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Il dottore che sorride alla morte



Sergio Livigni è il primario del reparto di Terapia intensiva dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino. Il San Giovanni Bosco è un ospedale pubblico alla periferia nord di Torino, quel che si dice “un ospedale di frontiera”. Un reparto modello, un centro pilota per molte iniziative esportate anche all’estero. Il compito del dottor Livigni  è quello di far funzionare al meglio il reparto più complesso. In terapia intensiva ci sono i pazienti più critici dell’ospedale, ed essendo i più critici, quindi col maggiore rischio di mortalità, si vive in contatto con delle famiglie che sono già distrutte da questo evento drammatico. Il ragionamento che il dottor Livigni si è trovato ad affrontare è quello della relazione, della relazione con i pazienti e con i familiari. Le terapie intensive in Italia, anche quelle che funzionano bene, anche quelle che fanno miracoli, sono reparti blindati. In Italia c’è un vetro che separa l’ammalato dalla famiglia, sono trenta, al massimo sessanta i minuti di ospitalità al giorno tra le luci al neon. Non si entra perché si disturba, non si entra perché si infetta, non si entra perché si inquina il clima operoso dell’équipe. Da medico dirigente, è lui il primario del reparto, ha scelto di trasformarsi in motivatore, in una macchina della fiducia. Ed è straordinario quel che succede in questa piccola fabbrica della vita. Perché lo Stato arrivava a pagare anche 2.500 euro al giorno (ora meno) per assistere chi lotta, ma non riesce a dare sorrisi o lacrime a quelli che accompagna. Non riesce a essere umano. Livigni invece ricerca oltre la terapia l’umanità, un sorriso, studia il benessere, teorizza la cura del conforto, la mano nella mano, l’amore come riabilitazione. “La verità”, afferma il dottor Livigni “è che noi italiani siamo conservatori, il problema dell’Italia è culturale, temiamo i cambiamenti. Ma cambiare fa bene, aprire le porte ai familiari fa bene. Basta lavarsi le mani e poi tutto è permesso. I virus letali sono quelli ospedalieri non il nostro raffreddore. Noi apriamo le porte alle mogli e ai mariti, ai figli e ai nipoti. Porte aperte a tutte le ore. Entrino quando vogliono ed escano quando desiderano. Noi li consoliamo, il nostro obiettivo è quello di creare le condizioni di cura senza perdere di vista la relazione affettiva”. Anche i bambini possono entrare “I pedagogisti ci hanno assicurato”, continua Livigni “che negare a un figlio la visione del padre o della madre malate, anche nelle condizioni più gravi, è una turba peggiore”. Corsie senza barriere quindi. Questa è l’idea “rivoluzionaria” del dottor Livigni.

“Cercherò di spiegare perché ritengo che l’apertura di una Terapia Intensiva non significhi soltanto “la razionale riduzione o abolizione di tutte le limitazioni non motivatamente necessarie poste a livello temporale , fisico, relazionale” (Giannini A. Open Intensive care units:the case in favour. Minerva Anestesiol 2007 73: 299- 305), o meglio, perché ritengo che questa riduzione o abolizione sia necessaria, ma non sufficiente. Il mio ragionamento parte dal principio morale utilitarista per cui ogni azione deve avere il fine di ottenere il massimo di utilità per tutti o per il maggior numero di individui interessati e dal rifiuto del paternalismo medico, cioè dell’atteggiamento secondo cui il medico conosce il bene del proprio paziente e può scegliere al suo posto proprio come un padre di famiglia conosce il bene dei suoi figli e sceglie per loro. Nella pratica clinica non distinguo il sentire del medico/operatore sanitario da quello del paziente o del familiare, ma considero il medico/operatore sanitario anche paziente e familiare. Spero di non essere troppo contorto nel ragionamento: ciò che può modificare il mio modo di agire (l’agire medico in questo caso) è la conoscenza delle conseguenze generate dall’azione che mi accingo a compiere o ad evitare, valutando le diverse posizioni dei soggetti interessati; nel caso della Terapia Intensiva cerco di eliminare tutte le limitazioni individuate da Giannini perché so che l’apertura della Terapia Intensiva segue un principio morale corretto.
Quali sono gli individui interessati?
I pazienti, i familiari, gli operatori sanitari.
Qualcuno ha un diritto maggiore, c’è un conflitto di diritti o di doveri? Il rispetto del diritto non risponde al principio morale utilitarista?
Assolutamente no!
Continuare a mantenere chiuse le Terapie Intensive significa negare un diritto: il diritto alla giusta comunicazione, alla giusta relazione, il diritto alla presenza degli affetti più cari, il diritto di scelta, diritti di ognuno di noi. Non si può continuare ad ignorare le maggiori raccomandazioni della letteratura scientifica per la buona pratica clinica: a tutti sono noti i concetti di decisioni condivise, attenzione comunicativa, consenso informato, l’importanza del supporto spirituale, dell’educazione del personale, quanto la presenza dei familiari durante manovre di rianimazione, l’assistenza, prima, durante e dopo un decesso. Dobbiamo accettare tutto questo e riconoscerne la giusta dignità per la cura del paziente. Stabilita la necessità di quanto sopra siamo comunque in difetto perché ci limitiamo soltanto ad un aspetto del diritto. Il diritto del paziente è molto più ampio: il medico non può compiere qualsiasi atto senza un consenso né evitare di dare informazioni; il medico deve riconoscere la sovranità del paziente sul proprio corpo e sulla propria vita.
Come sostiene Maurizio Mori “…E’ l’interessato che deve scegliere ciò che intende sia fatto sulla propria persona. In questo senso, il consenso informato determina due conseguenze importanti:
Il passaggio di titolarità decisionale, che prima spettava al medico mentre ora passa all’interessato; Il riconoscimento che l’interessato ha sovranità sul proprio corpo e sulla vita ad esso connessa, punto che giustifica il passaggio di titolarità decisionale….”
A questo punto il modello terapeutico si modifica completamente; se comprendiamo ed accettiamo questo cambiamento possiamo dire di avere abbattuto tutte le barriere e scoperto o meglio riscoperto il significato della cura. Ecco perché ritengo che si debba andare oltre…
La cura non può terminare al momento della dimissione, ma deve continuare nel tempo, oltre le diagnosi e le terapie, in una continua ricerca della Persona più che della patologia. La recente costituzione di un’associazione di sanitari e di cittadini interessati ai temi dell’assistenza sanitaria, volta a promuovere la libertà di opinione e di cura, con particolare attenzione ai temi della bioetica, rappresenta il primo passo per cercare di favorire questo cambiamento.”


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Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+

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