Siamo sempre lo straniero di qualcun altro



Con la solita ironia i ragazzi del collettivo di satira The Jackal affrontano uno degli argomenti più discussi e controversi del momento. “Le domande degli immigrati agli italiani“, questo il titolo del video che vede come protagoniste persone di differenti nazionalità.

“Ma perchè voi italiani chiamate noi di colore se noi siamo neri?”
“Perchè ci dite che lo stato ci mantiene, quando a noi immigrati è riservato solo lo 0,01% della spesa pubblica?”
“Perchè quando incontrate un bambino nero dite ‘com’è carino, com’è bello’, e poi quando cresce e diventa adulto lo volete buttare fuori?”
“Io sono romeno, perchè mi chiamate rom?”
“Perchè i ragazzi italiani si tolgono le sopracciglia?”
“Perché pensate che noi donne dell’est vi rubiamo i mariti?”
“Perché Salvini?”
“Perchè tutti mi chiedono cosa voglio da San Gennaro?”


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Il quadro più caro della storia: 300 milioni di dollari

Paul Gauguin

Un dipinto del 1892 di Paul Gauguin (1848-1903) che raffigura due donne tahitiane è il quadro più caro della storia: un consorzio di musei nazionali del Qatar ha sborsato, ad una fondazione svizzera, ben 300 milioni di dollari per averlo. Si tratta di “Nafea Faa Ipoipo (When Will You Marry?)”, ovvero “Quando ti sposi?”, del pittore francese Paul Gauguin. La famiglia reale del Qatar, nell’ultimo anno, è stata indicata come l’acquirente privilegiata di diversi capolavori. Gauguin ha battuto il precedente primato conquistato nell’aprile del 2011 da Paul Cézanne, il cui dipinto “i giocatori di carte” (1893) venne acquistato per 250 milioni di dollari dalla famiglia regnante del Qatar per esporla al museo di Doha.

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Scuola italiana: Insegnanti pagati sempre meno

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La qualità dell’istruzione migliora in Italia, ma gli insegnanti vengono pagati sempre meno. E’ questo in estrema sintesi il succo del rapporto Ocse diffuso stamane.

“In base ai test ‘Pisa’ per la matematica, ad esempio, tra il 2003 ed il 2012 è diminuita la percentuale dei 15enni con un punteggio basso, mentre sono aumentati i più bravi. Di contro, tra il 2008 ed il 2012 le buste paga di insegnanti di elementari e medie sono diminuite in media del 2%. E dal 2005 al 2012, le retribuzioni statutarie di ogni grado e con 15 anni di esperienza hanno perso il 4,5%. Perdita compensata solo in parte e comunque a livello individuale, dagli scatti di anzianità.

Per Francesco Scrima, segretario generale della Cisl Scuola, “il rapporto Ocse conferma le denunce del sindacato circa gli scarsi investimenti in rapporto a ciò che hanno fatto gli altri paesi sull’istruzione. E quei miglioramenti che pure si registrano nella formazione degli studenti dipendono tutte dalla volontà e dalla passione degli insegnanti. Per cui – conclude Scrima – se questo Paese, come dice il Manifesto Renzi, vuole investire sulla scuola sicuramente non lo può fare bloccando il contratto di lavoro”. (Ascolta l’audio della dichiarazione rilasciata al Tg Cisl)

