Carceri, ogni sette giorni un suicidio

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Quando si parla di suicidi in carcere i numeri colpiscono sempre. Un’epidemia di cui nessuno parla. Pochi dati mettono il luce il disagio delle carceri come quello dei suicidi, un dramma che coinvolge sia i detenuti che gli agenti di custodia. Oltre al ministero, anche l’associazione per i diritti dei detenuti Ristretti orizzonti tiene traccia di questa statistica. Entrambe le fonti segnano una riduzione successiva al contenimento del sovraffollamento. Negli anni di massimo sovraffollamento, tra 2009 e 2011, si sono suicidati quasi 60 detenuti ogni anno, nel 2015 sono scesi a 39.

Secondo i dati del ministero, tra il 1992 e il 2015 c’è stato un suicidio ogni 7 giorni tra i detenuti. Non esiste un dato ufficiale sui suicidi degli agenti penitenziari, fonti sindacali parlano di oltre 100 suicidi dal 2000 a oggi.

I dati forniti da Ristretti orizzonti consentono, attraverso informazioni più dettagliate sulle vittime dei suicidi in carcere, alcune considerazioni ulteriori. Il metodo di uccisione prevalente è l’impiccamento (77% dei casi tra 2009 e 2016), seguito dall’asfissia per il gas, che in alcuni casi viene conteggiata come incidente nelle statistiche ufficiali. Quasi la metà delle vittime aveva tra i 25 e i 34 anni. L’istituto con il primato di suicidi è Poggioreale, seguito da Sollicciano e Rebibbia. Sono particolarmente esposti al rischio suicidio i detenuti tossicodipendenti: si trovano improvvisamente privi della libertà e delle sostanze di cui hanno sempre fatto uso.

Il Gruppo di Lavoro di Psicologia Penitenziaria dell’Ordine degli Psicologi della Toscana (450 psicologi che lavorano nelle carceri italiane) ha calcolato che nel 2015 i suicidi in Italia sono stati 43, 25 fino ad agosto 2016, 10 quelli degli agenti di custodia. La Toscana è la regione con il numero più alto di fenomeni di autolesionismo in carcere (1.047 episodi) e di tentati suicidi sventati dagli agenti (112). Sottolinea Lauro Mengheri presidente dell’Ordine degli psicologi della Toscana: “I suicidi sono la più drammatica espressione di un’emergenza di cui sono complici il sovraffollamento delle carceri, l’uso indiscriminato della soluzione detentiva per affrontare problemi di natura sociale e psichica, la presenza massiccia di persone in attesa di giudizio che si trovano a vivere una condizione in cui sono totalmente assenti stimoli alla crescita personale e requisiti essenziali di vivibilità”. 

Di fronte alla palese indifferenza dello Stato (che pure è per principio costituzionale responsabile della vita dei detenuti) per le condizioni delle carceri e della vita dei detenuti, su chi grava il carico di questi drammatici problemi? Quando avviene un suicidio in carcere è sempre una sconfitta per tutti, in primis per le istituzioni che hanno in consegna il detenuto.

Per approfondire leggi il Minidossier “Dentro o fuori” di Openpolis.


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Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo
che governano con l’inganno.
Non si rendono conto
della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono,
gli inganni non funzionano più.”
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