Bagram la Guantanamo afghana

Yunus Rahmatullah, pakistano, da sei anni è detenuto nella prigione afghana di Bagram, arrestato nel 2004 in Iraq senza alcuna accusa formale né processo. Diverse fonti all’interno del carcere hanno descritto l’uomo in condizioni fisiche e mentali disastrose a causa degli abusi subiti durante la detenzione.

Rahmatullah era stato catturato dalle forze inglesi e poi affidato agli americani, in quella pratica di dubbia legalità chiamata ‘extraordinary rendition’, ovvero il rapimento di un sospetto terrorista che viene poi trasportato in un paese straniero, e lì rinchiuso e interrogato il più delle volte attraverso violenze e torture.

A Bagram, nella situazione di Rahmatullah ci sono un’altra cinquantina di persone, e sono loro il punto di maggiore scontro tra gli americani e il governo di Karzai, proprio all’indomani del passaggio ufficiale del controllo della prigione afghana dagli Stati Uniti alle autorità di Kabul.

La cerimonia ufficiale è avvenuta ieri, prosecuzione naturale di un accordo firmato il 9 marzo scorso e che prevedeva un periodo di transizione di sei mesi fino al passaggio di consegne vero e proprio.

Ora che quel periodo è scaduto, i vecchi nodi tornano al pettine.

Primo fra tutti: di chi sarà ora la responsabilità di questi detenuti “speciali”? E per quanto riguarda i talebani e coloro che sono stati messi in carcere dopo l’accordo?

Oltre agli stranieri, si dice che sotto il controllo degli americani ci siano infatti altri 600 prigionieri, che gli Stati Uniti preferirebbero continuare a ‘monitorare’.

Il portavoce della Nato, Jamie Graybeal, ha ribadito che “il 99%” dei detenuti presi prima di marzo sono stati trasferiti al controllo afghano”. Ma ha aggiunto che gli Usa manterranno comunque l’autorità di incarcerare i sospetti.

Graybeal afferma che diversi consulenti americani rimarranno alla prigione, e che l’esercito statunitense manterrà il controllo dei detenuti stranieri almeno fino a marzo 2013.

Il presidente Hamid Karzai, che ha rivendicato invece il pieno controllo delle sue autorità come una questione di sovranità nazionale, da tempo aveva espresso malumori riguardo alla detenzione per lungo tempo di uomini incarcerati senza accuse né processo.

Il governo afghano aveva comunque dato l’assenso per continuare tale pratica.

Secondo gli analisti afghani però, se ciò può essere permesso durante la guerra per quanto riguarda, appunto, i prigionieri di guerra, questo tipo di incarcerazione non può più essere legale sotto la costituzione afghana.

Ma gli Usa temono che, se non dovessero essere più loro i responsabili, alcuni detenuti di alto livello potrebbero essere semplicemente rilasciati e tornare così sui campi di battaglia.

La questione rimane aperta, e probabilmente gli Usa l’avranno vinta.

La base di Bagram ha iniziato a essere conosciuta soprattutto dopo il rogo dei Corani da parte di alcuni soldati statunitensi, di stanza proprio in quella fortezza.

Rinominato “Centro di detenzione di Parwan”, il carcere di Bagram è collocato all’interno di una delle principali basi Nato in Afghanistan e, sebbene ci siano state numerose denunce da parte di attivisti e ong, non ha mai raggiunto la “fama” di altre prigioni simili quali Guantanamo o Abu Grahib.

Eppure anche lì alcuni prigionieri sono stati e continuano ad essere soggetti ad abusi e torture che non hanno nulla da invidiare a quelli delle ben più famose carceri di Cuba e Iraq: percosse, posizioni dolorose, umiliazioni e violenze sessuali, privazione del sonno, del cibo e dell’acqua, esposizione al freddo, simulazioni di annegamento (il famoso waterboarding), musica snervante a tutto volume.

“Somigliava a uno dei campi nazisti che avevo visto nei film – racconta Omar Deghayes, cittadino inglese arrestato in Pakistan nel 2002 sempre dai servizi inglesi –. Sdraiati nel cortile del complesso, tutte le notti potevamo sentire le grida dei detenuti nelle stanze sopra di noi, dove si svolgevano le torture e gli interrogatori”.

E continua: “Quando veniva chiamato il mio numero, dovevo oltrepassare il cancello. Mi legavano e mi mettevano un sacco sulla testa, mi facevano inginocchiare e mi interrogavano, con la minaccia di ulteriori torture”.  Da lì iniziava l’orrore.

(Fonte Anna Toro – osservatorioiraq)

Il mercato della paura. La guerra al terrorismo islamico nel grande inganno italiano. Nell’anno elettorale, dicono gli analisti del moderno Islam radicale, l’Italia sarà colpita “inevitabilmente” dalle bombe di Al Qaeda. Il libro dei due giornalisti de la “Repubblica” è una ricognizione sui livelli di sicurezza nazionale. Viene ricostruito, con alcune rivelazioni, attraverso testimonianze dirette e documenti inediti raccolti in Italia e negli Stati Uniti, il ruolo essenziale avuto dall’intelligence militare e dal governo di Roma nella “fabbricazione” delle “notizie” false che giustificarono nel 2003, l’invasione dell’Iraq.


Condividi:

Ti potrebbe anche interessare:

This entry was posted in Attualità and tagged , , , . Bookmark the permalink.

About Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+