorevoli (+3 sulla risoluzione del 2008), 41 contrari (-5) e 35 astenuti (+1). Infine, l’ultima risoluzione (67/176) adottata il 20 dicembre 2012 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la quarta dal 2007, ha visto convergere a favore della moratoria il voto di 111 paesi (+2 rispetto al 2010), 41 voti contrari (dato invariato sul 2010) e 34 astensioni. Va rammentato che gli Stati membri delle Nazioni Unite sono ora 193, uno in più rispetto al 2010, il Sud Sudan, che ha votato a favore della Risoluzione, nonostante mantenga ancora la pena di morte. Repubblica CentrafricanaCiadSierra Leone e Tunisia, che si erano astenuti nel 2010, per la prima volta hanno votato a favore. La risoluzione invita i paesi membri a limitare progressivamente l’uso della pena di morte e non imporre la pena capitale per reati commessi da persone di età inferiore ai 18 anni e da donne incinte, nonché a ridurre il numero dei reati per i quali può essere inflitta la pena capitale.

Fondata a Roma il 13 maggio 2002, la Coalizione mondiale contro la pena di morte si compone di  oltre 135 organizzazioni impegnate nel campo dei diritti umani, di associazioni legali, di sindacati e di autorità locali e regionali uniti nell’intento di operare per l’eliminazione della pena di morte nel mondo. La Coalizione venne fondata a seguito dell’impegno assunto dai firmatari della Dichiarazione finale del primo Congresso mondiale contro la pena di morte organizzata dalla ONG francese Insieme contro la pena di morte (ECPM) a Strasburgo nel giugno 2001. Oltre ad Amnesty International, vi aderiscono la Fédération Internationale des Droits de l’Homme (FIDH), Penal Reform International (PRI), la Fédération Internationale de l’Action des Chrétiens pour l’Abolition de la Torture (FIACAT), Madri contro la pena di morte e la tortura, la Comunità di Sant’Egidio, la Regione Toscana ed i comuni di Matera, Reggio Emilia e Venezia, la Coalizione italiana contro la pena di morte, il Comitato Paul Rougeau nonché alcune associazioni attive in paesi mantenitori come Forum 90 in Giappone e Journey of Hope negli USA. La Coalizione Mondiale attraverso il rafforzamento della dimensione internazionale della lotta contro la pena di morte persegue l’obiettivo finale di ottenerne l’abolizione a livello universale. Gli strumenti posti in essere a tale fine consistono in attività di lobbying da parte delle organizzazioni internazionali e degli Stati; organizzazione di campagne internazionali, tra cui la Giornata mondiale contro la pena di morte; sostegno alle forze nazionali e regionali abolizioniste. La Coalizione mondiale contro la pena di morte promuove l’azione internazionale intrapresa dai propri membri, come ad esempio le “Città per la vita” iniziativa lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio.

La Giornata mondiale contro la pena di morte (10 ottobre), istituita dalla Coalizione e celebrata per la prima volta nel 2003, si prefigge l’obiettivo di esercitare una pressione concreta e periodica sui governi e le istituzioni per l’abolizione della pena di morte nel mondo, focalizzandosi ogni anno su temi,che individuati anche in base a priorità e probabilità di successo. Nel 2012, in occasione della decima edizione, l’attenzione si è incentrata sui successi ed i progressi dell’abolizione. E’ stato sottolineato che dal 2002,  21 paesi hanno abolito la pena di morte per tutti i reati (Albania, Argentina, Armenia, Bhutan, Burundi, Isole Cook, Cipro, Gabon, Grecia, Kirghizistan, Lettonia, Messico, Montenegro, Filippine, Ruanda, Samoa, Senegal, Serbia, Togo, Turchia e Uzbekistan), e 17 paesi tra questi lo hanno fatto a decorrere dalla prima Giornata mondiale contro la pena di morte, (10 ottobre 2003). Inoltre i paesi che eseguono condanne a morte sono diminuiti dal 2003, quando erano 28, ed anche le condanne a morte sono diminuite, così come il numero di persone nel braccio della morte in alcuni paesi, a seguito di commutazioni di sentenze capitali. Infine, molti stati hanno ridotto l’applicazione della pena di morte ad alcune categorie di persone, tra cui i minori di 18 anni, le donne incinte, le persone che soffrono di malattia mentale e di ritardo mentale.

La Coalizione mondiale contro la pena di morte è anche partner del Congresso mondiale contro la pena di morte, che si tiene ogni tre anni. Dopo le edizioni di Strasburgo (2001), Montreal (2004), Parigi (2007) e Ginevra (2010), il  Congresso mondiale contro la pena di morte si svolgerà a Madrid dal 12 al 15 giugno 2013. Organizzato dalla associazione francese Ensemble contre la peine de mort – ECPM, con il patrocinio di Spagna, Norvegia,  Svizzera e Francia e, in collaborazione, appunto, con la Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte, il Congresso rappresenta un’occasione di confronto tra membri della società civile internazionale, politici ed esperti legali per l’elaborazione di strategie abolizioniste da lanciare negli anni successivi a livello nazionale, regionale e internazionale.
Il Congresso mondiale è anche l’occasione per i gruppi abolizionisti di tenere riunioni statutarie. La Coalizione Mondiale terrà la propria assemblea generale annuale a Madrid il 12 giugno, come faranno, del resto, alcune reti regionali.

I lavori del Congresso saranno organizzati in due sessioni plenarie, incentrate una sull’Asia (con particolare riguardo agli aspetti afferenti l’esercizio della giurisdizione) e l’altra sugli aspetti sociologici, religiosi e politici della prospettiva abolizionista nell’area MENA (Middle East and North Africa), e tredici tavole rotonde tematiche.


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+