Italia maglia nera per investimenti in educazione e cultura

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L’Italia è all’ultimo posto in Ue per percentuale di spesa pubblica destinata all’educazione (7,9% nel 2014 a fronte del 10,2% medio Ue) e al penultimo posto per quella destinata alla cultura (1,4% a fronte del 2,1% medio Ue).

E’ quanto emerge da dati Eurostat sulla spesa governativa divisa per funzione secondo i quali è invece più alta della media la percentuale di spesa per la protezione sociale (41,8% a fronte del 40,2% dell’Ue a 28) e per i ‘Servizi generali’ (comprensivi degli interessi sul debito). La percentuale di spesa per educazione è scesa di 0,1 punti rispetto al 2013. Continue Reading


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Archeomafie e traffico di reperti archeologici: Italia saccheggiata

reperti archeologici-archeomafie


L’unica attività legata all’archeologia che genera profitti è il traffico di reperti: terzo al mondo per valore dopo quello di droga e armi. Il 18 giugno scorso l’Unesco ha stimato in oltre 2 miliardi e 200 mila dollari i guadagni del traffico dei reperti archeologici. L’Italia è il maggior fornitore mondiale per il traffico illecito di opere d’arte.

Una cifra impressionante, che potrebbe essere sottostimata e superare in realtà 6 miliardi di dollari. Le aste private, le celebri gallerie affollate, nel web e dal vivo, da bella gente e misteriosi emissari, continuano a battere manufatti vicino-orientali, vasi greci ed etruschi, vasi cinesi, marmi romani e bronzetti dalla Sardegna nuragica probabilmente rubati. L’Albania, come anche la Grecia, la Turchia e altri paesi del Mediterraneo sud orientale, sono tra i paesi spesso coinvolti nel contrabbando di beni culturali.

Il traffico illecito di beni culturali oltre a produrre un considerevole volume di affari criminali s’intrecciano con altre reti e attività delinquenziali transnazionali, come il commercio di armi e droga. E le opere d’arte vengono usate dalle mafie sempre più spesso come forma di finanziamento e riciclaggio. Statue, vasi, affreschi commercializzati illegalmente e acquistati non solo da rispettabilissimi musei, ma anche da grandi collezionisti privati. Troppo spesso le opere trafugate non vengono ritrovate e collocate nel loro legittimo posto. Continue Reading

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Siamo sempre lo straniero di qualcun altro



Con la solita ironia i ragazzi del collettivo di satira The Jackal affrontano uno degli argomenti più discussi e controversi del momento. “Le domande degli immigrati agli italiani“, questo il titolo del video che vede come protagoniste persone di differenti nazionalità.

“Ma perchè voi italiani chiamate noi di colore se noi siamo neri?”
“Perchè ci dite che lo stato ci mantiene, quando a noi immigrati è riservato solo lo 0,01% della spesa pubblica?”
“Perchè quando incontrate un bambino nero dite ‘com’è carino, com’è bello’, e poi quando cresce e diventa adulto lo volete buttare fuori?”
“Io sono romeno, perchè mi chiamate rom?”
“Perchè i ragazzi italiani si tolgono le sopracciglia?”
“Perché pensate che noi donne dell’est vi rubiamo i mariti?”
“Perché Salvini?”
“Perchè tutti mi chiedono cosa voglio da San Gennaro?”

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L’albero genealogico delle lingue

albero genealogico lingue

L’albero genealogico delle lingue fu ideato da August Schleicher noto linguista tedesco del XIX secolo. L’illustrazione di Minna Sundberg ha ideato una mappa in cui si delineano i rapporti tra le lingue indoeuropee e quelle uraliche. Ogni lingua è frutto di una storia.

L’albero genealogico delle lingue indoeuropee può essere fatto risalire a una protolingua databile a più di 6000 anni fa. La protolingua si divise in dialetti, evolutisi in lingue distinte; queste si scissero a loro volta in generazioni di lingue figlie. Il tocario, una lingua morta asiatica, ha legami con il celtico, un’antica parlata europea. Le somiglianze tra le famiglie balto-slave e quelle indo-iraniche sono indicative del fatto che esse si siano influenzate vicendevolmente prima che i popoli che le parlavano si muovessero, rispettivamente, verso nord e verso sud.