Dati alla mano, secondo il rapporto intitolato “Uno sguardo sull’istruzione 2014: indicatori Ocse”, i risparmi operati in Italia negli ultimi anni sulla spesa provengono proprio dalla riduzione del costo salariale per studente: tra il 2008 al 2012 c’è stato un taglio del 15% nella scuola primaria (da 3.242 a 2.769 dollari) e del 20% nella scuola media(da 3.852 a 3.102 dollari). Altre spese, come l’edilizia e l’acquisto di nuove attrezzature, sono state invece rimandate. Per fare economia sui costi salariali è stato aumentato anche il numero di alunni per docente, rispettivamente del 15% e del 22% nella scuola primaria e media. Oggi il rapporto è di 1 docente ogni 12 alunni e si avvicina alla media Ocse (1 ogni 15 nella primaria, 1 ogni 14 nella media). Inoltre dal 2008 al 2011, alle elementari è stato ridotto l’orario di lezione per gli alunni ed è “leggermente” aumentato quello di insegnamento per chi siede in cattedra. Anche alle medie ci sono stati cambiamenti simili. Qui inoltre il numero di alunni per classe è aumentato del’8,1%. In generale, osserva l’Ocse, per far aumentare il rapporto studenti-insegnanti, è stato anche necessario ridurre il numero dei prof, bloccando il turn over: nel 2012 il 62% dei professori aveva più di 50 anni (48% nel 2002). Si tratta della più alta percentuale di insegnanti over 50 di tutti i paesi Ocse.

Non solo: tra il 1995 ed il 2011, la spesa per studente ha segnato un calo del 4%, e tra i 34 paesi Ocse presi a esame, l’Italia è l’unico ad aver registrato un calo della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011. In parte ciò è dovuto a un ribilanciamento della spesa verso l’università, che dal 2005 al 2011 è aumentata del 17% (10% media Ocse). In generale, nel 2008 la spesa per la scuole rappresentava il 9,4% del totale della spesa pubblica, nel 2011 l’8,6%. La percentuale del finanziamento privato per scuole e università è invece quasi raddoppiata tra il 2000 e il 2011: nel 2000 il finanziamento pubblico era pari al 94%, nel 2011 all’89%.

Nel frattempo, però, sono aumentati anche i tassi di disoccupazione dei giovani, soprattutto tra coloro che non hanno finito la scuola superiore (19% nel 2012, contro il 14,8% del 2011). Ed è cresciuta tra il 2008 e il 2012 anche la percentuale di Neet: dal 19,2% al 24,6% dei 15-29enni. Più marcato l’aumento tra gli uomini (+7,1%) e tra i 20-24enni (+9,5%; nel 2012 quasi uno su tre non lavorava nè studiava). In generale però tra il 2000 e il 2012 l’Italia ha registrato aumenti significativi del livello d’istruzione, soprattutto per quanto riguarda le donne. Ma sono valori che in generale rimangono inferiori alla media Ocse”. Conquiste del lavoro

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Vi spiego la giornata tipo di un insegnante

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“Dopo 34 anni di insegnamento, viaggiando in lungo e in largo nella provincia emiliana, ho una dubbio che mi tormenta e vorrei tanto che qualcuno, tra coloro che scrivono e parlano di scuola, potesse aiutami a risolverlo.

Desidero semplicemente sapere come un cittadino italiano immagina il pomeriggio di un insegnante medio. Quando il sottosegretario Reggi (un ingegnere e non un docente), quando un cittadino qualsiasi pensano che l’orario di un docente si limiti alle ore frontali in classe e al monte ore annuale di riunioni, consigli di classe, ricevimenti e quant’altro, significa che in questo paese non è storicamente possibile uscire da uno stereotipo secolare, da una sorta di prigione ideologica che non ci consente di vedere quello che sta sotto i nostri occhi. Se apro i quaderni di mio figlio vedo la mole di lavoro che viene svolta ogni mattina e che qualcuno ha preparato; se mi collego al sito della scuola leggo i voti dei compiti in classe che qualcuno ha pazientemente corretto; se mi informo sul Pof dell’Istituto mi inoltro in una rete complessa di progetti: tutte occasioni di formazione e apprendimento che qualcuno ha pensato, organizzato e gestito. Chi è quel “qualcuno”?

Fare una “semplice” lezione (non dico una lezione in una classe ad abilità differenziate, non dico una lezione che si avvale di nuove tecnologie didattiche, dico una normale e onesta lezione) presuppone sempre una preparazione da parte del docente. La preparazione è il prerequisito della riuscita dell’intervento in classe e della sua efficacia e si basa sul presupposto che al pomeriggio il docente studi e si prepari. Un esempio di giornata tipo?

