Cultura da Terzo mondo

Con il Manifesto dell’Osservatorio degli editori indipendenti firmato da 76 editori, distribuito da oggi gratuitamente da «Più libri più liberi», fiera romana della piccola e media editoria  si avvia l’attività di un Osservatorio, che intende analizzare le varie declinazioni del lavoro editoriale in un tempo, e in un paese, che sembrano indifferenti, se non ostili, all’idea stessa di fare cultura. La fiera con oltre 50 mila presenze dimostra che  nonostante la crisi, l’incertezza e i tagli: la piccola editoria resiste. “In un momento di crisi come questo la Fiera ha dimostrato e confermato quanto sia importante il ruolo e il lavoro delle piccole e medie aziende editoriali, presidi per la salvaguardia della pluralità delle idee”, ha dichiarato Enrico Iacometti, Presidente del Gruppo Piccoli Editori dell’AIE. Di seguito uno stralcio del Manifesto dell’Osservatorio degli editori indipendenti.

Siamo in un paese che considera la cultura un «bene improduttivo». «Con la cultura non si mangia» ha detto un ministro della Repubblica non molto tempo fa. Inutili, e forse dannosi, gli investimenti culturali, bubboni di una logica statalista in dismissione. Chi si gingilla con la cultura è perché ha tempo da perdere, lo fa per svagarsi, magari per darsi un tono. E libere le cicale di trastullarsi nei loro vizi, ma che non vengano a chiedere soldi allo Stato. Lo Stato ha missioni più urgenti: smantellarsi, vendere appetitosi bocconcini di pubblico a chi sa profittare dell’aria che tira, spartire le briciole tra quelli che restano.

Un ventennio di berlusconismo ha declinato in salsa nostrana ciò che altrove il neoliberismo predicava con formule più autorevoli. Un ventennio che non ha fatto altro che ratificare una logica della dismissione di cui gli investimenti culturali sono stati il fiore all’occhiello. Via le biblioteche, via i fondi per la lirica, via la scuola pubblica, via le compagnie teatrali, via i ricercatori dalle università. Un ventennio che ha coronato la continuità di un paese che per quote del bilancio statale in investimenti culturali si colloca da sempre tra quelli del Terzo mondo. Da sempre.

Noi piccoli editori viviamo e lavoriamo tra queste macerie. Con le biblioteche comunali che implorano il «dono» di fondi di magazzino pur di non chiudere. Con quelle universitarie che acquistano una dozzina di nostri libri a decennio. Con quelle nazionali che li ricevono gratis ma impiegano qualche anno a catalogarli e a renderli consultabili.

Noi lavoriamo tra le macerie di una scuola pubblica stremata, che non ha riserve, né personale, per immaginare con noi o con altri nuove sinergie. Lavoriamo con università che non hanno più risorse per la ricerca. Università dove i docenti sono spesso costretti a produrre una mole di testi di grande erudizione ma senza passione, per rispondere ad assurde modalità concorsuali, e questo a scapito della produzione di idee e filoni di pensiero capaci di allargare l’orizzonte dei saperi e rendere migliore la società.

Lavoriamo ricevendo centinaia di curricula all’anno, di giovani e non giovani, laureati, dottorati, masterizzati, che si propongono come lettori, traduttori, collaboratori, grafici, uffici stampa, illustratori, redattori, tutti precari (bene che vada) o disoccupati. Siamo costretti a visionare migliaia di testi di aspiranti autori per selezionare ciò che è veramente valido in mezzo a una gran massa di pagine, spesso mal scritte, da scrittori che spesso non leggono. Autori che hanno trovato il tempo per stendere un libro non pubblicabile, ma che forse troverà un viatico per la carta con una stamperia digitale o un «editore» senza scrupoli.

Lavoriamo lungo un’interfaccia: una lingua, delle idee, delle strutture del pensiero, delle immagini, e i relativi autori, da un lato, e della carta, dell’inchiostro, dei punti vendita, dei magazzini, dei camion che circolano, degli alberi in meno, dall’altro. Lavoriamo tra l’immateriale e il materiale. Traduciamo il primo nel secondo. Diamo una forma tangibile, un peso, una materia su cui stare alle fiabe, ai dialetti, alle note musicali, ai mostri veri e immaginari, alle riletture di Cartesio e alle mappe stellari.

