Il “sistema Lidl”

Lidl-sistema Lidl

Tornano le straordinarie indagini sotto copertura di Günter Wallraff, e questa volta il tema centrale è il lavoro. Cinque inchieste per raccontare dall’interno lo sfruttamento nella ricca Germania, solo in apparenza immune da ogni crisi. Facendosi assumere in un panificio industriale con turni inumani, impiegandosi come fattorino di un grande corriere internazionale o addentrandosi negli scandali dei manager delle grandi industrie pubbliche, il giornalista svela l’inferno del mobbing e del precariato e il terzo mondo nascosto dietro la porta accanto. Wallraff non ha paura di fare nomi, ma non sono solo Lidl, Starbucks, Deutsche Bahn e i grandi retailer di internet a essere messi sotto accusa, è l’intero sistema dell’occupazione che ha abdicato ai diritti e alle tutele in nome di una presunta efficienza che spesso significa solo privilegi per pochi. Di seguito un passaggio del libro “Germania anni dieci. Faccia a faccia con il mondo del lavoro” pubblicato dal Fatto Quotidiano. 

Stromberg è vicino a Bingen sul Reno, all’altezza dell’omonima uscita autostradale sulla A61 (…). La località è solcata da ben tre torrenti, mentre l’autostrada serpeggia per le profondità della valle, tra “romantiche fortezze e idilliaci sentieri tra i boschi”, come recita la brochure informativa dell’ufficio del turismo. (…) Io però non ero andato fino a lì per divertirmi, ma per sfacchinare. Ero curioso di vedere come si lavorava dai “Fratelli Weinzheimer”. Da alcuni anni l’azienda era entrata a far parte del “sistema Lidl”, era cioè uno dei fornitori del discount alimentare che finiva costantemente sulle prime pagine dei giornali con l’accusa di sfruttare e spiare il personale e di ignorare i diritti sindacali. Pare che proprio questi metodi abbiano regalato al proprietario del gruppo, Dieter Schwarz, quei dieci miliardi di euro in banca che lo hanno reso il quarto uomo più ricco di Germania. (…) All’epoca non avevo ancora idea di come Lidl trattasse i suoi fornitori; il gruppo non dichiara quanti siano in tutto, ma ammontano sicuramente ad alcune centinaia, visto che nei singoli supermercati si trovano più di 1.500 prodotti. È noto che molte delle merci che acquistiamo non vengono più prodotte in Germania, ma piuttosto in Cina, India o Romania, dove gli operai sono pagati meno, quasi non hanno garanzie e sono tutelati poco o nulla contro il rischio di infortuni. Come reagisce a una simile concorrenza al ribasso un’azienda che produce in Germania? È possibile che le condizioni di lavoro del cosiddetto Terzo Mondo siano ormai da tempo di casa anche da noi? Dovevo scoprirlo.

Non qualificato, assunto. Secondo la home page di Weinzheimer, nel panificio “lavora personale qualificato, esperto dell’arte della panificazione”. Di sicuro io non sono qualificato e di panificazione non capisco un bel niente, però provo lo stesso a telefonare per propormi come operaio. (…) Faccio finta di avere 51 anni e prendo in prestito l’identità del mio amico. (…) Ce l’ho fatta. Per un salario di 7,66 euro lordi all’ora, dopo il periodo di prova non pagato. In compenso però uno ha un impiego in questa regione dove il tasso di disoccupazione è alto e i posti di lavoro sono scarsi; anche se, al netto delle tasse, di quei 7,66 euro agli operai ne rimangono meno di 6. Ormai in Germania lo stipendio di quasi un lavoratore a tempo pieno su quattro è sotto la soglia retributiva minima, fissata ufficialmente a 9,61 euro nella Germania Ovest e 6,81 nell’Est. (…)

