C’era una volta la Lega Nord e Roma ladrona

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Nell’immaginario leghista Roma rappresenta tutto ciò che il federalismo vuole sconfiggere: l’esasperazione dello statalismo, il centralismo delle istituzioni, la lottizzazione dei partiti, la corruzione e gli sprechi che proprio il progetto federalista punta a eliminare. In tutto questo, la parte del guerriero è interpretata dal Nord produttivo in cui Milano rappresenta il centro di eccellenza e di laboriosità indefessa, insieme alle valli bergamasche e alla Brianza operosa, contro gli sprechi delle regioni parassite del Mezzogiorno.

Nello scontro manicheo tra Nord e Sud del Paese, scrive Ilvo Diamanti, «“la questione settentrionale” è evocata, evidentemente, per analogia alla questione meridionale». Entrambe le espressioni intendono riferirsi a «un tema comune: la mancata capacità dello Stato nazionale di garantire identità, sostegno allo sviluppo, regolazione sociale, e allo stesso tempo la crescente dipendenza dalla società e dall’economia dello Stato». Per l’iconografia della Padania come Stato-nazione dotato di vita propria e caratteristiche peculiari, per la Lega diviene fondamentale, sin dagli esordi, tradurre il localismo in un nordismo dai confini nitidi, per «sagomare una proposta capace di aderire in modo più diretto alle esigenze e alle culture del Nord metropolitano, della grande industria, della comunicazione, della finanza e dei servizi».

La demarcazione tra Nord e Sud si avvale anche dell’antimeridionalismo come propulsore per la formazione di due schieramenti opposti che incarnano due visioni radicalmente diverse di Stato e sussidiarietà. Roma, in tutto questo, diviene per assimilazione lo sponsor ufficiale, oltre che della cultura di Palazzo, anche dell’inefficientismo del Sud, della cultura parassitaria che ha allevato generazioni di cittadini che hanno abdicato alla responsabilità individuale in nome del sussidio statale con il placet della partitocrazia.

Roma ladrona, slogan nato per attirare l’attenzione dei media, ha sempre suscitato reazioni accese tra le fila dei partiti. Bossi intende forse assimilare la sua Roma ladrona anche alla popolazione della città eterna, o utilizza il Leitmotiv solo come simbolo di una corruzione istituzionale e istituzionalizzata da debellare? A chiarirlo è lo stesso Senatùr: «Secondo noi della Lega, Roma è ladrona perché è la capitale dello Stato centralista, perché lì si raccolgono i politicanti corrotti e la burocrazia inefficiente, perché dai sette colli si tirano le fila di una politica di spoliazione delle piccole e medie imprese e in generale di chi lavora. È chiaro: molti romani, forse la maggioranza, sono affezionati clienti dei partiti e delle loro cosche. Ma ci sono anche cittadini onesti e noi speriamo di avere il loro voto, a Roma come in qualsiasi altra città». Queste sono riflessioni più sottili rispetto a quelle che la Lega declama nei suoi comizi, dove parlare alla pancia significa glissare sulle distinzioni tra il Palazzo e i cittadini di Roma o del Sud. Basta andare a Pontida o parlare con i militanti che, in nome dell’obiettivo federalista o del fuoco della politica, semplificano con piacere e convinzione. Nel popolo di Alberto da Giussano, infatti, il razzismo meridionalista, per quanto smorzato nelle occasioni ufficiali, è una fiamma sempre accesa. Corinto Marchini ad esempio, ex comandante delle Camicie Verdi e senatore, non nascose l’amarezza venata di vergogna riguardo una sua parentela malauguratamente di origine meridionale: «Eh sì, ho una nonna romana. Per me è come avere un’unghia incarnita. Mi dà fastidio». A lui si aggiunge anche Gianfranco Miglio che scarta senza riserve la possibilità di lavorare al sud: «Non amo i meridionali perché sono europeo. Non andrei mai a insegnare a Catania o a Palermo. Sarebbe fatica inutile».

