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Il lato oscuro dell’industria dell’abbigliamento

industria dell’abbigliamento-sfruttamento dei lavoratori

La Clean Clothes Campaign pubblica un nuovo rapporto che rivela cosa si nasconde dietro le catene di fornitura della moda di fascia alta e nella vita dei lavoratori turchi e dell’Europa Orientale che producono i loro vestiti. “Stitched Up! – salari da povertà per i lavoratori dell’abbigliamento in Europa Orientale e in Turchia” è il risultato di approfondite ricerche che includono interviste con oltre 300 lavoratori tessili, in 10 paesi nell’Europa dell’Est post-socialista e in Turchia.

Comunemente pensiamo che lo sfruttamento dei lavoratori nell’industria dell’abbigliamento sia un problema avvertito solo in Asia dove sono ben documentati casi caratterizzati da livelli salariali da povertà, condizioni di lavoro pericolose e lavoro straordinario obbligatorio. Invece questi problemi sono un fattore endemico in tutti i paesi produttori, e persino all’interno dell’Unione Europea si possono osservare, nei paesi che producono gli indumenti che acquistiamo in negozi prestigiosi, livelli retributivi miseri e condizioni di vita spaventose. L’industria dell’abbigliamento alimenta povertà ed esclusione sociale per gli addetti e le loro famiglie. Nei paesi analizzati, Turchia, Georgia, Bulgaria, Romania, Macedonia, Moldavia, Ucraina, Bosnia Erzegovina, Croazia e Slovacchia, sono complessivamente occupate in questo comparto 3 milioni di persone con forme di impiego regolare o irregolare. La Clean Clothes Campaign ha svolto una ricerca documentale sulla situazione socio-economica del settore e sulle leggi del lavoro nazionali, e una ricerca sul campo con interviste agli addetti fuori dai luoghi di lavoro. Hanno trovato riscontro della produzione dei seguenti marchi e distributori: Zara/Inditex, H&M, Hugo Boss, Adidas, Puma, Nike, Levi’s, Max Mara, Tom Tailor, Benetton, Mango, Tesco, Versace, Dolce & Gabbana, Gerry Weber, Otto, Arcadia, Prada, Esprit, C&A. In tutti i paesi oggetto di indagine è stata rilevata una differenza enorme fra il salario minimo legale e il salario minimo dignitoso stimato. Il rischio di povertà ed esclusione sociale è determinato da:

  1. retribuzioni fissate ben al di sotto dei livelli di sussistenza e povertà, a loro volta molto lontani da un livello minimo dignitoso;
  2. discriminazione del lavoro femminile in termini di compensi e trattamento;
  3. dipendenza da salari che costituiscono l’unica fonte di reddito familiare;
  4. assenza quasi totale di rappresentanza collettiva dal punto di vista sindacale o di sostegno da parte di organizzazioni a difesa del lavoro.

La divaricazione tende ad essere persino più marcata nei paesi europei a basso costo che non nei paesi asiatici. I paesi che presentano i minimi salariali legali più bassi in relazione al valore stimato del salario dignitoso (meno del 20%) sono Georgia, Bulgaria, Ucraina, Macedonia, Moldavia, Romania e la regione dell’Anatolia Orientale in Turchia. Nel 2013, Bulgaria, Macedonia e Romania hanno fatto registrare salari minimi legali inferiori alla Cina; in Moldavia e Ucraina i salari minimi legali sono inferiori a quelli dell’Indonesia.