Lunedì: otto meno dieci, classe terza di un Liceo. L’insegnante di Italiano spiega il canto 26 dell’Inferno di Dante, alla seconda ora interroga in storia sulle cause del passaggio dal Comune alla Signoria. Alla terza ora entra in classe quarta e legge, parafrasa e analizza un sonetto di Foscolo, alla quarta ora spiega la Rivoluzione francese, infine entra in un’altra classe terza e consegna dei compiti, correggendo alla lavagna gli errori di grammatica e sintassi, poi introduce le origini del poema cavalleresco. Questa è la routine di un insegnante medio, non è un genio, non sta sperimentando percorsi o moduli particolari, ma poiché non può ricordare tutti i contenuti a memoria, passa buona parte del suo tempo a preparare le lezioni, i compiti, le integrazioni al libro di testo.

Invece nel nostro paese in molti devono pensare che al mattino il professore, di fronte a 28 studenti di 16-17 anni, si metta a raccontare i suoi sogni, il film visto la sera prima, il suo primo amore (tanto per familiarizzare), oppure legga per ore il giornale, oppure … (ditelo voi come vi immaginate che passiamo il tempo fuori dalle fatidiche “18 ore”). E non è vero che il tempo di un insegnante non è contabilizzabile. Lo è nella maggior parte dei casi. E’ un calcolo facile e matematico. Basta contare il numero dei compiti in classe, moltiplicarlo per gli alunni e le classi e sommare il tutto a una pur vaga idea dell’insegnamento della materia. Abbiamo provato a dimostrarlo tante volte, ma l’ipocrisia di ritenere gli insegnanti dei lavoratori part time fa comodo per continuare a non pagarli come i loro colleghi europei. Da decenni ormai, un giorno sì e uno no si spara a zero sugli insegnanti.

Noi siamo i fannulloni brunettiani ma stiamo facendo gli esami di maturità e i corsi di recupero, siamo i fannulloni ma con preparazione e pragmatismo facciamo funzionare le scuole anche senza soldi. Invece è vero che non rinnoviamo il contratto da sette anni, che gli scatti di anzianità riconosciuti solo fino al 2012 hanno tolto risorse al Fondo d’Istituto, quindi a tutti gli altri docenti e soprattutto agli studenti, poiché quel fondo si traduceva in progetti di offerta formativa.

Gli altri paesi investono in istruzione e cultura, noi lasciamo andare i nostri laureati più brillanti all’estero, dove non li rimandano a casa, anzi li trovano molto preparati e gli offrono delle opportunità di lavoro. Ma chi li ha formati? Sempre quel qualcuno che lavora part time?” Cinzia Ruozzi – Insegnante di scuola secondaria di Reggio

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214 miliardi di euro il valore della cultura nell’economia nazionale

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L’intera filiera culturale italiana (le industrie culturali, più quella parte di economia non culturale che viene attivata dalla cultura, come, ad esempio, il turismo culturale) vale 214 miliardi di euro: il 15,3% del valore aggiunto nazionale. Secondo solo alla filiera meccanica, e ben superiore, ad esempio, a quella metallurgica. È quanto emerge dal Rapporto 2014 “Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi” elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere con la collaborazione e il sostegno dell’Assessorato alla cultura della Regione Marche. L’unico studio in Italia che annualmente quantifica il peso della cultura nell’economia nazionale.

