Giornata internazionale della libertà di stampa: La storia di Cosimo Cristina

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La celebrazione della Giornata internazionale della libertà di stampa,  proclamata dall’ Onu 20 anni fa per il 3 maggio, si associa immediatamente ai tanti giornalisti che in tutto il mondo hanno sofferto – spesso fino alla morte – per la passione con cui hanno fatto il loro lavoro. Dal 2000 nel mondo uccisi 1110 giornalisti, 32 negli ultimi 4 mesi. L’ecatombe italiana: 26 uccisi dal 1960. L’universo affollatissimo dei cronisti minacciati: 1400 in 6 anni. Uccisi o minacciati perché con il loro lavoro solitario cercavano di illuminare con la luce del giornalismo territori in cui si commettevano abusi e violenze, in cui si cancellavano diritti, in cui si potevano commettere grandi crimini solo a condizione che ci fosse il buio informativo. Questi giornalisti sono gli “invisibili” della professione. Costituiscono un universo poco conosciuto, benché sia densamente popolato. Questa amara realtà riguarda molto da vicino noi italiani, ma noi italiani non ne abbiamo ancora piena consapevolezza nonostante il lavoro di documentazione e di pubblicizzazione svolto in questi anni  dall’ osservatorio Ossigeno per l’Informazione. Che libertà di stampa c’è in un paese in cui migliaia di giornalisti subiscono minacce e gravi abusi? In cui molti giornalisti lavorano ormai in una condizione di precarietà che riduce la loro autonomia? Proprio esponendo questa domanda, nei giorni scorsi Chiara Baldi, una giovane giornalista, ha vinto a Perugia il Premio Walter Tobagi.

Questa è la storia, dal ‘Libro della memoria’ realizzato dall’Unione Nazionale Cronisti Italiani, di Cosimo Cristina giornalista italiano assassinato dalla mafia a Termini Imerese, il 5 maggio 1960. Veniva pagato poche lire e scriveva di mafia, quando ai quei tempi nessuno osava nemmeno nominarla.

L’irrefrenabile desiderio di giustizia, che lo portava ad una spasmodica ricerca della verità, gli è stato fatale ed ha segnato il suo destino che si è concluso tragicamente nei pressi di una galleria, lungo i binari, alle porte di Termini Imerese, paese in cui era nato. Una morte terribile, che resta avvolta nel mistero: gli atti processuali parlano di suicidio, ma il convincimento generale è che sia stato ucciso dalla mafia, anzi più precisamente “suicidato” da Cosa Nostra. È la storia di Cosimo Cristina, un giovane cronista. Una storia emblematica di come è difficile fare il corrispondente di provincia, tanto ieri quanto oggi. Il suo corpo, il 5 maggio del 1960, venne trovato dilaniato, con il cranio sfondato. Era quasi irriconoscibile. Aveva 24 anni. Quattro anni prima aveva iniziato a collaborare come corrispondente presso il giornale L’Ora, successivamente anche per l’agenzia Ansa, ed a passare articoli al Corriere della Sera, al Gazzettino di Venezia ed a Il Messaggero di Roma. Veniva pagato poche lire e scriveva di mafia, quando ai quei tempi nessuno osava nemmeno nominarla. I politici di allora dicevano che era un’invenzione dei comunisti. Solo dopo qualche anno verrà costituita la prima commissione d’inchiesta contro la criminalità organizzata che, intanto, nella zona del termitano faceva i propri affari. Siamo a cavallo degli anni ’50 e ’60, quando viene deciso che il futuro di Termini Imerese sarà legato allo sviluppo industriale. La società si sta trasformando e la mafia si organizza, muta, si trasforma. Non solo nei comuni della provincia ma anche a Palermo. Un’intuizione che Cosimo Cristina coglie, forse prima di altri. Fonda così, insieme a Giovani Cappuzzo, un settimanale, Prospettive siciliane, e scrive, scava nella realtà, conduce inchieste, indaga su omicidi e