Nei comizi sopra la linea del Po, Roma ladrona viene utilizzata come slogan per fomentare le tifoserie padane, ma nei rendez vous nella capitale quelle parole pesano come macigni. A seguito ad esempio dei successi elettorali del 1992, Bossi, in comizio a Roma, spiega ai (soli) trecento presenti che la “Roma ladrona” contro la quale gridano da Milano è quella dei politici, che si schiera a favore della partitocrazia. E invita gli abitanti della Città eterna a partecipare attivamente alla missione della Lega e a sottoscrivere il programma politico in nome del bene comune. L’alternativa? Che l’Italia sarebbe diventata come la Russia, una tabula rasa ingestibile, senza possibilità di riforme e stabilità. Era della stessa opinione anche nel 1999, quando dalla Festa dei popoli padani a Venezia tuonò contro il governo dei massoni e la Roma della partitocrazia, senza risparmiare commenti al vetriolo per l’attuale alleato di ferro Silvio Berlusconi e l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema: «Non ci potranno essere accordi con le due teste sincrone della tirannia romana: il piduista di Arcore e il diessino D’Alema che voleva un “Paese normale” e sta spingendo invece, in sintonia con Berlusconi, verso la dittatura. Ancora non c’è il partito unico solo perché le teste sono due. Ma RomaPolo e RomaUlivo hanno un unico intento: schiacciare la Padania. Noi non vogliamo avere contatti con il governo dei crimini, delle mafie, delle vessazioni, delle immigrazioni che hanno snaturato il Nord». Infervorato da sacro fuoco contro il ladrocinio romano, nel 1999 Bossi decide addirittura di lanciare un “Coordinamento contro Roma ladrona”, che avrebbe debuttato alle regionali del 2000. Spiegava Bossi da Pian del Re, prima tappa della Festa dei popoli padani, che nel coordinamento erano benvenute tutte le anime verdi o affini, intese a combattere il ladrocinio romano. E Berlusconi quindi, che si era venduto a Roma, non poteva rientrare tra i compagni di lotta della Lega. Certo, sarebbe stata una capriola rocambolesca includere il Cavaliere, viste le accuse di collusione con la mafia sparate con titoli a nove colonne su «La Padania».

Eppure in politica si cambia fino a diventare alleati di ferro, come abbiamo visto dal 2001 a oggi. Il comitato, comunque, avrebbe dovuto unire tutti i gruppi indipendentisti del Nord in nome di una vera e propria “guerra santa” contro la capitale.

Lo slogan contro la Roma dei partiti riesce ad arrivare al cuore dell’elettorato e a dar man forte all’obiettivo della devolution e del federalismo fiscale. Su un volantino di Lega Nord Ticino i militanti non hanno dubbi: «Non è più ammissibile che la gente del Nord», spiegano nel documento pubblicato online dal titolo Il cambiamento è iniziato, «debba subire in eterno un prelievo forzoso a opera dello Stato italiano, senza vedere i soldi versati sotto forma di tasse investiti sul proprio territorio, dove vive e vuole continuare a vivere con dignità. Non sta scritto proprio da nessuna parte che “schiavi di roma Iddio ci creò”». Infatti, non sta scritto nemmeno nell’inno di Mameli, ma i leghisti si ostinano nell’errore interpretativo. In ogni caso, la questione dei soldi, obiettivo centrale del pragmatismo federalista, vuole ribaltare la prassi del consumo e dello spreco del denaro pubblico: «Gli esponenti dei partiti romani che sono contrari alla riforma costituzionale che dà il via a un percorso che ci condurrà al federalismo, abbiano il coraggio e l’onestà di venirci a dire quanto realmente ci è costato il fatto di non aver avuto uno Stato federale dal dopoguerra a oggi». E ancora una volta i destinatari della spiegazione sono i padani: «Spieghino, questi signori, perché in tutti questi anni le famiglie padane, le nostre comunità e le nostre imprese hanno dovuto foraggiare l’apparato burocratico e parassita di Roma, senza trarne dei vantaggi per le proprie regioni. Pensiamo ad esempio al fatto che se i milanesi non avessero dovuto versare più della metà dei loro stipendi sotto forma di tasse allo Stato italiano, senza che questi li facesse tornare indietro, forse adesso la nostra cara metropoli sarebbe servita da un sistema di trasporto pubblico e di infrastrutture viabilistiche degno di quello delle altre capitali europee e non starebbe soffocando a causa del traffico e dell’inquinamento». Anche per Milano, il Comune simbolo dell’efficientismo del Nord guidato da un’amministrazione di centrodestra, l’ostacolo da sbandierare è sempre e comunque Roma. “Roma ladrona, la Lega non perdona”: ma gli elettori sanno che gli slogan sono soltanto la foglia di fico per nascondere che il Carroccio, in fondo, si è allineato agli altri partiti, imparando a muoversi agilmente nel sistema di clientelismi, sprechi e incarichi lottizzati che continua a contestare? Tanti dei suoi militanti ancora lo ignorano, convinti che il Carroccio sia il clan dei duri e puri. E sbagliano.