Le imprese del sistema produttivo culturale industrie culturali propriamente dette, industrie creative sono 443.458, il 7,3% del totale. A loro si deve il 5,4% della ricchezza prodotta in Italia: 74,9 miliardi di euro. Che arrivano a 80 circa (il 5,7% dell’economia nazionale) se includiamo istituzioni pubbliche e non profit. Ma non finisce qui: perché la cultura ha sul resto dell’economia un effetto moltiplicatore pari a 1,67: in altri termini, per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,67 in altri settori. Gli 80 miliardi, quindi, ne stimolano altri 134, per arrivare a quei 214 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano. Perché, ad esempio, il turista culturale che soggiorna in Italia è più propenso a spendere 52 euro al giorno per l’alloggio, in media, e 85 euro per spese extra, contro i 47 euro per alloggio e 75 per gli extra di chi viene per ragioni non culturali. Del totale della spesa dei turisti in Italia, 73 miliardi di euro nel 2013, il 36,5% (26,7 miliardi) è legato proprio alle industrie culturali. Entrate che se adeguatamente sfruttate sono destinate ad aumentare. Siamo, infatti, la meta preferita grazie al patrimonio artistico dei paesi ai quali è legato il futuro del turismo mondiale: la Cina, il Brasile, il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia, gli Usa e il Canada (siamo il primo paese dell’eurozona per pernottamenti di turisti extra Ue).

Le imprese del sistema produttivo culturale (da sole, senza considerare i posti di lavoro attivati negli altri segmenti della nostra economia) danno lavoro a 1,4 milioni di persone, il 5,8% del totale degli occupati in Italia (1,5 milioni, il 6,2%, se includiamo pubblico e non profit). Nonostante il clima recessivo l’export legato alla cultura continua ad andare molto forte. Durante la crisi è cresciuto del 35%: era di 30,7 miliardi nel 2009, è arrivato a 41,6 nel 2013, pari al 10,7% di tutte le vendite oltre confine delle nostre imprese. Il settore può vantare una bilancia commerciale sempre in attivo negli ultimi 22 anni, periodo durante il quale il valore dei beni esportati è più che triplicato. Il surplus commerciale con l’estero nel 2013 è di 25,7 miliardi di euro: secondo solo, nell’economia nazionale, alla filiera meccanica, e ben superiore, ad esempio, a quella metallurgica (10,3 miliardi). Una capacità di andare all’estero che oggi investe un pò tutti i settori, dal cinema (l’Oscar a La Grande Bellezza è solo la punta dell’iceberg), ai videogames.

La cultura è la lente attraverso cui l’Italia deve guardare al futuro e costituisce il nostro vantaggio competitivo. È grazie alla creatività e alla cultura, che nel nostro Paese si incrocia con la qualità, l’innovazione e le nuove tecnologie, se le imprese sono state capaci di incorporare bellezza e valore nel made in Italy” ha commentato il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci.

La cultura è film, video, mass-media, videogiochi, software, musica, libri, stampa, architettura, comunicazione, branding, artigianato, design, produzione di stile, musei, biblioteche, archivi, siti archeologici, monumenti storici, rappresentazioni artistiche, divertimento, convegni, fiere. Ma anche quei settori che non svolgono di per sé attività culturali, ma che sono altresì attivati dalla cultura. Una filiera articolata e diversificata, della quale fanno parte: attività formative, produzioni agricole tipiche, attività del commercio al dettaglio collegate alle produzioni dell’industria culturale, turismo, trasporti, attività edilizie, attività quali la ricerca e lo sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche.

Le capitali della cultura italiana:

  • Arezzo
  • Pordenone
  • Pesaro
  • Urbino
  • Vicenza
  • Treviso
  • Roma
  • Macerata
  • Milano
  • Como
  • Pisa

La cultura è quello che permetterà all’Italia se non tradirà la sua anima, di affrontare e vincere le battaglie difficili che la aspettano, di conquistarsi un futuro alla sua altezza. Per farcela, l’Italia deve fare l’Italia.

“L’Italia, partita da un Dopoguerra disastroso, è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo, nessuno può citare la superiorità della scienza e della ingegneria italiana, né la qualità del management industriale, né tantomeno l’efficacia della gestione amministrativa e politica, né infine la disciplina e la collaboratività dei sindacati e delle organizzazioni industriali. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Parma, Firenze, Siena, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l’indice economico del Pil, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società”. John Kenneth Galbraith

Le 10 professioni culturali

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