Costi della politica: 15 miliardi i risparmi possibili (basta volerlo)

La seguente tabella riassume i risultati aggregati e disaggregati e quanto si  potrebbe risparmiare a riportarli verso la media europea

La seguente tabella riassume i risultati aggregati e disaggregati e quanto si
potrebbe risparmiare a riportarli verso la media europea

I costi della politica in Italia, intesi come costo dell’apparato legislativo, esecutivo, fiscale e diplomatico, sono elevati rispetto ai principali paesi europei. Con l’eccezione di paesi di piccoli dimensioni o con basso reddito pro capite, l’Italia spende la più alta frazione rispetto al Pil, quasi un punto in più rispetto alla Germania, la Francia, la Gran Bretagna e la Spagna. Riducendo quindi i costi della politica per portarli in linea con quelli europei, si potrebbero risparmiare teoricamente circa 15 miliardi di euro. I costi della politica sono il frutto di molteplici voci di spesa, nessuna delle quali di per sé ingente.  Le cifre in gioco non sono affatto piccole, basti pensare che l’IRAP pagata dalle aziende (al netto delle partiti di giro) ammonta a circa 20 miliardi di euro, e con i risparmi Cofog e poco altro (molti degli altri risparmi nella tabella sono già inclusi nell’aggregato Cofog) si potrebbe finanziare l’abolizione dell’IRAP, con benefici effetti sulla competitività delle imprese e l’occupazione. Ciò che manca potrebbe ricavarsi dall’abolizione degli enti inutili e di alcuni incarichi ‘politici’ nelle società partecipate.

In tempi di ristrettezze fiscali si sente spesso parlare dei costi della politica. Per alcuni tagliare tali costi sarebbe una panacea, per altri comporterebbe risparmi trascurabili. La verità sta nel mezzo: i costi della politica in Italia sono effettivamente ingenti, superiori a quelli dei paesi europei paragonabili (Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna). Occorre distinguere i costi della politica come rimborsi, indennità e vitalizi per i politici, e il costo complessivo del funzionamento degli organi legislativi, esecutivi e diplomatici. È in questa seconda categoria che l’Italia spende circa un punto di Pil più degli altri paesi, cioè 10-15 miliardi. Nel luglio 2011 il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, ricevette l’incarico di svolgere un’indagine comparativa sui trattamenti economici dei titolari di incarichi pubblici negli Stati membri dell’Unione europea. Sebbene l’attività della Commissione sia stata un fallimento a causa dell’indisponibilità di dati comparabili, nel corso del 2012 alcune misure per ridurre il numero dei politici locali, i finanziamenti ai partiti e i costi delle auto blu sono state prese.

I costi della politica in generale. La classificazione per funzione (Cofog) della spesa pubblica classifica i costi della politica sotto la categoria “Servizi Generali”, e divisione “Organi esecutivi e legislativi, attività finanziarie e fiscali e affari esteri”. Tale classificazione considera insieme il Parlamento e gli analoghi organi degli enti locali, il governo, la rete diplomatica, e alcuni organi economici. Esiste anche la classificazione Cofog di terzo livello, ove si fa distinzione tra “organi esecutivi e legislativi”, “attività finanziarie e fiscali” e “affari esteri”, ma i dati non sono disponibili. La categoria non include i costi dei ministeri che svolgono altre funzioni Cofog, ma solo quelli relativi ai Servizi Generali, quindi non include ad esempio lo stipendio del Ministro dell’Ambiente. Si includono inoltre i ministeri economici e gli uffici che gestiscono il debito pubblico (ma non la spesa per interessi). Infine è incluso il costo del Ministero degli Esteri e della rete diplomatica. Non si tratta di una classificazione esaustiva: se in una ASL ci sono troppi dirigenti per motivi politici, questo ‘costo della politica’ va a gonfiare la spesa sanitaria, ma non i costi della politica che stiamo considerando; lo stesso vale per le spese per i Consigli di Amministrazione delle società controllate e partecipate.

Considerando che gli stati più piccoli e con Pil pro capite inferiore hanno costi fissi maggiori, che l’Italia sia, con il 2,5% del Pil, sesta in Europa dopo Portogallo (5%), Cipro (4,5%), Ungheria (3,4%), Polonia (2,7%) e Austria (2,6%), la rende un caso estremo di extracosti della politica. L’Italia è poi seconda come spesa in valore assoluto, pari a 39 miliardi di euro, molto vicina alla Germania (42 miliardi, che ha però una popolazione e un Pil molto maggiori), e molto lontana da Francia (25), Gran Bretagna (24) e Spagna (18).