Il rigore delle boutade leghiste, però, perde il suo vigore a fronte dei fatti di cronaca. Per quanto infatti la Lega si sia sempre proposta e abbia alimentato il messaggio della purezza padan-cavalleresca e abbia trattato con spregio la machiavellica condotta dei partiti della Seconda Repubblica, è altrettanto vero che è entrata nei palazzi romani sfruttando a suo favore, come gli altri partiti, tutte le dinamiche del sistema. Dal finanziamento pubblico a «La Padania», organo di partito, fino alla tangente Enimont del caso Patelli e ai favoritismi al Parlamento europeo di alcuni parenti di Bossi, solo per citarne alcuni, la Lega ha dimostrato di aver imparato il galateo della politica dagli altri partiti.

Infatti negli ultimi anni, a seguito del patto con Silvio Berlusconi per attuare il federalismo fiscale, i toni indipendentisti si attenuano. Luca Zaia, oggi governatore del Veneto, quando era ancora ministro per l’Agricoltura disse: «Roma è una macchina infernale con un gran dispendio. Ci sono economie di scala che non si fanno, enti inutili, infrastrutture che non servono. Ma questo governo sta facendo molto per smaltire il peso di inutili zavorre». A difendere la Lega guascona ci pensa anche Berlusconi che minimizza: «Sì, in qualche espressione la Lega esagera. L’ho detto anche a Bossi in particolare quando dice Roma ladrona, ma lui si riferiva alla casta politica». Se poi capita che Spqr per Bossi significhi che sono porci questi romani, che finge di parafrasare Asterix, basta organizzare davanti a Montecitorio una ridicola messa in scena dove Gianni Alemanno imbocca Umberto Bossi con una forchettata di pajata mentre, in segno di pace, a un metro di distanza i padani rimescolano la polenta nei paioli.

[….] Insomma, il mito dei doppi, tripli e quadrupli incarichi, ormai è di casa anche nella casta Lega. La galassia leghista è costituita da altri fulgidi esempi. Tra questi ricordiamo Gianluca Buonanno, in principio sindaco di Varallo, poi vice sindaco di Borgo Sesia, parlamentare e consigliere regionale del Piemonte, Pierguido Vanalli parlamentare e sindaco di Pontida e poi ancora l’avvocato Paolo Marchioni, vicepresidente della Provincia del Verbano, assessore al bilancio, membro del CDA dell’ENI alla modica cifra di 135 mila euro l’anno. E ancora Leonardo Ambrogio Carioni, sindaco di Turate, presidente della Provincia di Como, presidente dell’Unione delle province lombarde, di Sviluppo Sistema Fiere e consigliere di amministrazione della Pedemontana veneta e dell’Expo 2015 a Milano. Straordinario il caso di Nicola Cecconato che, grazie alle sue quattordici poltrone, «è sindaco di RAI Trade e di Veneto Acque, supplente di Coniservizi, presidente del collegio sindacale ATER Treviso e di Asco TLC, nonché revisore unico di Veneto Infrastrutture Servizi SRL e dei comuni di San Biagio e Paese e presidente del collegio di revisori a Mogliano». Incarichi multipli che negli ultimi anni si avvicendano nei posti che contano, dalle ASL alle multiutilities fino alle banche.

Alla Fiera di Milano, assedia il clan ciellino di Roberto Formigoni il vicepresidente Attilio Fontana, in quota Carroccio. Un agguato, quello della Lega in Lombardia, che ambisce a ribaltare il potere consolidato di Comunione e Liberazione, il movimento cattolico fondato da don Luigi Giussani che quasi da vent’anni ha il suo uomo di riferimento al vertice del Pirellone. E ancora in Lombardia, Lorenzo Demartini presiede Lombardia Informatica, Paolo Besozzi è vicepresidente della Milano Serravalle. Il prossimo obiettivo in Lombardia è la sanità, feudo garantito dei ciellini. Ma la Lega punta in alto. A proposito di incarichi tentacolari e stipendi multipli, anche Roberto Cota ha tentennato fino alla scadenza per scegliere se optare tra il seggio di parlamentare e quello da neogovernatore della regione Piemonte. Intanto, nel periodo di riflessione, era garantita la doppia busta paga.