Scottatura assicurata. (…) La signora mi dà un paio di pantaloni bianchi e una t-shirt a maniche corte. Le chiedo se d’inverno non si congeli in maglietta. “Se ha freddo basta che lavori più velocemente” (…) Nemmeno i colleghi sembrano accorgersi della mia presenza; ciascuno si occupa solo di se stesso, o più precisamente di quello che i macchinari pretendono da lui. Vengo piazzato a un’estremità della catena di montaggio tra due uomini e una donna. La mia “formazione” è già bella che finita. (…) Il panificio industriale Weinzheimer in realtà produce panini precotti chiusi in confezioni di plastica. (…) Sono al nastro da circa un’ora quando improvvisamente si sente un urlo. Suono di sirene, i miei due colleghi corrono imprecando verso il reparto accanto. La responsabile del turno di punto in bianco mi urla di seguirla. “Presto, sbrigati! Vieni ad aiutare!”, grida in preda alla disperazione, strattonandomi. “Togliete le teglie, presto! Presto!”. Lì di fianco c’è il forno incandescente dal quale le teglie vengono spinte sul nastro. Il nostro compito è toglierle ancora roventi dal rullo trasportatore, mentre i panini rotolano ovunque, e sistemarle su dei carrelli. Ogni teglia misura 80 x 60 cm e contiene 42 panini. Un collega mi lancia un paio di guanti sbrindellati e in men che non si dica mi ustiono la mano destra. Sollevo il carico sopra la testa e sento un sibilo dalla pelle del braccio destro e dal mento. Mi si formano delle grosse bolle. Verrò presto a sapere che tutti i miei colleghi hanno riportato ustioni simili. Poi salta la catena d’acciaio del nastro e si scatena davvero l’inferno. Il forno arroventato continua a scagliare teglie a ripetizione nella nostra direzione e alcune cadono a terra con un gran frastuono. I colleghi si urlano contro. Due di loro afferrano il rullo in movimento con le mani per far rientrare la catena nelle addentellature. Un’altra operazione che causa ferite gravi, ma lo verrò a sapere solo due settimane più tardi, quando ormai mi sarà già capitato più volte di dover agguantare il nastro mentre va a pieno regime. Finalmente tutto sembra essere tornato alla normalità, la produzione riprende a scorrere, il caos si placa e io me ne torno al mio reparto, senza neanche un attimo di pausa per passare le scottature sotto l’acqua corrente e lenire il dolore. (…) Le ferite sono all’ordine del giorno dai Weinzheimer. Non giochiamo col fuoco, ci lavoriamo, riportando quotidianamente bruciature alle braccia e al torso. Mi ci vuole una settimana per scoprire il pulsante di emergenza. È accanto al nastro, ma si può usare solo in caso di assoluta necessità. Gli operai ne sono ben consapevoli. Quando viene azionato, i panini restano troppo a lungo nel forno, diventano scuri e non si possono più vendere. (…) Durante le settimane (…) vedo che i guasti e gli inceppamenti sono una specie di calamità naturale ricorrente: teglie da levare dal nastro, panini che rotolano a terra e vanno raccolti per eliminarli poi in un secondo momento. Con l’usura e il calore del forno le teglie si deformano e bloccano il nastro, creando accumuli e ingorghi. L’impianto è vecchio e molto rovinato. Uno dei fabbri dell’azienda mi ha spiegato: “Qui spremono fino all’ultima goccia uomini e macchine e risparmiano su tutto. È Lidl che decide i quantitativi da fornire. Per ogni bancale mancante Weinzheimer deve pagare da contratto una multa di 150 euro; l’ultima volta erano più di 15mila euro”. Una teglia da forno costa 70 euro e allora una volta mi decido a chiedere a un responsabile di turno se non se ne possano comprare di nuove per evitare i continui inceppamenti. “Voi costate meno delle teglie nuove” mi risponde. I sinistri sono, di conseguenza, molto numerosi.

È il mercato, bellezza. Tutti gli operai con cui ho parlato sono d’accordo: le condizioni di lavoro e il clima generale sono drasticamente peggiorati da quando Weinzheimer ha cominciato a fornire esclusivamente Lidl. Il panificio si è consegnato mani e piedi a quest’unico grande committente e il proprietario scarica brutalmente la pressione sui propri dipendenti. Quando Lidl aumenta le ordinazioni, capita che si lavori di fila per due o tre settimane, senza nemmeno un giorno di riposo. Una volta i miei colleghi si sono spaccati la schiena per 420 ore in un mese. Viceversa, quando le ordinazioni di Lidl languono, possiamo pure starcene a casa – senza stipendio! – e per arrivare alla fine del mese bisogna inventarsi qualcosa. (…)

Buon appetito. Perché i clienti comprano questo pane precotto tutt’altro che fresco, né gustoso né tanto meno salutare? In effetti è davvero economico, o almeno così sembra a prima vista: 10,5 centesimi a panino. Però devi comprarne dieci per volta e infornarli per finire di cuocerli, il che costa tempo ed energia elettrica. (…) I miei colleghi hanno il diritto di portarsene a casa ogni giorno una confezione gratuita, ma nessuno lo fa. Un panettiere professionista del reparto impastatura dice: “Mia moglie e i miei figli si rifiutano di mangiarlo. Vogliono il pane del fornaio”. (…) È Lidl a imporre le condizioni, ma anche la Weinzheimer ci mette abbondantemente del suo (…). È stata trovata muffa in più di 150 bancali, che vuol dire una giornata e mezza di produzione, cioè 50mila confezioni. “La direzione non può prevedere questa circostanza, ma ne può comprendere le cause – è scritto in una lettera affissa in bacheca – La muffa si forma in conseguenza di un modo di lavorare impreciso e poco igienico”. (…) Da Weinzheimer la muffa che si forma sui panini di Lidl viene a volte scoperta in tempo e “ripulita” a spese degli operai. Tuttavia nel panificio industriale di Stromberg la muffa non è generata da “un modo di lavorare impreciso e poco igienico” ma (…) è invece una presenza costante nei punti meno accessibili degli impianti. Scende lungo le componenti metalliche marce o si forma nelle celle di lievitazione. (…) Non è colpa degli operai. Sono perennemente indaffarati, sgobbano fino allo stremo, costretti a trottare senza sosta a causa dei guasti ricorrenti. La nostra produzione standard deve essere di 40 bancali per turno. Dati i continui inceppamenti, e il surplus di lavoro che ne deriva, di solito non ci si arriva. (…)


Germania anni dieci. Faccia a faccia con il mondo del lavoro


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+