fatti di mafia, fa nomi e cognomi di noti personaggi. Gli effetti saranno dirompenti e giorno dopo giorno verrà a poco a poco isolato. Iniziano le minacce, poi seguono le querele. In qualche modo si cerca di intimidire il giovane cronista che va avanti e non si ferma. Cosimo Cristina era entusiasta della vita, che gli si apriva davanti. Era nato a Termini Imerese l’11 agosto 1935. Chi lo ha conosciuto lo descrive come un tipo allegro, gioioso, che non si abbatteva, nonostante le difficoltà. Sempre fermo e deciso ad andare avanti. Un tipo anche eccentrico. Andava in giro a piedi o in sella ad una bicicletta, indossando sempre vestiti eleganti ed al collo un papillon. Portava dei baffetti sottili ed un pizzetto. Il primo numero di Prospettive siciliane esce il 25 dicembre del 1959. Nell’editoriale il giovane cronista anticipa quelle che saranno le sue linee guida, puntando su due temi: la questione morale e la lotta alla mafia.Prospettive siciliane – scriveva Cristina – sorge in un momento particolarmente importante della storia dell’Isola, che intende affermare i suoi diritti, del resto già consacrati dalla Autonomia, istituto e strumento di progresso della vita economico-sociale della Sicilia. Uno spirito nuovo anima le popolazioni dell’Isola, che non curanza di uomini politici ed errori di governanti hanno finora trascurato e dimenticato con grande pregiudizio della economia della stessa nazione. Tale spirito nuovo di fiera e oltranzistica difesa dell’Autonomia contro ogni atto o gesto di sabotatori prezzolati ai monopoli del nord, il nostro giornale intende esprimere attraverso le sue colonne facendosi portavoce degli interessi sani e legittimi, delle aspirazioni più giuste delle nostre popolazioni, nel grande sforzo e nell’immane fatica di riequilibrare le condizioni di vita delle nostre genti. Con spirito di assoluta obiettività, in piena indipendenza da partiti e uomini politici, ci proponiamo di trattare e discutere tutti i problemi interessanti dell’Isola, avendo come nostro motto: senza peli sulla lingua. E poiché riteniamo che premessa indispensabile per ogni opera di rinnovamento è la moralizzazione, denunceremo ogni violazione ai principi di onestà amministrativa e politica, sicuri anche in questo di interpretare i sentimenti e le aspettative di un popolo di antica saggezza. Tutto questo perché noi vogliamo che la Sicilia non sia solo quella folcloristica delle cartoline lucide e stereotipate, nè quella delle varie figurazioni a rotocalco e di certa stampa deteriore, per intenderci la Sicilia di Don Calò Vizzini e di Giuliano, ma la Sicilia che faticosamente si fa strada come pulsante cantiere di lavoro e di rinnovamento industriale”. Cosimo Cristina era quindi un cronista libero, non asservito a nessuno, onesto. Un cane senza padrone o meglio come diceva lui un giornalista “senza peli sulla lingua”. Credeva nella libertà di stampa e nel suo ruolo fondamentale per la democrazia e la crescita di un Paese. Uno di quei corrispondenti di provincia sfruttati, privi di garanzie, di contratto, di protezione e sotto il tiro della mafia. Uno di quei giovani cronisti che muovono i primi passi dentro una redazione e credono di avere toccato il cielo con un dito. Il tutto per pochi soldi che a volte non servono a pagare gli spostamenti, i viaggi, le telefonate. La ricompensa è la firma che appare sotto gli articoli, molto spesso tagliati, magari in parte riscritti. Alcuni non usciranno mai. Ma aveva un fiuto per la notizia, una forte passione ed una grande carica ideale. Chi lo ha conosciuto lo descrive come un fiume in piena, una fucina di idee e notizie. Ma spesso la verità è talmente palese e sotto gli occhi di tutti che, proprio per questo, è difficile