È chiaro che il familismo e la legge dei doppi e tripli incarichi non siano merce solo a disposizione della Lega, ma è altrettanto vero che il Carroccio ha sempre vantato il pedigree di partito incorruttibile, dove le leggi della Casta non valevano entro i confini della Padania. Sante parole quelle dell’ufficio stampa leghista ed ex portavoce di Bossi Simonetta Faverio: «In un movimento che si propone di far la rivoluzione non ci può esser posto per gli arrivisti, i corrotti, i poltronari, i leccaculo, “i pentiti” e i lottizzatori. Chi si è proposto di cambiare questo nostro povero Paese non può nello stesso tempo volere un posto al sole per sé o per i suoi amici, non può usufruire dei privilegi di cui hanno goduto i piccoli uomini politici della partitocrazia. Non può insomma parlare bene e razzolare male, prendendosi così gioco della base pulita, dei militanti, e di quei dirigenti onesti che per la causa leghista sarebbero disposti a tutto». La carriera della Faverio riconferma l’ingresso a pieno titolo della Lega entro i confini delle caste romane, visto che oggi è vicedirettore di rai Parlamento. Anche dentro la RAI, la Lega, come gli altri partiti, ha fatto il suo ingresso per la lottizzazione del servizio pubblico. Forte dei suoi voti a seguito delle elezioni regionali, «l’attenzione leghista si è sempre concentrata su RAI Due, la più settentrionale delle reti pubbliche perché dotata di un cuore pulsante a Milano nonostante la testa romana». I risultati sono notevoli, da pragmatici del Nord: Antonio Marano, eletto nel 1994 tra le fila della Lega Nord e poi divenuto direttore di RAI Due, è vicedirettore generale della RAI. O ancora Gianluigi Paragone, ex direttore de «La Padania» e  vicedirettore di RAI Due, dove ha condotto prima Milano, Malpensa e poi L’ultima parola, senza dimenticare il conduttore Milo Infante – che, oltre a essere in quota Lega, è sposato con Sara Venturi, ex Miss Padania – e infine, per ora, il capo del centro produzioni milanese, Massimo Ferrario.

Per quanto il Carroccio si ostini a dispiegare le sue forze per costruire l’immagine mai scalfita del partito sui generis, della Lega dura e pura non c’è traccia.