Le retribuzione realmente percepite si collocano ben al di sotto del livello minimo di sussistenza, che non può essere comunque definito un livello dignitoso. In tutti i paesi presi in esame (ad eccezione dell’area di Istanbul, della Croazia e dell’Ucraina) il livello più basso osservato delle retribuzioni nette non raggiunge neppure il 30% del valore stimato di un salario dignitoso. Dalle interviste risulta evidente che forme di occupazione con livelli retributivi eccessivamente bassi creano povertà anziché combatterla. Per quanto disperante sia la loro situazione, i lavoratori del settore non possono permettersi di perdere l’impiego, molte famiglie dipendono da quell’unica fonte di reddito. Fin troppo spesso essi sono messi di fronte alla scelta fra un compenso irrisorio e la propria salute; la necessità e la dedizione al lavoro li espongono allo sfruttamento e al sopruso. L’indagine ha messo in luce la condizione di maggiore vulnerabilità delle donne le quali rivestono all’interno della famiglia il ruolo di portatrici di cure ma sacrificano la propria salute sul posto di lavoro per svolgere attività il cui valore non viene riconosciuto o che vengono svalutate al rango di “mansioni non qualificate” in confronto al livello “tecnico” o di “fatica” del lavoro maschile. Le donne sono esposte a condizioni usuranti per mancanza cronica di tempo, stress, e molto spesso sono vittime di molestie sessuali. In tutta l’area geografica indagata il lavoro nell’industria dell’abbigliamento gode di pessima fama ed è considerato una semplice integrazione al reddito familiare. Contrariamente a quanto si crede, tuttavia, la maggioranza delle donne lavoratrici sono madri sole o l’unico sostegno economico della famiglia.

Le principali destinazioni dei prodotti realizzati sono di gran lunga la Germania e l’Italia. Per la sola Turchia, la Germania rappresenta più di un quinto delle sue esportazioni complessive di abbigliamento. Per la Croazia, l’Italia è il maggiore mercato di esportazione di abbigliamento e calzature (51%), seguito dalla Germania con il 24% nel 2012. Oltre a rifornirsi a buon mercato di prodotti di alta qualità, la Germania trae un vantaggio economico dai servizi offerti dalle sue aziende di consulenza commerciale, come la Weiss Consulting, che vendono assistenza ai governi e alle imprese nella regione. Abbiamo trovato traccia della loro presenza in Bulgaria e in Slovacchia.

La Clean Clothes Campaign e i suoi partner locali chiedono a tutti i marchi della moda e ai distributori che si riforniscono nell’area geografica oggetto della presente indagine di garantire, quale prima immediata misura, che i lavoratori ricevano un salario netto base (senza straordinari e incentivi) pari almeno al 60% del salario nazionale medio. La misura successiva consiste nell’incrementarlo progressivamente verso il valore stimato del salario dignitoso minimo. In specifico, la CCC precisa che un salario dignitoso deve:

  • applicarsi a tutti i lavoratori, il che significa che non devono esistere forme di salario al di sotto del livello dignitoso;
  • remunerare un settimana lavorativa non superiore alle 48 ore;
  • rappresentare la retribuzione netta base dopo le tasse e (ove applicabile) prima delle maggiorazioni, delle indennità e dello straordinario;
  • far fronte ai bisogni primari di una famiglia composta da 4 persone (2 adulti, 2 minori);
  • comprendere una quota aggiuntiva pari al 10% dei costi per il fabbisogno primario quale reddito discrezionale.

Inoltre viene chiesto ai governi degli stati in cui hanno sede i marchi e i distributori e alle competenti istituzioni dell’Unione Europea di chiamare le imprese multinazionali a rispondere delle conseguenze delle loro attività in tutta la filiera produttiva e di far sì che esse rispettino i diritti umani e del lavoro, comprese le leggi vigenti nei rispettivi paesi. I governi degli stati di origine devono assicurarsi che i marchi e i distributori operino efficacemente e in modo trasparente verso l’adozione di retribuzioni dignitose nelle loro filiere internazionali.

Uno dei cinque obiettivi prioritari del programma “Europa 2020, strategia per una crescita intelligente, sostenibile e solidale” è la riduzione della povertà per consentire ad una quota di popolazione di almeno 20 milioni di persone di uscire dal rischio di povertà o di esclusione sociale entro il 2020. La corresponsione di retribuzioni ad un livello dignitoso nel settore produttivo dell’abbigliamento e calzature rappresenta una misura molto concreta, potenzialmente capace di raggiungere un gran numero di persone e di migliorare in modo decisivo le loro condizioni di vita.


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Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+

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