In Francia, paese molto centralizzato, la spesa locale per la politica è molto bassa, dell’ordine dei 300 milioni di euro. La Spagna, paese federale, ha spese molto maggiori, circa 3 miliardi. L’Italia ha spese maggiori anche della Spagna, con circa 12 miliardi di euro, e ciò fa pensare che parte dei problemi del costo della politica siano dovuti all’implementazione del federalismo, iniziata nel 2001 con la riforma del Titolo V della Costituzione, a completare le riforme iniziate nel 1997 da Bassanini. Questa intuizione non sembra però confermata dall’evoluzione temporale della spesa, analizzata successivamente. La spesa locale è comunque limitata rispetto a quella complessiva, pari a 39 miliardi.

Il costo del Parlamento. Il costo del Parlamento italiano è quasi il doppio di quello francese e inglese: 1,6 miliardi, contro 0,9 in Francia e 0,6 in Gran Bretagna. Sebbene nel secondo caso parte dei minori costi sia dovuta al fatto che i Lord non prendono un’indennità, il Parlamento italiano dovrebbe spendere quasi un miliardo in meno per allinearsi alle spese francesi e britanniche. Il Parlamento francese è di dimensioni paragonabili a quello italiano (920 parlamentari contro 945), quindi è la spesa per parlamentare a essere particolarmente elevata. Paragonando le dimensioni del Parlamento italiano con quelle di altri paesi si vede come quello italiano sia relativamente più grande, circa il 30%, ma a parte diminuire il numero dei parlamentari a 600-700 per riportarlo alla media dei principali paesi europei, ciò che colpisce è il reddito dei parlamentari, che nella maggior parte dei paesi è pari a circa due o tre volte il reddito medio, mentre in Italia è cinque volte tanto, praticamente il doppio rispetto a quanto considerato “normale” in paesi comparabili al nostro.

Il Parlamento italiano si distingue negativamente anche per l’entità dei vitalizi riconosciuti agli ex parlamentari: la pensione media dei parlamentari francesi è inferiore al vitalizio minimo di quelli italiani, 2.700 contro 3.100€ al mese. Il costo complessivo dei vitalizi per il Senato è 86 milioni, e per la Camera 134. I contributi dei parlamentari hanno finora coperto una parte minuscola di questa spesa, circa il 10%. Con le recenti riforme, almeno per i prossimi parlamentari, i trattamenti saranno meno generosi.

Il costo del Quirinale. Il Quirinale costa molto più, e ha molti più dipendenti, di Buckingham Palace, dell’Eliseo francese, e della Presidenza tedesca. Nel primo caso potrebbe darsi che le funzioni politiche della Regina d’Inghilterra siano molto ridotte, ma ciò non è vero per la Francia, dove al contrario il Presidente ha molti più poteri. Nel 2000 il Quirinale aveva 1.859 addetti civili e militari, mentre l’Eliseo 923, col risultato che mentre il Quirinale costava 151 milioni di euro, l’Eliseo ne costava 86. Negli anni successivi il personale è aumentato ulteriormente, almeno fino al 2007, quando si arrivò a 224 milioni di spesa complessiva. Il bilancio di previsione del 2013 è di 349 milioni di euro, 244 milioni una volta depurato delle partite di giro e le riserve. Di questi, il personale costa 121,5 milioni e le pensioni 90,4. Negli ultimi sei anni il personale è sceso da 2.181 a 1.720 unità, e la tendenza è complessivamente al contenimento della spesa. Nonostante ciò, si rimane molto lontani dai più ridotti costi degli altri paesi: l’Eliseo costa 112 milioni.

Costi della politica locale. In Italia esiste, sebbene sia poco noto, un sistema informatico per tracciare le transazioni dei comuni, delle province, delle regioni e degli enti sanitari e previdenziali, il SIOPE, ma purtroppo i dati non sono pubblici. Durante la scorsa legislatura l’Onorevole Della Vedova chiese di rivelare i dati riguardo le spese per gli organi elettivi delle regioni, le province e gli enti locali. Complessivamente le spese sono state di 1,6 miliardi di euro nel 2011, 600 milioni per le regioni, 110 per le province e 900 per i comuni. L’indagine ha portato alla luce notevoli differenze territoriali. Ad esempio, la Calabria, con 2 milioni di abitanti, spende circa il doppio della Toscana, che di abitanti ne ha 3,7 milioni: la spesa calabrese è 50,1 milioni di euro, quella toscana 25,5. In linea di massima le spese al Sud sono maggiori che al Nord, e sarebbe utile avere i dati pubblici per fare confronti accurati. I presidenti di regioni e province, i sindaci e i consiglieri regionali, provinciali e comunali sono circa 125.000, secondo i dati della Commissione Giovannini, senza considerare gli assessori. Gran parte di queste cariche sono legate ai comuni, che sono circa 8.100 in tutta Italia, a fronte di 110 province e 20 regioni.

(Dati I costi della politica in Italia – Pietro Monsurrò)


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About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+