Promotori della meritocrazia e dell’olio di gomito lontano dalla matrice centralista, la Lega ha sfruttato anche i finanziamenti pubblici all’editoria. Infatti «La Padania», come evidenziano i dati sul sito del Governo, ha raccolto quasi quattro milioni di euro di contributi nel 2009, con anno di riferimento al 2008, per un totale di poco più di ventiduemila copie vendute in edicola. Per quanto riguarda gli sprechi in campo mediatico e artistico, primeggia su tutti il caso del Barbarossa di Renzo Martinelli, il film commissionato dai vertici del partito dove un improbabile Raz Degan, dopo lo spot Jägermeister e il Cristo contemporaneo di Olmi, interpreta un imbarazzante Alberto da Giussano, il mitico eroe della Lega lombarda che grazie al patto coi comuni del Nord sconfisse l’imperatore Federico Barbarossa. Un kolossal senza pubblico che è costato «trenta milioni di euro e ha incassato al suo primo week end quattrocentomila euro, meno di un quinto dell’incasso che al primo week end fece Baarìa». Anche dinanzi all’evidenza delle sale vuote, la Lega dispiega la sua grandeur immaginaria, dai cinquantamila di Pontida fino all’afflusso nelle sale per il film flop. Infatti, secondo Roberto Calderoli, le sale erano piene. Un successo al botteghino di cui, evidentemente, è l’unico testimone. Secondo il ministro, infatti, si tratterebbe dell’ennesimo complotto: «Questa è l’azione dei poteri forti e dei comunicatori forti, che fa pensare quello che non è. Ma più ci attaccano e più aumentiamo i voti, va bene cosi». Anche «L’Osservatore romano» lo stronca col titolo Che barba (rossa). Nonostante l’evidenza lapalissiana, Renzo Martinelli si rifiutò di definire la sua opera un film della Lega. Infatti, poco importava che fosse stato prodotto dalla RAI per intercessione di Silvio Berlusconi presso Agostino Saccà al fine di accontentare l’alleato di ferro lumbard. Martinelli spiegava con candore di avere fatto solo un film storico, slegato dalla retorica e dalle richieste della Lega. Impossibile crederlo, ovviamente. Lungo oltre due ore e mezza e giudicato non solo a sinistra «retorico, pesante, con musiche inascoltabili», il Barbarossa, distribuito in pompa magna in 267 copie, è stato disdegnato in toto dal popolo del Carroccio. Secondo Merlo, infatti «il punto più interessante, e persino scandaloso, è la constatazione che anche gli elettori leghisti (6985 spettatori in Veneto) stanno snobbando il film che avrebbe dovuto celebrarne l’epica.[…] Oltre a porre l’accento sul flop targato Martinelli, sull’appalto per il Palazzo della Provincia di Treviso lievitato da trentacinque a ottanta milioni di euro con i cinquecentotrentamila euro di sedie, e sul costo della costituzione dell’orchestra di Brescia che grava per duecentomila euro l’anno sui contribuenti, i meridionalisti hanno voluto dare una lezione ai leghisti moralizzatori: tanto al Nord quanto al Sud esistono buoni e cattivi amministratori. Per questo chiedevano la moratoria definitiva sulle lezioni moraliste padane.

Oltre agli sprechi della divulgazione culturale, vi sono ben altre caratteristiche assai più sostanziali e meno glitterate come il quotidiano o il kolossal di partito che inquadrano il sedicente outsider della politica nell’asset ben consolidato della casta tanto odiata.

Fioccano ad esempio le accuse di familismo e raccomandazione, ben prima dell’elezione di Renzo Bossi, trota aspirante delfino di papà Umberto, eletto nel 2010 alla Regione Lombardia. Prima di lui nel 2004 lo scandalo familista coinvolse il fratello del Senatùr, Franco, e il figlio di primo letto avuto da Gigliola Guidali, Riccardo. Entrambi, come è possibile consultare sul sito dell’Europarlamento, erano stati assunti in veste di assistenti accreditati a Strasburgo e costavano al deputato di riferimento – ovvero ai contribuenti –12.750 euro al mese. Ad assumere il primo è stato l’attivissimo Matteo Salvini, e per il figlio Riccardo il testimone è passato a Francesco Speroni, tuttora europarlamentare. Speroni si è anche speso a favore del genero Marco Reguzzoni, il marito della figlia Elena, che da presidente della Provincia di Varese è in seguito approdato alla Camera dove ora è capogruppo della Lega. L’esperienza politica di Franco e Riccardo era praticamente inesistente: Franco Bossi, infatti, passati gli esami di medie e scuole commerciali, gestiva un negozio di autoricambi a Fagnano Olona: «una professionalità che, unitamente alla passione leghista, ha spinto il Carroccio non solo a ipotizzare una sua candidatura alla Camera al posto di Umberto nel collegio di Milano 3 (dove poi, forse per evitare le accuse di far tutto in famiglia, fu scelto il medico di casa del Senatùr) ma ad affidargli negli anni ruoli di spicco quali quello di CT della squadra di ciclismo della Padania, di socio della controversa Cooperativa 7laghi, di membro del consiglio di amministrazione dell’ALER (case popolari) di Varese». Del figlio Riccardo, invece, lo stesso che voleva andare a L’Isola dei famosi, si sapeva solo che era uno studente fuori corso amante dei motori. La questione morale e l’ombra del familismo della Lega dei duri e puri non è solo percepita dagli analisti o dai notisti politici, ma dagli stessi cittadini. […] Il virus del clientelismo, però, non risiede soltanto nel clan di Bossi. In Piemonte infatti, l’avvento di Roberto Cota ha tolto i freni inibitori per lo sviluppo di una parentopoli trasversale in regione: Michela, la figlia del capogruppo della Lega Mario Carossa, ad esempio, lavora nella segreteria del presidente in qualità di «addetto collaboratore dell’ufficio comunicazione». Seguono a pioggia tutti gli altri colleghi che dal Popolo della Libertà al gruppo «Verdi-Verdi-WWFF-L’Ambientalista per Cota» che hanno sistemato cugini, mogli e figli.

