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Il business del succo d’arancia

succo arancia


Le arance utilizzate per produrre i succhi che si consumano in Europa provengono per l’80 per cento dal Brasile e dagli USA. Da lì il succo viene esportato in forma liofilizzata per essere poi allungato con l’acqua nel paese di destinazione. Dietro alla catena di produzione e fornitura c’è una manciata di multinazionali che ne detiene il controllo a livello globale e fa in modo di tenere il più possibile sotto silenzio le condizioni di lavoro, il massiccio uso di pesticidi e l’impatto ambientale che deriva dalla produzione. Una campagna europea ha condotto una ricerca in Europa e in Brasile per far luce su quel che i supermercati sono soliti occultare. Ecco i risultati.

I risultati della ricerca Exprimidos – Lo que hay detrás del negocio del zumo de naranja [Quel che c’è dietro l’affare del succo d’arancia], realizzata dalla campagna europea Supply Cha!nge della quale fa parte la rete di attivisti Col•lectiu RETS e che è stata condotta in Brasile e in Europa, fanno luce su qualcosa che i supermercati di generi alimentari sono soliti occultare: la dipendenza e lo sfruttamento dei lavoratori nelle aziende e nelle piantagioni, così come la distruzione dell’ambiente, in particolare attraverso il massiccio utilizzo di pesticidi.

Negli ultimi 30 anni si è avuto un enorme incremento della produttività del succo di arancia, anche a seguito dell’aumento della densità delle piantagioni. Dovendo sopravvivere in un mercato altamente competitivo, si è verificato un processo di concentrazione in tutti i settori della catena di produzione del succo di arancia.

Oggi, le imprese Sucocítrico Cutrale Ltda (Cutrale) [1], Citrosuco S/A (Citrosuco) [2] e Louis Dreyfus Commodities Agroindustrial S/A (LDC) controllano in Brasile tutta l’attività di produzione ed esportazione del succo d’arancia. Queste tre società controllano in maniera effettiva il mercato globale, fornendo alle più grandi aziende di imbottigliamento più del 50 per cento del succo prodotto.

Il danno ambientale del succo d’arancia: i pesticidi

L’arancia è uno dei frutti ai quali si applicano più pesticidi in forma intensiva poiché tra tutti i prodotti esportati dal Brasile è quella che richiede la maggior quantità di pesticidi per ettaro. Dal 2008, il Brasile è leader mondiale nel consumo di pesticidi, avendo incrementato molto velocemente il loro uso nell’ultimo decennio (il 190% rispetto alla crescita complessiva del consumo degli stessi, contro un incremento globale di consumo che è stato del 93%). Il settore relativo alla vendita di pesticidi in Brasile costituisce un grande affare dominato da una manciata di multinazionali. Inoltre, i tipi di pesticidi utilizzati e venduti in Brasile sono particolarmente nocivi tant’è che in altri paesi molti di essi sono stati ritirati dal mercato per motivi legati all’ambiente.

Dal 2007 il numero di intossicazioni dovute ai pesticidi è raddoppiato arrivando a 4.537 casi segnalati. Gli incidenti correlati con l’uso dei pesticidi sono aumentati del 67% e la cifra ufficiale dei morti è passata da 132 a 206. Si stima che il numero dei casi che non sono stati ufficialmente comunicati farebbe aumentare queste cifre in maniera considerevole.

Inoltre, all’inizio dell’ultimo decennio si è scoperta in Brasile la cosiddetta “enfermedad verde”, un’infezione batterica delle coltivazioni di arancia. Questa scoperta ha portato all’impiego massiccio di insetticidi neonicotinoidi che si ritiene mettano in pericolo le colonie di api, sia selvatiche che domestiche. Questi pesticidi vengono usati per ammazzare le api poiché queste vengono considerate responsabili della trasmissione della “enfermedad verde” attraverso l’impollinazione. Tuttavia, ciò che in definitiva accade, è che i pesticidi finiscono per uccidere le api utilizzate per l’impollinazione degli aranceti destinati al commercio.