La linguistica, cioè lo studio scientifico delle lingue, può risalire a un passato ancor più remoto di quello testimoniato dai più antichi documenti scritti: attraverso il confronto di lingue imparentate, essa ne ricostruisce gli immediati progenitori e risale fino all’antenato comune, la cosiddetta protolingua. Questa, a sua volta, getta luce sulla vita di coloro che la parlavano e permette di collocarli nel tempo e nello spazio. Questa scienza si è sviluppata a partire dallo studio della sovrafamiglia linguistica indoeuropea, la più estesa nel mondo per numero di lingue che la compongono e per numero di persone che parlano queste lingue. Quasi metà della popolazione mondiale parla come prima lingua una lingua indoeuropea.

I dialetti del nord Italia (lombardo, piemontese, veneto,emiliano e ligure) sono fronde che provengono dal medesimo ramo del francese, mentre appartengono allo stesso ramo italico dialetti come il siciliano e il napoletano.

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Una Scuola con la S maiuscola

Mario Lodi

Mario Lodi, maestro, scrittore, pedagogista e amico della scuola pubblica. Ha sempre cercato di eliminare dalla scuola ogni atteggiamento autoritario e di mettere invece al centro il bambino. Le sue metodologie educative furono inizialmente ispirate da quelle di Cèlestin Freinet, tanto da diventare esponente del Movimento di Cooperazione educativa. È proprio nel contatto quotidiano con i bambini, con la loro osservazione partecipe che Mario Lodi ridisegna il valore della scuola, ne cambia aspetti didattici e metodologia. Disse in un’intervista rilasciata a Repubblica per i suoi 90 anni: “Mi mettevano in classe molti ripetenti, ragazzi difficili che reagivano alle avversità con violenza e dissipazione. Così facevo venire il medico che illustrava gli effetti del fumo in polmoni giovani. E con il contadino uscivamo in campagna, e insieme al pescatore arrivavamo fino al fiume. E contemporaneamente spiegavo storia e geografia. La scuola non può accontentarsi di leggere e scrivere, deve crescere cittadini responsabili”. Questa è la scuola del Maestro Mario Lodi.

“Gli alunni sono sovente distratti, non si interessano alle lezioni che preparo scrupolosamente, “dimenticano” di fare firmare ai genitori le osservazioni sul comportamento, “dimenticano” persino di acquistare i quaderni. In compenso tengono in classe una disciplina passiva che mi sgomenta: fermi come statue, coi cervelli inerti, spesso non restituiscono nemmeno il sorriso. Forse hanno paura di me, perché quando voglio conversare con loro nei momenti di ricreazione, esaurite le notiziole superficiali, si chiudono in un gelido silenzio che non riesco a rompere. Indubbiamente per questi ragazzi la scuola è sacrificio; il loro comportamento passivo lo dimostra. Ma qual è la causa? È facile attribuirla alla scarsa volontà e al carattere dei ragazzi; e se fosse altrove, ad esempio nell’organizzazione della scuola stessa? Tanto nella società come nella scuola credo non ci possano essere che due modi di vivere: o la sottomissione a un capo non eletto, oppure un sistema in cui la libertà di ognuno sia rispettata, condizionata solo dalle necessità di tutti. Il paternalismo, nella società degli adulti come nella scuola, non è che una forma insidiosa dell’autoritarismo che concede una finta libertà. Se la scuola non deve soltanto istruire, ma anche e soprattutto educare, formando cioè il cittadino capace di inserirsi nella società col diritto di esporre le proprie idee e col dovere di ascoltare le opinioni degli altri, questa scuola fondata sull’autorità del maestro e la sottomissione dello scolaro non assolve al suo compito perché è staccata dalla vita”. Tratto da C’è speranza se questo accade al Vho  – 11 ottobre 1951

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