Al grido di “rivogliamo i nostri soldi” che i padani di Pontida fanno risuonare sventolando il Sole delle Alpi, dovrebbero rispondere per le rime tutti i contribuenti italiani. Infatti, con lo sforamento delle quote latte, gli irriducibili allevatori padani, ostili alla regolamentazione europea, hanno prelevato a ogni cittadino ottantatré euro. Quanto fa in totale? Quattro miliardi e quattrocentosette milioni di euro che, contando l’inflazione, corrisponde al budget per la costruzione del Ponte sullo Stretto, ovvero cinque miliardi. Ecco il costo delle vacche padane, il tributo da pagare ai COBAS del latte, sempre difesi in prima linea dal Carroccio. Le tragiche conseguenze dei dati al ribasso per le quote forniti all’Europa, insieme al messaggio agli agricoltori che le cose, prima o poi, si sarebbero sistemate all’italiana, magari con un condono, sono andati a danno degli allevatori onesti, dei contribuenti e di tutti i cittadini. Solo per tutelare un manipolo di furbetti che la Lega ha sempre difeso.

I cavalieri della Lega sono poi gli stessi che in Europa decidono di non votare la legge che avrebbe equiparato tutti gli stipendi degli europarlamentari. Il motivo che ha portato Salvini, Speroni e Borghezio a opporsi alla norma, sarebbe la tanto sbandierata questione dei soldi, riletta in questo caso, al contrario. Infatti, il regolamento avrebbe voluto fissare uno stipendio di settemila euro mensili, uguale per tutti i 732 deputati europei in cui le spese di viaggio dei deputati sarebbero state rimborsate in base ai costi reali e non più su base forfettaria. In base ai dati diffusi dal «Times», infatti, la votazione a favore non sarebbe risultata conveniente per gli europarlamentari italiani, inclusi i leghisti: lo stipendio mensile italiano si aggirava intorno ai dodicimila euro, il doppio rispetto a un deputato belga, il quadruplo di uno spagnolo e venti volte quanto avrebbe percepito un eletto polacco. Insomma, spremere l’Europa fa parte della linea leghista. O, almeno, così pare.

Ma la pietra dello scandalo, che ha aperto anche nel Carroccio la piaga – mai rimarginata – della questione morale, ben oltre lo spreco di denaro pubblico del Barbarossa e la spartizione delle poltrone RAI, riguarda la tangente Enimont versata dall’ex amministratore delegato della Montedison Carlo Sama, che il tesoriere della Lega Alessandro Patelli, con il placet di Bossi, aveva intascato per finanziare illecitamente il partito durante la campagna elettorale del 1992. Duecento milioni scomparsi nelle casse del Carroccio per cui entrambi sono stati condannati in via definitiva dalla Cassazione a otto mesi di carcere. A sua difesa, Patelli, definito “pirla” dal Senatùr, indossò i panni di Bettino Craxi in nome di un “benaltrismo” difensivo: se la Lega era stata accomunata al vecchio sistema dei partiti con le accuse di finanziamento illecito, i reati degli altri, ovvero concussione o corruzione, erano comunque più gravi. Poi il responsabile organizzativo della Lega, e “maggiordomo” di Umberto Bossi, aggiunse che era ancora da stabilire se quel finanziamento fosse illegale o fosse, ad esempio, un anticipo per prestazioni che dovevano fornire, tutte di natura commerciale: dall’assistenza al mondo della cooperazione, fino alla gestione di pacchetti pubblicitari ed eventuali sponsorizzazioni ad attività sportive. Quindi, secondo Patelli, la tangente Enimont non era assimilabile alle mazzette di Tangentopoli. Ma la condanna in Cassazione per lui e per Bossi non è segno di innocenza. La questione morale nella Lega esiste. Proprio come negli altri partiti.

(Fonte estratto da Il libro che la Lega Nord non ti farebbe mai leggere. – Eleonora Bianchini)


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“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+