Il nostro lavoro è un osservatorio sulla conoscenza, sulla grammatica italiana, sull’ibridazione linguistica, sul presente nel quale viviamo. E col nostro lavoro, nel cambiare un aggettivo, nel correggere un refuso o nel lasciarlo persistere, nel preferire un congiuntivo o un’altra punteggiatura prendiamo una posizione. E da questa posizione guardiamo le macerie di cui è fatta la cultura oggi nel nostro paese. Perché il nostro lavoro non si fa nel vuoto pneumatico, dentro un ufficio asettico o in una torre d’avorio. Il nostro lavoro si fa nelle contiguità di chi ha imparato una lingua straniera e vuole tradurla, di chi ha finito di studiare e cerca un lavoro, di chi i libri li legge e vorrebbe venderli o di chi li vende e non ne ha mai letto mezzo. Si fa ai margini delle istituzioni della formazione, pubbliche e private, dei corsi di professionalizzazione, dei percorsi di sapere e di conoscenza tanto visibili quanto sommersi.

Il nostro è un mestiere collocato all’incrocio dei flussi di conoscenza, vengano essi dall’università o dalla scuola, da biografie personali o autoformazioni. E di questa catena di trasmissione noi siamo un anello fondamentale. Perché non siamo tipografi. Perché investire il proprio denaro nell’ideazione, nella stampa e nella promozione di un libro significa allungare di un po’ la catena del sapere e della conoscenza, siano essi condivisibili o meno, siano essi considerati produttivi o no.

Ma il nostro mestiere sta anche in uno di quei punti in cui l’immateriale diventa un prodotto. Non siamo gli unici attori di un’economia della conoscenza, ma siamo senz’altro quelli che ci stanno da più tempo, dall’invenzione di un torchio per la stampa, in Germania, un bel po’ di secoli fa. Oggi, a trasformare un guizzo dello spirito in una fattura con Iva sono in tanti, ma se le fatture sono misurabili i guizzi per fortuna no. E anche quelli fanno parte della ricchezza, anche quelli garantiscono il Pil. Dal nostro mestiere sappiamo che più abbondano i saperi, più diffuse sono le conoscenze, migliore è il nostro lavoro. Più è libero e distribuito l’accesso agli strumenti della formazione, più cresce l’intelligenza sociale. E di questa noi ci nutriamo, accrescendola a nostra volta con ciò che facciamo. Perché spesso non è il semplice genio di un editore solitario a fare buoni libri.

Parlare di tutto questo, di conoscenza, di formazione, di circolazione dei saperi, di beni comuni, significa parlare di libri, di tutto ciò che sta attorno, dentro, a fianco del mondo del libro. Che lo circonda e lo attraversa in più punti. Qualche anno fa un movimento di studenti che protestava, inutilmente, contro tagli all’università travestiti da riforma, ha scelto di usare grossi libri di gommapiuma con tanto di titolo e autore come scudo durante le frizioni di piazza. Come se dalla forza della polizia, dal non futuro e dalla ministra Gelmini, potesse meglio difenderli quel sovrappiù di titolo e autore impresso sui ripari improvvisati. Come se il libro fosse davvero ciò che stava lì a proteggerli dall’ennesima promessa di privazione. C’è da chiedersi se non abbiano fatto più loro per la promozione del libro di qualunque iniziativa istituzionale per la lettura.

Capire dove siamo, in quale paese viviamo, quale ne sia la cultura dopo vent’anni di nani e ballerine, di un presidente del consiglio editore, dopo anni e anni e anni di tagli a tutte quelle pubbliche istituzioni che il libro lo usano, lo fanno circolare, lo trasformano, contribuiscono a scriverlo e lo ripensano, è imprescindibile per qualunque riflessione sullo stato dell’editoria, indipendente e non solo, oggi.

Ed è un gruppo di editori indipendenti, di editori piccoli e che molti riterranno non così bravi, che comunque non si credono migliori degli altri, a voler cominciare questa riflessione. Un gruppo di editori che assistono alla strage delle librerie storiche, alla continua erosione delle loro condizioni di sopravvivenza, al venir meno di un terreno culturale sul quale costruire qualcosa di solido, o comunque sul quale immaginare un futuro. Nel chiederci perché non stiamo più sul mercato, o non come prima, ci chiediamo cosa sia questo mercato, da chi sia fatto, quali ne siano gli attori e se siano davvero così capaci e intelligenti. Nel guardare le librerie indipendenti che chiudono ci domandiamo dove stia il problema, se nel poco denaro dei lettori, nella proposta editoriale sbagliata o nell’inettitudine del libraio.