Violazione dei diritti umani nella produzione del succo d’arancia

La coltivazione dell’arancia è un’attività di tipo intensivo. La frutta si raccoglie principalmente a mano e i raccoglitori spesso viaggiano da una piantagione all’altra raccogliendo arance, canna da zucchero e altri prodotti a seconda della stagione dell’anno in cui si trovano. Generalmente, lavorano in cambio di salari molto bassi che non consentono loro di condurre una vita dignitosa. È su di loro che grava il peso peggiore della dura concorrenza tra le grandi multinazionali del settore del succo; il loro lavoro è molto impegnativo a livello fisico, è mal pagato e non hanno alcuna protezione legale.

Ufficialmente, nelle piantagioni del Brasile si lavorano 44 ore alla settimana e i lavoratori hanno diritto ad un’ora per la pausa pranzo. Tuttavia, la pressione esercitata sui lavoratori affinché producano il massimo, determina il fatto che spesso non usufruiscono dell’ora prevista per mangiare e vengono costretti a lavorare un maggior numero di ore di quelle legalmente stabilite. Durante la raccolta si prevede che lavorino anche i fine settimana. I cartellini usati per segnare l’ora di entrata e di uscita dal lavoro, evidenziano che per molti anni di seguito i lavoratori hanno potuto usufruire di un solo giorno libero al mese.

Le fumigazioni con prodotti chimici vengono compiute più volte mentre nei campi i lavoratori stanno effettuando la raccolta, cosa che provoca loro reazioni allergiche e altri tipi di problemi di salute. Non vengono istruiti su come lavorare o manipolare sostanze tossiche, né vengono formati in materia di igiene e sicurezza sul lavoro. I datori di lavoro non informano i lavoratori dei pericoli ai quali sono esposti nei loro posti di lavoro né viene loro indicato come prendere le dovute precuzioni. Per quanto riguarda una divisa da lavoro che sia idonea alla protezione dei lavoratori, o non viene fornita o quella che hanno non è adeguata, e sebbene alcuni lavoratori ne vengano provvisti, le lamentele sulla cattiva qualità delle stesse è una costante.

Gli autobus e i camioncini che trasportano i lavoratori alle piantagioni sono in uno stato fatiscente e spesso non sono neanche legalmente registrati. Normalmente i datori di lavoro trasportano i lavoratori fino alle piantagioni su veicoli di loro proprietà, il che significa che in caso di incidente solo il datore di lavoro è responsabile di fronte alla legge, e non le grandi multinazionali.

Lo studio dimostra anche come le donne sono chiaramente discriminate. I dati tratti da fonti sindacali indicano che gli uomini che lavorano nelle piantagioni hanno di solito contratti a tempo indeterminato mentre la maggioranza delle donne lavorano con contratti temporanei. Le fonti sindacali informano che negli stabilimenti della LDC e della Cutrale molte donne incinte o con figli/e a carico, sono state licenziate. E se la discriminazione economica e lavorativa non fosse sufficiente, le donne che lavorano nelle piantagioni sono vittime anche di costanti aggressioni, sia psicologiche che fisiche e sessuali.


Note:

[1] Cutrale: azienda brasiliana con sede a Araraquara, stato di São Paulo. È uno dei maggiori produttori al mondo di succo d’arancia. Ha immense estensioni di aranceti e cinque impianti produttivi in Brasile e due in Florida che le consentono di produrre attualmente il 30% della produzione mondiale di succo d’arancia. Fonte: wikipedia
[2] Citrosuco: copre il 45% del mercato brasiliano di succo d’arancia e il 25% di quello mondiale.

Dal blog El Salmón Contracorriente , l’articolo è stato pubblicato anche su Diagonal

Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

El Salmón Contracorriente si presenta così: siamo “un mezzo di comunicazione indipendente che nasce come un’alternativa all’attuale informazione economica, nella maggior parte dei casi centrata su un approccio ai fatti interno al sistema capitalista. L’obiettivo di questa pubblicazione online è ricordare ai lettori che l’economia è una scienza sociale al servizio delle persone.




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Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+

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