da raccontare. Certe cose, secondo alcuni, è bene non scriverle, non farle vedere, potrebbero dare fastidio al sindaco o a quell’altro potente di turno o all’imprenditore. E così Cosimo Cristina, che non aveva di certo di queste remore, incominciò a dare fastidio. Iniziò a scavare su alcuni omicidi di mafia rimasti insoluti, a fare collegamenti e soprattutto ad indicare presunti mandanti ed esecutori. Scrisse della mafia di Termini Imerese e delle Madonie, facendo luce su interessi ed affari. Dapprima iniziarono ad arrivare i messaggi trasversali, miti “consigli” a stare tranquilli. Poi le minacce telefoniche e gli avvertimenti. Mentre intanto incominciarono a fioccare le prime querele. In pratica a poco a poco venne isolato. Attorno a lui venne creato un vero e proprio vuoto. Poi la tragedia. Il corpo di Cosimo Cristina, soprannominato Co.Cri. dalle iniziali scritte sotto gli articoli di cronaca, venne trovato al centro dei binari, disteso a pancia in su e con la testa che sfiorava la rotaia, nei pressi della galleria Fossola di Termini Imerese. Erano le 15.30 di un giovedì, il 5 maggio del 1960. Appena due giorni prima era scomparso da casa. A dare l’allarme fu un guardialinee Bernardo Rizzo, di Roccapalumba. Per terra furono trovati il portafoglio, un mazzo di chiavi e un portasigarette. In tasca aveva una schedina del totocalcio e due biglietti: uno per la fidanzata, l’altro per l’amico Giovanni Cappuzzo, con i quali si scusava per il gesto estremo. Nessun messaggio invece per la madre e per le tre sorelle alle quali era molto legato. Il caso venne subito chiuso come suicidio e così gli vennero negati i sacramenti. Nessun sacerdote fu disposto ad officiare la funzione religiosa. Due mesi dopo l’inchiesta fu archiviata, senza che venisse eseguita un’autopsia sul corpo ed una perizia calligrafica sui biglietti trovati. Soltanto a distanza di sei anni il “caso Cristina” venne riaperto dal vice questore di Palermo, Angelo Mangano. Il funzionario di polizia, famoso per le sue inchieste antimafia che avevano portato all’arresto di Luciano Liggio, stilò un dossier sui misteri delle Madonie: un voluminoso rapporto che sfociò nell’arresto, tra gli altri, di Santo Gaeta, considerato il boss di Termini Imerese, del figlio Giuseppe, di Agostino Rubino, consigliere comunale sempre di Termini, Vincenzo Sorce, Orazio Calà Lesina e di Giuseppe Panzeca, indicato quest’ultimo come capomafia di Caccamo. Mangano era convinto che il giornalista fosse stato ucciso proprio dalle cosche mafiose termitane, con l’assenso della famiglia di Caccamo, al vertice di Cosa Nostra nella zona. Il vice questore ritenne che il movente era da ricercare proprio negli articoli che il giovane cronista aveva pubblicato su Prospettive siciliane ed in particolare uno, in cui si svelavano i retroscena dell’omicidio di un pregiudicato, Agostino Tripi, denunciato per un attentato dinamitardo ad una gioielleria e successivamente ucciso dalla mafia perché parlava troppo. In quell’articolo Cosimo Cristina aveva intervistato la moglie dell’ucciso. La donna fece importanti rivelazioni, suggerendo il nome del presunto assassino. L’inchiesta sulla morte di Cristina così fu riaperta, esattamente dopo sei anni. Venne disposta finalmente l’autopsia. Ma anche questa volta i risultati dell’indagine portarono alla conferma dell’ipotesi del suicidio smentendo il rapporto della polizia e le ipotesi del vice questore. Il caso così venne definitivamente chiuso. Anche se sulla vicenda permangono molti dubbi e interrogativi. Resta il ricordo di un giornalista che ha svolto il proprio mestiere con coraggio e onestà credendo nel ruolo di una libera stampa.


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+