Quando proviamo a capire chi sia oggi il bacino dei lettori, cosa leggano e perché, non formuliamo una domanda di marketing per meglio interpretare i gusti dell’utente consumatore, ma cerchiamo di capire cosa sia la cultura, la lingua, la forma di vita di chi ancora conserva la buffa abitudine di passare del tempo a sforzare la retina su righe di testo. Nel guardare chi si allontana inorridito da una pila di libri al banchetto di una fiera, siamo i primi a chiederci cos’avrà mai in testa quel non lettore, cos’altro avrebbe voluto leggere, se ha mai letto e quale trauma lo faccia fuggire a gambe levate, se sia il prezzo o l’immagine di copertina.

Questo nostro strano mestiere ci mette all’incrocio delle forme diverse di usare e considerare un libro: tra chi se lo legge in tram, chi lo colleziona come un maniaco, chi lo mette su uno scaffale come un pacco di merendine, chi lo espone come un gioiello, chi lo ruba, chi lo trasporta negli scatoloni, chi lo scrive, chi lo mette in un magazzino, chi lo traduce in un’altra lingua, chi lo studia, chi lo stampa, chi lo promuove, chi ce lo chiede gratis dalla galera, chi lo vende solo scontato, chi lo ricicla, chi lo recensisce, chi lo trasforma in una serie televisiva, chi ne fa uno slogan, chi lo usa come uno scudo, chi lo spolvera in una biblioteca. Usi diversi e tutti legittimi ma dove l’uno non vale l’altro, perché diverse sono le idee di mondo e di vita che sottendono. E nel guardare questi usi, vecchi e nuovi, nell’averci quotidiana mente a che fare, non ci limitiamo a chiederci cosa sia cambiato nei comportamenti di lettura, ci chiediamo cosa sia cambiato nel mondo in cui viviamo e lavoriamo, se sia del tutto identico comprare un libro dentro un supermercato o da un libraio di quartiere. Perché, lo sanno bene gli agricoltori, produrre per un supermercato non è uguale a produrre per una bottega.

Noi non abbiamo giudizi da dare, elenchi di buoni libri, di buoni editori, di buoni librai. Non ci siamo messi in cattedra per fare liste di moralità, per dire che Epicuro è meglio di Dan Brown e che la poesia vale più di un legal thriller. Questo attiene alle scelte di ciascuno, editore, libraio, lettore, e avere idee diverse su cosa dare alle stampe o su cosa leggere non ci impedisce di provare a formulare un pensiero comune su quanto accade oggi al libro e alla sua filiera, di cui noi siamo un tassello importante. E a questo tassello sta franando la terra sotto i piedi.

Ci siamo incontrati in un’associazione informale non per fare un premio letterario che premi quelli «giusti» al di là delle consuete dinamiche, né per organizzare un festival dell’accademia degli eterni esclusi, ma per capire perché decine e decine di editori indipendenti, piccolissimi, piccoli e medi, abbiano la comune percezione che qualcosa di grosso e da trattare con cautela si stia muovendo dentro il mondo del libro. Una grande e forse nemmeno troppo lenta trasformazione che attiene tanto alle dinamiche interne alla filiera del libro – chi lo produce, chi lo distribuisce, chi lo vende – quanto a quelle che la intrecciano provenendo da luoghi nei quali il libro è stato oggetto di privilegio.

Riflettere sulla trasformazione del libro a partire dalla crisi che è la nostra significa pensare la trasformazione, e forse anche la crisi, di quei luoghi che nel Novecento sul libro si sono sorretti, valorizzandolo e facendone l’elemento centrale. Ma significa anche immaginare nuove condizioni, forse con nuovi alleati, per ideare, fare, promuovere, far circolare e finanche vendere libri. Magari pensando ad altri luoghi del libro e per il libro, o comunque per i nostri libri.

Il testo completo del Manifesto lo trovi qui.


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+